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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Perché leggere Rosso nella notte bianca di Stefano Valenti

9788807031793 quarta In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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La tremenda immensità dei duemila metri. La distesa è intirizzita. E la neve di novembre ha cancellato arbusti, rocce, terreno. Ulisse ritrova l’ombra nebbiosa del primo mattino, un’onda immobile che divora i monti. La accoglie fermo, le braccia abbandonate sui fianchi. È arrivato in malga ieri sera. Lì, in radura, la casera bruciata. Le pareti della baita nere di fumo trascorsi ormai cinquant’anni. E l’immensità dei monti. Gli anni vissuti a ricordarli non aiutano a far memoria di che cosa nasconda quel manto di neve. Cammina nel grande abbandono, nel dislivello, verso il fondo, in direzione del bosco. Cammina morbido, a margine del Creato, oltre un cinto di abeti che fa da confine al mondo. Le campane dal fondovalle rintoccano le sei.

Infine Ulisse è tornato. Ha dormito ridestandosi in questa terra abbandonata una mattina di molti anni fa. Una terra abitata, come allora, da nemici. E cerca una traccia che conceda di ritrovare l’uomo che è stato prima di andarsene. Gli anni trascorsi altrove sono anni che non possono essere misurati. È ancora buio quando infila la mulattiera. La notte ansima, il mondo intorno prende la rincorsa, comincia a correre. Lì per lì nel sottobosco un frullo, una presenza sul terreno, tra aghi d’abete e melma. Un uccello è volato via in un batter d’ali. Le nuvole basse, a banchi, cancellano il Creato. Gli stivali affondano nel fango d’acqua e neve e ritrovano il terreno. Un guizzo, l’inatteso chiarore dell’acciaio ricurvo. L’estremità del piccone che fuoriesce dalla sacca; il tempo di fermarsi, affondare il manico di sbieco, rimetterlo dov’era.

Ha dimenticato di urinare Ulisse, e, fermo nell’intrico d’alberi, chiude gli occhi, le dita fredde sul membro ritratto. Le mani attraversate da un fremito malato e l’alito caldo dell’urina nella neve color canarino. Nella sacca l’ultima bottiglia buona a cacciare la febbre, la fatica brutta della malattia. La necessità di vodka,  di non addormentarsi fin quando la bottiglia sarà vuota. Ulisse, un metro e ottanta di fatica, ha quasi settant’anni ma non dà l’idea di essere affaticato, pallido forse, le fattezze del condannato confuse nella mente. L’alternarsi caotico di incubi e orrore ha cancellato i volti, come se niente avesse nome in queste incerte giornate. Ricorda orridi, rii in secca, mastodontici blocchi di roccia, ricorda le bestie sulla mulattiera, ma non ha memoria di volti.

Perché leggere Il levitatore di Adriàn N. Bravi

cover id6093 w800 t1580321527.jpg Le storie delle mie levitazioni sono iniziate quasi trent’anni fa, in un modo del tutto incidentale. Avevo compiuto da poco quattordici anni ed ero un ragazzo piuttosto gracile, sempre con il mal di testa e il raffreddore addosso. A casa, in particolar modo mia nonna materna, mi aveva vietato di fare qualunque tipo di esercizio fisico per via dello streptococco, di cui credo di non avere mai sofferto, salvo un paio di polmoniti e una scarlattina che mi aveva lasciato il torace simile a una fragola. Lei se la prendeva con quei ragazzi della strada che tossivano o starnutivano senza mettersi la mano davanti alla bocca. […] A me dispiaceva molto non poter disporre della stessa libertà che avevano i miei amici, soprattutto quando sentivo dalla finestra della mia stanza il baccano dei ragazzi che si rincorrevano l’un l’altro. […] Quando, però, tempo dopo, avevo scoperto la levitazione e mi ero visto sollevare da terra da una misteriosa forza cosmica, mi verrebbe da dire oggi, in una circostanza del tutto inattesa, mi ero convinto anch’io che quelle sudate improvvise, quelle zuffe e quella sporcizia tra le unghie non facessero per niente bene, né alla salute né allo spirito.

Durante quel periodo di chiusura e di solitudine, mentre ascoltavo i rumori e le urla dei compagni che provenivano dalla strada, era iniziata la gestazione di una fase interiore che poi, più tardi, si è manifestata attraverso la sollevazione del corpo.

(Adriàn N. Bravi Il Levitatore, Quodlibet, 2020; pagg. 11-13)

Perché tutti hanno bisogno di leggerezza

Il racconto fantastico ha una lunga serie di nobili antecedenti letterari e tra le auctoritates del genere alcuni scrittori sono considerati dei veri e propri numi tutelari; tra gli antenati Adriàn N. Bravi sembra scegliere Calvino, e non tanto il romanziere, quanto il metanarratore delle Lezioni americane, teorico della «sottrazione di peso» utile a distanziare la scrittura da «pesantezza» «inerzia» «opacità del mondo». Costruisce così la vicenda su un personaggio, Anteo Aldobrandi, io narrante della sua  storia vera, che ha la naturale capacità di levitare se solo viene lasciato nella possibilità di stare tranquillo a casa sua e sedersi su un «cuscino mezzo indiano» per staccarsi da «questa terra maledetta, come diceva in versi sciolti un poeta veneziano» (pag. 97). E se Calvino ricordava il mito di Perseo, il protagonista tiene a precisare la dimensione della sua realtà in opposizione alla mitologia:

Perché leggere questo libro: Le variazioni Reinach di Filippo Tuena

reinach  In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Variazione su una visita al museo

La vede salire lo scalone e attraversare i saloni deserti e come una perfetta padrona di casa controlla ogni cosa, passa la mano sopra i ripiani delle commodes, scorre le dita tra gli intagli delle cornici, sistema col piede gli angoli dei tappeti arricciati e prima di lasciare ogni ambiente si volta per accertarsi che tutto sia in ordine e il suo sguardo ha un’espressione accigliata e fredda, in contrasto con i suoi sentimenti che sono di grande rimpianto e di profonda malinconia.

Ogni stanza le ricorda un evento che appartiene al passato irrecuperabile perché sa che ha ancora poco tempo a disposizione mentre avrebbe voluto spendere tutta la notte ricordando il tempo trascorso o forse ancora più tempo, magari una notte intera per ogni salone, una notte intera per ogni oggetto, per ogni ricordo, per ogni immagine e invece dovrà fare in fretta nei pochi minuti che durerà quest’ultima ricognizione che le sembra sempre più troppo frettolosa perché abbandona la sua casa come se avesse commesso un peccato anche se non è così e per questo è rigida e severa perché sta esaudendo la volontà di suo padre con un dolore profondissimo che le attanaglia il cuore.

Nel ricordo intravede i suoi figli correre per la galleria, scendere di corsa il grande scalone, ridere mentre giocano nel giardino e ritornano le voci della servitù sommesse a volte timorose e in qualche caso sguaiate mentre un rumore meccanico le rammenta il rassicurante procedere del montacarichi che portava le pietanze in sala da pranzo e l’innaturale voce di suo padre, quel suo accento orientale e il tono esagerato molto alto o impercettibile a volte, come se egli non sapesse modulare la voce e poi ricorda i pochi attimi d’intimità col marito legati ai primi tempi del matrimonio e si stupisce che siano quelli e non altri i ricordi che ricorda come le lunghe e interminabili sere quando lei, Léon e suo padre parlavano nel salone alternando grandi silenzi e ricorda il suono del pianoforte di suo marito, quelle melodie scheletriche, intellettuali ma molto romantiche, un poco artificiose che si perdono in quel palazzo troppo grande e troppo vuoto perché troppo distanti sono le memorie e le immagini e sa che non potrà mantenerle vive per il futuro che le si offre dinnanzi come un paesaggio sconfinato e nebbioso.[…]

Il giorno mangia la notte: la Milano tesa di Silvia Bottani

91 l58jviyl Come accade in molta narrativa italiana contemporanea il romanzo di Silvia Bottani, promosso da Luci a Galifos (https://luciagalifos.com/), progetto editoriale di scoperta e promozione di autori esordienti, mette al centro della vicenda non solo le relazioni umane ma anche uno spazio, che si fa a sua volta personaggio. Anzi Milano è forse “il” personaggio chiave de Il giorno mangia la notte (SEM), ambientato in una metropoli rappresentata nei suoi quartieri multietnici, nei “boschi della droga” come Rogoredo, nelle bische clandestine, nei bar-slot aperti fino a tarda notte:

La Bovisa, zona nord della città, è uno strano miscuglio di case della vecchia Milano abitate da anziani e immigrati, e nuovi loft arredati da precari digitali con mobili Ikea e pezzi di modernariato comprati ai mercatini. Accanto a via Negrotto, tra il passante ferroviario e un lembo di terra che è ancora campagna, si staglia il grande insediamento rom, concessione del Comune. […] Guardò i due camerati, poi fece un cenno: i tre si mossero rapidamente tra le roulotte, attenti a non farsi vedere. […] Un fiammifero strofinato contro il cemento e, dopo qualche istante in cui tutto pareva immobile si alzarono le fiamme. Corsero via, alzando la polvere con gli anfibi. (p.9)

Il libro offre uno spaccato su una città per lo più periferica dove i conti si regolano in proprio, dove forme rinnovate di squadrismo urbano cavalcano l’esasperazione collettiva, dove crescono xenofobia, ludopatia, rabbia, solitudine.

Al centro del romanzo è Naima, marocchina di seconda generazione che vive a Milano con la madre Fadila. In una sera d’estate quest’ultima interseca il suo destino con quello di Giorgio, cinquantenne fallito, perennemente a corto di denaro che la scippa per pochi spiccioli. Nel tentativo disperato di rincorrere il ladro, Fadila viene travolta da un’auto e resta sull’asfalto gravemente – irrimediabilmente - ferita. Il terzo vertice di questo triangolo di comprimari è Stefano, stagista in uno studio legale prestigioso, militante neo-fascista e camerata ambizioso, figlio di Giorgio di cui mal sopporta tanto la boria quanto la disfatta.

Perché rileggere La giornata d’uno scrutatore di Italo Calvino

tumblr nuphc51bww1uyql6oo1 1280 670x469 In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Amerigo Ormea uscì di casa alle cinque e mezzo del mattino. La giornata si annunciava piovosa. Per raggiungere il seggio elettorale dov'era scrutatore, Amerigo seguiva un percorso di vie strette e arcuate, ricoperte ancora di vecchi selciati, lungo muri di case povere, certo fittamente abitate ma prive, in quell'alba domenicale, di qualsiasi segno di vita. Amerigo, non pratico del quartiere, decifrava i nomi delle vie sulle piastre annerite – nomi forse di dimenticati benefattori – inclinando di lato l'ombrello e alzando il viso allo sgrondare della pioggia. C’era l’abitudine tra i sostenitori dell’opposizione (Amerigo Ormea era iscritto a un partito di sinistra) di considerare la pioggia il giorno delle elezioni come un buon segno. Era un modo di pensare che continuava dalle prime votazioni del dopoguerra, quando ancor si credeva che con il cattivo tempo molti elettori dei democristiani – persone poco interessate alla politica o vecchi inabili o abitanti in campagne dalle strade cattive – non avrebbero messo il naso fuor di casa. Ma Amerigo non si faceva di queste illusioni: era ormai il 1953, e con tante elezioni che c’erano state s’era visto che, pioggia o sole, l’organizzazione per far votare tutti funzionava sempre.  Figuriamoci stavolta, che si trattava per i partiti del governo  di far valere una nuova legge elettorale (la “legge truffa”, l’avevano battezzata gli altri) per cui la coalizione che avesse preso il 50% + 1 dei voti avrebbe avuto i due terzi dei seggi…Amerigo, lui, aveva imparato che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c’è da aspettarseli da un giorno all’altro, come per un giro di fortuna; anche per lui, come per tanti, farsi un’esperienza aveva voluto dire diventare un poco pessimista.

(I. Calvino, La giornata d’ uno scrutatore, Torino, Einaudi, 1963)

Perché sottopone il gesto elettorale alla verifica dell’introspezione modernista

Se la svolta nella vicenda intellettuale di Calvino si produsse, come per altri scrittori della sua generazione, a cavallo fra i fatti d’Ungheria e il “miracolo economico”, La giornata d’uno scrutatore (1963) è il racconto-saggio in cui tutta l’esperienza ideologica e narrativa del dopoguerra viene sottoposta alla più aperta e severa verifica critica. Non a caso, il seggio elettorale in cui si svolgono gli eventi è collocato nell’istituzione torinese dove monache e preti custodiscono gli esseri deformi, nati dagli “scherzi della biologia”. L’atto principe della storia democratica (il suffragio universale) qui è posto insomma al cospetto dell’irriducibilità dei “mostri” del Cottolengo.

Perché leggere questo libro: I detective selvaggi di Roberto Bolaño

2b387f0c39b016eb738743c634eb01d7 w600 h mw mh cs cx cy In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Che cosa vide la maestra? Vide un letto di ferro, un tavolo pieno di carte dove si ammucchiavano, in due pile, più di venti quaderni con la copertina nera, vide i pochi vestiti Cesárea appesi a un filo tirato da una parte all'altra della camera, un tappeto indio, un comodino e sul comodino un fornello a paraffina, tre libri presi in prestito dalla biblioteca di cui non ricordava il titolo, un paio di scarpe senza tacco, della calze nere che spuntavano da sotto il letto, una valigia di cuoio in un angolo, un cappello di paglia tinto di nero appeso a un minuscolo attaccapanni inchiodato dietro la porta, e roba da mangiare: video un pezzo di pane, vide un barattolo di caffè e un altro di zucchero, vide una tavoletta di cioccolato mangiata a metà che Cesárea le offrì e che lei rifiutò, e vide l'arma: un coltello a serramanico, con l'impugnatura di corno e la parola Caborca incisa sulla lama. E quando domandò a Cesárea a che cosa le serviva un coltello, lei le rispose che era stata minacciata di morte e poi rise, una risata, ricorda la maestra, che oltrepassò le pareti della stanza e le scale di casa fino ad arrivare in strada, dove morì. In quel momento alla maestra parve che su calle Rubén Darío cadesse un silenzio repentino, perfettamente orchestrato, il volume delle radio si abbassò, il parlottio dei vivi si spense di colpo rimase solo la voce di Cesárea. E allora la maestra vide o le sembrò di vedere una piantina della fabbrica di conserve attaccata alla parete. E mentre ascoltava le parole che Cesárea doveva dirle, parole né esitanti né precipitose, parole che la maestra preferisce dimenticare ma che ricorda perfettamente e addirittura comprende, adesso comprende, i suoi occhi percorsero la piantina della fabbrica di conserve, una piantina che Cesárea aveva disegnato, in certe zone con grande cura di dettagli e in altre in modo vago o incerto, con annotazioni ai margini anche se la scrittura a tratti era illeggibile e altrove era in stampatello e addirittura con punti esclamativi, come se Cesárea con la sua mappa fatta a mano si stesse riconoscendo nel proprio lavoro o stesse riconoscendo aspetti che fino ad allora ignorava. E allora la maestra dovette sedersi, anche se non voleva farlo, sul bordo del letto e dovette chiudere gli occhi e ascoltare le parole di Cesárea. E addirittura, anche se si sentiva sempre peggio, trovò la forza di domandarle per quale ragione aveva disegnato la piantina della fabbrica. E Cesárea disse qualcosa sui tempi che stavano arrivando, anche se la maestra supponeva che si fosse messa a fare quella piantina senza senso semplicemente per via della solitudine in cui viveva. Ma Cesárea parlò dei tempi che stavano arrivando e la maestra, per cambiare argomento, le domandò quali tempi e quando sarebbero arrivati. E Cesárea indicò una data: verso il 2600. Duemilaseicento e rotti. E poi, davanti alla risata che suscitò nella maestra una data così peregrina, una risatina soffocata e appena percepibile, Cesárea scoppiò di nuovo a ridere, anche se stavolta il fragore della sua risata rimase nei limiti della stanza.

da Roberto Bolaño, I detective selvaggi, Adelphi, Milano 2014.

Perché leggere “Il cuore non si vede” di Chiara Valerio

978880624222HIG Una mattina, dopo sogni inquieti, Andrea Dileva si era svegliato nel suo letto, senza il cuore.

La sveglia suonava, la luce del giorno cresceva, i muri crepitavano di altri risvegli, su altri piani, sopra e sotto, ma lui e Laura continuavano a tenere gli occhi chiusi. Con le magliette di Harvard e senza mutande, si godevano la nudità sì ma con le spalle coperte dei loro quarant’anni. Non erano mai andati ad Harvard peraltro.  Nonostante entrambi avessero fatto ottimi studi.

Ma tutto questo, come altre mattine, non sarebbe stato detto e nemmeno pensato se Laura, i cui capelli gli solleticavano il naso inducendogli un sorriso, non fosse scattata a sedere con le gambe incrociate, come punta da un insetto. Andrea aveva inclinato la testa per seguire la carne bianca delle cosce correre verso l’oscurità umida e riccia, ondeggiante, che lo riportava ora sugli scogli assolati dove saltava da bambino. E tra i quali si aprivano fessure bordate di alghe e concrezioni oltre cui si sentiva il rumore del mare. In quei pomeriggi di corse avvertiva i compagni meno esperti di stare attenti, perché più di qualcuno ci rimaneva incastrato con tutta la gamba. Gridava apprensivo No, fermatevi, chissà cosa c’è dentro. A distanza di anni sapeva che quando non sai cosa c’è dentro, c’è acqua.

Senza chiederle la ragione dello scatto, aveva allungato la mano, e Laura, con un altro scatto, anzi un salto, era scesa dal letto e si era messa spalle al muro. Ma non come i ragazzi, con aria spavalda, la pianta del piede appoggiata in verticale e l’altra a terra, o le ragazze seduttrici, con le mani incrociate dietro la schiena all’altezza delle reni. Laura si era messa con le spalle al muro rivolgendo i palmi ben aperti alla parete, le braccia spalancate come le zampe di un geco. I gechi le facevano paura, e anche questo gli piaceva di lei. Qualcuno gli aveva raccontato che i gechi, che paiono appiccicati ai soffitti e alle pareti come figurine adesive – quante volte lo aveva fatto sulle porte dei bagni della scuola, anche con quegli adesivi spugnosi, spessi, che regalavano col sapone liquido a metà degli anni Ottanta e che lui spesso rubava, mentre la madre faceva la spesa -, i gechi, insomma, che paiono attaccati, in realtà vibrano velocissimi. Sono le vibrazioni che li tengono accosti come ventose a pareti, angoli e soffitti. Fermi e vibranti, come in effetti pareva Laura. Forse la storia delle vibrazioni era vera. Sul volto di Laura, intanto, uno sguardo sconcertato e interrogativo aveva trasfigurato l’allegria del risveglio, e la confidenza della seminudità aveva sottolineato quanto fosse spaventoso – per quello che aveva rilevato – il peso della testa sul torace. Sul volto di Laura, Andrea leggeva paura. E disappunto. La seminudità è terribile, è impossibile da condividere, ognuno è seminudo a modo proprio.

(C. Valerio, Il cuore non si vede, Torino, Einaudi, 2019, pp. 3-4)

Perché leggere questo libro: Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie

copertina americanah  In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Princeton, d’estate, non aveva odore, e anche se a Ifemelu piacevano la verde tranquillità dei tanti alberi, le strade pulite e i palazzi imponenti, i negozi un filo troppo cari e la quieta, persistente aria di meritata grazia, era proprio questo, l’assenza di odore, ad attirarla di più, forse perché le altre città americane che conosceva bene avevano tutte un odore ben distinto. Philadelphia aveva l’aroma muffito della storia. New Haven sapeva di abbandono. Baltimora puzzava di salamoia e Brooklyn d’immondizia scaldata dal sole. Ma Princeton non aveva odore. Lí le piaceva respirare a pieni polmoni. Le piaceva osservare la gente del posto che guidava con ostentata cortesia e parcheggiava le auto ultimo modello davanti al negozio di prodotti biologici in Nassau Street, davanti ai ristoranti di sushi o di fronte alla gelateria dai cinquanta gusti diversi, peperoncino incluso, o fuori dall’ufficio postale, dove gli impiegati espansivi balzavano incontro ai clienti per salutarli. Le piaceva il campus, grave di conoscenza, i palazzi gotici coi muri adorni di tralci di vite e il modo in cui tutto si trasformava, nella fioca luce notturna, in una scena spettrale. Le piaceva, più di ogni altra cosa, il fatto che in quel luogo di agio e benessere poteva fingere di essere un’altra, una che per concessione speciale era stata ammessa a un sacro circolo americano, una ammantata di certezze.

Ma non le piaceva il fatto di dovere andare fino a Trenton per farsi le treccine. Era assurdo aspettarsi un salone afro a Princeton – i pochi neri che aveva visto sul posto avevano la pelle così chiara e i capelli così lisci che non riusciva proprio a immaginarseli con le treccine – eppure, aspettando il treno a Princeton Junction in un pomeriggio avvampante di calore, si domandò perché mai non ci fosse un posto dove farsi le treccine. La barretta di cioccolato che aveva in borsa si era squagliata. In attesa sul binario c’erano altre persone, tutte bianche e magre, con vestiti corti e leggeri. L’uomo più vicino a lei mangiava un cono gelato; a lei gli adulti americani che mangiavano il gelato nel cono erano sempre sembrati un po’ irresponsabili, soprattutto quelli che lo mangiavano in pubblico.

da Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, Einaudi, Torino 2015.

Perché leggere questo libro?

Perché guarda l’Occidente da un punto di vista “diverso”

Americanah è il terzo romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie (nata ad Abba in Nigeria nel 1977), una delle più brillanti scrittrici nigeriane del nostro tempo. Con Americanah Adichie ha conquistato il pubblico e la critica aggiudicandosi il National Book Critics Circle Award del 2013.

Non è irrilevante che Adichie sia nigeriana: la Nigeria è infatti lo Stato dell’Africa subsahariana in cui vengono scritti più romanzi, anche se l’instabilità economica e politica, l’inadeguatezza dell’editoria, il persistente analfabetismo e la terribile guerra civile seguita al tentativo di secessione del Biafra (narrato drammaticamente nel secondo romanzo della scrittrice, Metà di un sole giallo) hanno ostacolato la circolazione dei libri. Nonostante ciò, a partire dalla fine del protettorato britannico (1960), in Nigeria si è andata affermando una cultura del romanzo, alimentata soprattutto dalle opere di scrittori che, come la stessa Adichie, appartengono alla tribù degli Igbo, gli sconfitti dalla guerra civile. La storia di questa nazione è stata riscritta non dai vincitori, ma dai vinti.

Le opere di Chimamanda Ngozi Adichie sono esemplari della letteratura postcoloniale dei nostri tempi e descrivono il mondo contemporaneo attraverso il realismo tipico del romanzo europeo ottocentesco. La scelta del realismo e della chiarezza obbedisce ad un preciso intento ideologico: l’autrice ambisce a restituire agli africani l’orgoglio di un’appartenenza e di un’identità. Il suo è uno sguardo “diverso” che mette in luce le contraddizioni dell’Occidente.

Perché leggere questo libro: Arcadia di Lauren Groff

groff copertina In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì, venerdì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Le donne che cantano, nel fiume.

È il primo ricordo di Briciola, sebbene all’epoca non fosse ancora nato. Nondimeno la strada che serpeggiava tra le montagne gli appare nitida, e così pure la sosta per riposarsi tra fiori gialli che si chiudevano al tocco dei bambini. Era il tramonto quando la Carovana vide il  fiume inverdire lungo la curva e stabilì di fermarsi per la notte. Era una sera di primavera tinta di blu, faceva freddo.

Camion, pullman e furgoni si disposero in cerchio a ridosso dell’argine, come bisonti contro il vento; al centro il Pink Piper, l’autobus a due piani. Handy, il capo, si trovava sul tettuccio del Piper per rivolgere il saluto del sole al giorno morente.

Bambini nudi sfrecciavano ai margini dell’accampamento, la pelle irruvidita dai brividi. Gli uomini accendevano un falò, accordavano chitarre, cominciavano a preparare cene a base di frittelle e stufati di verdure. Le donne lavavano vestiti e biancheria nel fiume gelido, sbattendo i panni contro le rocce. Negli ultimi sprazzi di luce, sotto l’ombra sempre più scura delle loro ginocchia, la corrente scintillava di bolle di sapone.

La madre di Briciola, Hannah, si drizzò per sollevare un lenzuolo, sembrava stesse spelando la superficie dell’acqua. Era rotonda dappertutto: nelle guance, negli arti, nei capelli, nelle trecce che si chiudevano in un anello dorato. Il jeans della tuta da lavoro le si tendeva sul pancione, al cui interno si trovava Briciola, che, cellula dopo cellula, andava prendendo forma. Suo padre Abe si fermò sull’argine per guardare Hannah, che teneva la testa piegata, ascoltando le altre donne cantare, le labbra appena incurvate da un sorriso.

Più tardi gli aromi della cena furono coperti dal fumo, dall’odore di legno bruciato. Il fuoco avvampava contro il freddo. Ci fu ancora musica: Froggy Went A-Courtin cantata da Handy, famoso per la sua voce stridula, e poi Michael,Row the Boat Ashore, The Sounds of Silence. I panni che asciugavano sui cespugli erano come fantasmi ai confini di tanto spettacolo.

È impossibile che Briciola potesse ricordare tutto ciò: le settimane che precedettero la sua nascita, i tre anni prima di Arcadia, il 1968 che passava per radio, Khe Sanh e le Olimpiadi invernali di Grenoble, la Carovana che saltava da un posto all’altro del paese come un bambino che giochi alla campana, e quella sera, con la sua luce blu e il falò e lo spettrale baluginare delle lenzuola nell’oscurità. Eppure se ne ricordava. Il ricordo gli è rimasto appiccicato addosso, raccontato da Arcadia perché divenisse storia comune, raccontato tante di quelle volte da crescere nell’animo di Briciola finché quel ricordo non è diventato una storia sua. La notte, il fuoco, la musica, la schiena di Abe che tiene a distanza il freddo, Hannah che si appoggia alla fronte abbrustolita di Abe, e poi lui, Briciola, raggomitolato tra i genitori, avvolto nella loro felicità, felice.

da Lauren Groff, Arcadia, traduzione di Tommaso Pincio, Codice edizioni, Torino 2014.

Le parole sepolte. La comunicazione ai tempi del covid-19

hqdefault Pubblichiamo oggi questo elzeviro di Alessandro Tamburini uscito su Agorà, inserto cultura del quotidiano Avvenire in data 31/3/2020.

Reclusi fra le mura domestiche, costretti a comprimere le uscite in uno spazio-tempo sempre più simile all'ora d'aria del carcerato, cerchiamo ogni possibile aiuto per colmare il vuoto della distanza dagli altri. I messaggi virtuali proliferano fino a portare al collasso la Rete, ma fanno rimpiangere più che mai il calore dello sguardo, del gesto, del contatto diretto fra le persone. Il telefono si prende invece la sua rivincita. La voce è in sé fisicità, muove da qualcosa che accade nel corpo e ne raccoglie pulsioni e sentimenti. Nemmeno l'immagine raggiunge la sua forza evocativa. Anche nel riascoltare quella registrata di chi non c'è più, viene da pensare che la voce sia la più profonda e insondabile chiave di riconoscibilità di una persona.

E come accade nelle situazioni estreme, quando la posta in gioco è la vita propria e di chi ci è caro, le parole si ricaricano del senso che avevano perduto. Balza subito alla mente Ungaretti che riscopre il valore primigenio della parola nella tragica realtà della guerra, come quando dall'incontro notturno con dei commilitoni scaturiscono i memorabili versi: “Di che reggimento siete/ fratelli”, in cui quel fratelli diventa “parola tremante” come “foglia appena nata”, pronunciata e sentita per la prima volta.

Così oggi, nel momento in cui pensare un'altra persona vuol dire essere in pensiero per lei, e telefonarle equivale davvero a “chiamarla al telefono”, espressioni prima ridotte a distratti convenevoli riacquistano una verità antica e nuova.

“Come stai?” significa: stai ancora bene? non sei stato colpito dal flagello? E un grado oltre: come stai vivendo questa emergenza, che può divenire anche emotiva e nervosa. La domanda mossa da sincero affetto per l'altro contiene anche una ricerca di personale rassicurazione, dato che la vicinanza di ieri può comportare un'odierna condivisione del pericolo. “A casa stanno tutti bene?” allude a sua volta a situazioni comuni a molti: l'anziano congiunto che rientra nella fascia più a rischio, il parente che lavora in ospedale, il figlio che studia all'estero, in un Paese che prima sembrava dietro l'angolo e di colpo è divenuto irraggiungibile.