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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Perché leggere Aspettando i barbari di J. M. Coetzee

8559104.jpg Mai visto niente del genere. Due dischetti di vetro cerchiati di metallo davanti agli occhi. È cieco? Capirei se fosse cieco, se volesse nascondere occhi che non vedono. Ma non è cieco. I dischetti sono scuri, dall’esterno sembrano opachi, però lui ci vede attraverso. Mi spiega che sono un’invenzione nuova. – Proteggono gli occhi dal riverbero del sole, – dice. – Sarebbero utili qui nel deserto. […] Siamo seduti nella stanza migliore della locanda, davanti a un fiasco e a una ciotola di nocciole. Non parliamo del motivo per cui è venuto. È qui a causa dello stato di emergenza e tanto basta. Invece parliamo di caccia. Mi racconta dell’ultima battuta a cui ha partecipato: migliaia di cervi, di cinghiali, di orsi abbattuti. Talmente tanti che hanno dovuto lasciare lì a marcire una montagna di carcasse («un peccato»). […]

Si muove a tentoni tra l’arredo che non conosce ma non si toglie gli occhiali scuri. Va a letto presto. Alloggia qui nella locanda perché è il posto migliore in città. Ho spiegato bene al personale che si tratta di un personaggio importante: – Il colonnello Joll è della Terza Divisione, – ho detto. – E la Terza Divisione oggi è la sezione più importante della Guardia civile –. O almeno questo è quanto ci dicono le voci che ci arrivano con molto ritardo dalla capitale. (Aspettando i barbari, Traduzione di M. Baiocchi, Einaudi, 2016, pagg.3-4)

Nel 1980 esce il terzo romanzo di Coetzee, che scrive la sceneggiatura del film omonimo del 2019. Evidentemente questo libro continua a voler dire qualcosa anche a chi l’ha scritto. Sembra che la tensione non si sia depositata sulla pagina: la scrittura sembra non abbia trovato compimento nella quiete della stampa. La storia - anche per l’autore - deve continuare ad essere raccontata. Il racconto ci riguarda, in effetti, come esseri umani e come specie: dal tempo arcaico della preistoria, in cui agricoltori stanziali si contrappongono a cacciatori nomadi, e «Quelli che chiamiamo barbari in realtà sono nomadi» (pag.63), fino ai nodi contorti dell’attualità, a quell’odio insensato che tinge la storia di razzismo, di violenza gratuita nei confronti di qualsivoglia diverso. Il barbaro è l’oscura perenne minaccia che giustifica l’aggressione più crudele: è accaduto ieri, accade oggi. Per questo il romanzo è collocato in un tempo indeterminato ed in uno spazio che è il confine, di fronte al deserto, nell’attesa di una apocalisse, che non si sa se sarà una palingenesi o soltanto una fine. È il mito della nostra storia alla ricerca di una rivelazione di senso.

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Perché leggere La strada di casa di Kent Haruf

41LxXu3kUpL.jpg Alla fine Jack Burdette tornò a Holt. Nessuno di noi se l’aspettava più. Erano otto anni che se n’era andato e per tutto quel tempo nessuno aveva saputo niente di lui. Persino la polizia aveva smesso di cercarlo. Avevano ricostruito i suoi movimenti fino in California, ma dopo il suo arrivo a Los Angeles se l’erano perso e a un certo punto avevano rinunciato. Quindi nell’autunno del 1985, per quanto se ne sapeva, Burdette era ancora là. Era ancora in California e noi ci eravamo quasi dimenticati di lui.

Poi un sabato di inizio novembre, nel pomeriggio, ricomparve a Holt. (p.9)

La strada di casa di Kent Haruf (NN Editore, 2020; traduzione di Fabio Cremonesi) porta ancora una volta a Holt. Si tratta di un viaggio di ritorno che contiene, in realtà, anche il biglietto d’andata: uscito negli Stati Uniti nel 1990, è il secondo romanzo scritto da Haruf (morto nel 2014) e precede nella composizione i romanzi che invece l’hanno anticipato nella pubblicazione: Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo, ovvero la cosiddetta Trilogia di Holt (o della pianura), sono usciti infatti in Italia tra il 2015 e il 2016 (sempre per NN e sempre tradotti da Cremonesi). Tornare a Holt non è occasione da mancare: anche questa volta l’immaginaria cittadina del Colorado conquista immediatamente i lettori (La lettura del Corriere della sera lo proclama «libro dell’anno» per il 2020) e annienta i luoghi comuni della serialità televisiva americana, ma anche quelli della cosiddetta Small Town Literature.  

Per comprendere il segreto di una small town

Per la verità, Jack Burdette, protagonista del romanzo, torna a Holt certamente non animato dalla stessa nostalgia del lettore. Pur essendovi nato e cresciuto, figlio tardivo e inquieto di un uomo perennemente ubriaco e di una donna bigotta e taciturna, della sua città Jack è – insieme – prodotto ed esubero. Tutto in lui è esorbitante: la muscolatura, la forza, l’abilità nel football, lo sprezzo delle regole. Eppure, quelle regole gli servono; sono il parametro del suo essere oversize, ne ha bisogno per affermare la sua personalissima misura. Tant’è vero che fuori da Holt – all’università come nell’esercito – Jack è fuori posto:

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Perché leggere La fidanzata di Achille di AlkiZei

51-4EnZ8xiL._SX342_SY445_QL70_ML2_.jpg IL TRENO E’ IN PARTENZA. ELENA STA IN PIEDI davanti al finestrino e guarda fuori. Cioè deve stare in piedi e guardare. È la prima volta che viaggia in vagone letto. Porta una camicia da notte rosa con i pizzi. L’ha comprata alle svendite al supermercato. Le sue si sono scolorite a forza di lavarle alla lavanderia automatica del quartiere. Non si può viaggiare in vagone letto con una camicia scolorita! […] Fuori dal finestrino del treno sta in piedi un uomo con un abito scuro e un cappello a larghe tesi. Porta occhiali scuri. È il regista. Chissà perché si veste così. Il treno dell’orrore. Una superproduzione. Ci lavorano quattro protagonisti famosi e duecentocinquanta comparse. Fra le comparse: Elena, Evghenios, Panos, Anna e Stèfanos. Ottanta franchi al giorni e almeno cinque giorni di riprese. Quattrocento franchi! Nessuno di loro ha un libretto di lavoro. Ma ha combinato tutto l’aiuto-aiuto-regista, che è amico di Stèfanos. È un extraparlamentare di sinistra, e sa tutto della Grecia. Della dittatura dei Colonnelli, dei profughi politici, dei fuoriusciti. Anche di cose successe molto prima, l’Occupazione e la guerra civile.

Perché la Storia ti colpisce come un treno in corsa

AlkiZei è stata una delle più importanti scrittrici per ragazzi greca, La fidanzata di Achille, Crocetti, Milano, 1998[1]è il suo unico libro per adulti; pressoché sconosciuto in Italia, è ormai un classico della letteratura contemporanea grecae offre un efficace affresco del dopoguerra di cui l’autrice stessa fu protagonista. La Zei fu membro attivo della Resistenza ed esule in Russia fino al 1964, per poi emigrare di nuovo a Parigi all’indomani della dittatura dei colonnelli: in Elena, la protagonista della storia, c’è indubbiamente la sua eco.

Il romanzo prende le mosse dalle riprese parigine del film “Il treno dell’orrore” in cui gli esuli greci figurano come comparse, la scrittura si muove compulsivamente su due piani, che si attirano e respingono: il presente, in terza persona, e il passato, raccontato direttamente da Elena, la fidanzata di Achille. E’ un libro di memoria individuale e collettiva. Il treno è anche il mezzo che trasporterà Elena durante la sua rivoluzione e scoperta di sé: Pireo- Atene, Atene-Roma, Roma-Parigi, Parigi- Mosca, Mosca Taškin, Taškin- Mosca, Mosca-Atene, Atene-Parigi.

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Burton, Anatomia della Malinconia, appunti di lettura

anatomia-malinconia.jpg In un’ipotetica genealogia del romanzo qualcuno potrebbe mettere come capostipite la storia di uomo naufragato su di un’isola, che grazie al suo ingegno sopravvive (vicenda che il suo autore spacciò come vera pur non essendolo), oppure la storia di un orfanello e delle sue vicissitudini nell’Inghilterra del ‘700, o la lettere in cui una giovane donna racconta come fu ingannata dal ribaldo di turno, oppure il racconto della vita e delle opinioni di un uomo, la cui nascita ci viene raccontata solo a metà del libro in questione; oppure la storia di un cavaliere pazzo e del suo strambo rapporto con la realtà; potrebbe, infine,  essere alla radice di questa ipotetica genealogia la storia di due giganti e del loro allegro inferno, altri potrebbero affermare che i romanzi nascono da alcuni libri biblici (Tobia, Ester) oppure dalle satire menippee, dai dialoghi socratici o ancora dal resoconto di una cena di un ricco liberto romano. 

A questa rapida e neppure troppo esaustiva carrellata di autori e temi nessuno si sognerebbe di aggiungere un testo di medicina, o presunto tale, che venne pubblicato a metà del ‘600 (la prima 1621, l’ultima e definitiva nel 1651). L’autore, Robert Burton,è  un oscuro bibliotecario, scrittore di un unico libro, cui ha dedicato tutta la vita; un libro abnorme, estravagante, composito, tanto citato quanto poco letto per intero, che ha per titolo Anatomia della Malinconia, di cui Bompiani ha pubblicato la versione integrale (a cura di L. Manini e A. Roselli)

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Dialogo con Sebastiano su Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

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Mò, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese, vanno dicendo che sono matto. E mica da mò, che me lo devono dire loro, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese che sono matto. Pure io lo so, e sempre ci penso, notte e giorno, d’inverno e d’estate, ogni giorno che il Padreterno fa nascere e morire, con lo scuro e con la luce, ci penso, che c’ho sempre pensato per vedere di capire come mai sta coccia mia da quasi normale s’è fatta na cocciamatte, tutta na matassa sgarbugliata fuori di cervello. Che poi è come se uno cammina dritto e di botto a un bivio tutto storto come una serpe gli s’intreccia la sguardatura e cambia strada che manco se ne accorge, e così di botto ti ritrovi in un posto che non hai mai visto prima di allora, che non riconosci niente, le case, gli alberi, le facce delle persone, le voci, manco le voci e ti stona pure la voce bella di tua madre, e non sai ritrovare manco la fontana della piazza grande, che pure è grossa, e dopo i piccioni per dispetto ti cacano sulla testa, non ritrovi manco la casa dove sei nato con quel portonaccio di legno vecchio tutto sgarrupato, che i tarli ci fanno le case popolari, ci fanno, e se lo sugano pezzo pezzo, pure la ruggine e la muffa si mangiano quei tarli (pp.5-6). [1]

 Un regalo

«Prof»mi ha detto Sebastiano al termine dell’estate – «prof, ho letto un romanzo che mi ha esaltato, deve leggerlo anche lei! Voglio sapere che ne pensa!».

Sebastiano Mancuso è stato mio allievo ormai una decina di anni fa, si è laureato in relazioni internazionali e adesso lavora in Giordania; per un certo periodo, finito il liceo, ha continuato a farsi suggerire da me i libri per l’estate, come faceva da studente, finché ha iniziato a suggerirli lui a me. A settembre mi ha regalato Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Minimum fax, 2019), il romanzo per cui Remo Rapino ha vinto il Campiello. Avevo letto le recensioni, avevo ascoltato per radio, subito dopo il premio, un’intervista all’autore, ero curiosa; però, presa da altro, rimandavo. Ma, adesso che me lo regalava Sebastiano, c’era di mezzo pure una promessa da prof. E finalmente l’ho letto. Nel frattempo Rapino rilasciava altre interviste, sul romanzo si scrivevano moltissimi articoli, alcuni attori addirittura ingaggiavano una sorta di appassionante tenzone leggendolo nel dialetto loro e di Bonfiglio Liborio, orfano di madre e figlio di padre ignoto, si svelavano tuttavia parentele d’altro sangue – con don Chisciotte, col principe Myškin, con Gonzalo Pirobutirro, con Vincenzo Rabito, perfino con Forrest Gump; e anche Sebastiano mi scriveva le sue considerazioni, un po’ come faceva da ragazzino, sebbene adesso sia un uomo e storia e storie ne abbia lette quasi quanto me. Che potevo aggiungere, io? «Questo» - mi sono risposta alla fine; cioè le sue considerazioni e lui che mi chiede le mie, su questo romanzo in particolare, tanto da regalarmelo.

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L’invenzione del vero nella Città dei vivi di Lagioia

978880623333HIG.jpeg Mosse di avvicinamento

Prima che uscisse il nuovo libro di Nicola Lagioia ignoravo che si occupasse dell’omicidio Varani: di quest’ultimo, anzi, sapevo solo che era accaduto nella capitale. Per quel che mi riguarda, più i fatti di cronaca nera sono efferati e si fanno eclatanti, più mi allontano dal circo mediatico che si crea loro intorno. Dunque all’uscita de La città dei vivi mi sono dovuta interrogare sull’effettiva disponibilità a leggere un lavoro non finzionale su un caso così cruento. Alla fine mi sono decisa per un atto di fiducia: la lettura della Città dei vivi, mentre mi inghiottiva, mi spingeva a chiedermi perché l’autore l’avesse scritta e perché io la leggessi, peraltro avvertendo un crescente desiderio di arrivare all’ultima pagina. Cercherò dunque di riportare le considerazioni su questa esperienza di lettura che mi ha, in una qual misura, scissa.

Una trilogia feroce

L’attraversamento del testo – 459 pagine, suddivise in sei parti – è avvenuto, infatti, a due livelli: paradossalmente, a mano a mano che entravo nella logica della narrazione e accettavo l’idea che gli elementi finzionali fossero davvero minimi (verificando i dati relativi alla cronaca direttamente sul web per accertarne la veridicità), la parte di me più avida di “storie” si immergeva nel racconto. Seguivo le tracce del più truce dei noir di cui tutto era stato sbattuto in TV e in prima pagina fin dalle prime ore e poi per mesi anche sui social. Al contempo però, ogniqualvolta chiudevo il libro, la mia parte razionale prendeva le distanze dal racconto e ribadiva la necessità di capire la ragione per cui Lagioia avesse deciso di intraprendere la rielaborazione di un fatto di cronaca – un’ossessione conoscitiva condotta senza compiacimento -  rinunciando a una narrazione di tipo finzionale quale gli era stata fino a quel momento congeniale.

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Jacopone da Todi, lo scandalo del Natale

Jacopone-da-Todi.png Il conflitto con l’incarnato

L’Amore esmesurato, l’Amore che firisce, l’Amore che annichilisce: l’Amore che inabissa («Iesù, speranza mia, abissame  enn amore» - LXXXIX).

È questa la cifra umana sulla quale Jacopone da Todi basa la propria esperienza poetica e di mistico irrisolto in Dio. Un amore incontenibile e incontenuto, corollario diretto dei due temi sui quali si incardina la poesia di Jacopone nelle Laudi: l’evento dell’incarnazione e la passione e morte di Cristo. Se il tema della morte del figlio di Dio, e ancor più del figlio della Mater, trova nella lauda Donna de’ Paradiso l’espressione più compiuta, altrettanto importante, seppure misconosciuto, è l’affrontamento dell’incarnazione celebrata nel Natale. A fronte di laudi note che trattano direttamente il tema come la citata Amore de caritate, è possibile rintracciare nell’intero corpus referti continui sulla natività, che esprimono tutti lo sconcerto per il mistero di un assoluto che si innesta nella storia umana ma che osano anche il conflitto del dubbio e della domanda.

L’amore esmesurante, ineffabile, folle.

Il paradosso dell’infinito che si cala nel finito, nella forma più umile, è anzitutto per Jacopone fonte continua di stupore («Lo celo sì abbandona e per terra sì anda; / ennante sé non manda ricchezza per usare. / En stalla se vòl stare, palazzo abandonato; / seco non n'à menato alcun suo servidore» - LXXXIV), reazione che come spesso accade per l’umbro confina con l’avvertimento dell’insensatezza («Ebrio par diventato o matto senza senno, / lassanno sì gran renno e sì alte ricchezze. / Ma com'è ciò scontrato, de tal mattezza senno?» - LXXXIV). Eppure, è attraverso la percezione violenta dell’evento che spariglia e spacca in due la storia dell’umanità che si origina una prima reazione peculiare nell’esperienza poetica di Jacopone: il canto dell’Amore esmesurato. Porsi a fronte del mistero dell’assoluto, circoscritto nel tempo e nello spazio dell’incarnazione, genera per Jacopone tale inevitabile stato dell’anima ma anche dei sensi. Nei momenti di grazia in cui questa contemplazione esperienziale è permessa, è concessa, è acquistata, la poesia prorompe in quello iubelo de core che cancella il mondo e unisce il mistico e poeta all’amore divino («O iubelo del core, che fai cantar d’amore!» - IX). È una condizione privilegiata, ma che un passo dopo genera conflitto, fino a una frattura tra il contemplante e le sue capacità d’espressione prima, con il resto del mondo poi. Nel primo caso la separazione si declina nella percezione iacoponica del sentimento dell’ineffabilità, del non poter dire (Quanno iubel se scalda, sì fa l’omo cantare; / e la lengua barbaglia e non sa che parlare» - IX). Nel secondo caso, lo iato che patisce il poeta è quello con il mondo e il suo giudizio: un innamorato di Dio, al cospetto dell’ amore incarnato che genera esmesuranza, non può che apparire al resto del mondo come un folle di Dio («Chi non ha costumanza te reputa ’mpazzito, / vedenno esvalïanza com’om ch’è desvanito» - IX). È uno status questo doloroso ma inevitabile per chi vuole accedere al sommo bene: «Chi pro Cristo ne va pazzo, a la gente sì par matto; / chi non à provato el fatto, par che sia for de la via» (IX).

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Storia della mia copertina: I fratelli Michelangelo

Vanni-Santoni (1).jpg Raccolgo l’invito di Morena Marsilio, emerso durante questo dialogo attorno al mio esordio Personaggi precari, la storia della cui copertina già fu raccontata su queste pagine, ad aggiornare tale narrazione con quella della copertina dei Fratelli Michelangelo, il mio romanzo più recente. Storia, anch’essa, non priva di accidenti.

Quando il testo cominciava a prendere la sua forma definitiva, la prima idea emersa fu di una soluzione grafica in cui titolo e immagine si ibridassero, come quelle che vanno molto oggi nell’editoria anglosassone e diversa quindi dallo standard della collana SIS di Mondadori. L’idea era avere un albero al centro, a ricordarne uno genealogico, ma anche l’ambientazione del piano presente del romanzo, nella foresta appenninica di Vallombrosa. Una buona idea, che tuttavia non mi convinceva fino in fondo. Se il rimando “forestale” era buono, meno persuasivo era per me quello alla genealogia. Il libro conteneva già un albero genealogico, e già questo sarebbe stato un po’ ridondante, ma soprattutto il suo scopo era diverso da quello che hanno normalmente gli alberi genealogici all’inizio dei romanzi: l’intento era infatti sottolineare le molte mogli di Antonio Michelangelo e l’orizzontalità di famiglia e libro – I fratelli Michelangelo è la storia dei suoi figli Enrico, Louis, Cristiana e Rudra, molto più che della loro peraltro scomposta famiglia – nonché il fatto che i Michelangelo erano tutto meno che una dinastia.

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Un capolavoro sconosciuto? Su Mille esempi di cani smarriti di Daniela Ranieri

51sFp0SxhDL._SX336_BO1,204,203,200_.jpg Qualche giorno fa su facebook mi è capitato di leggere uno status di Riccardo Castellana che associava la copertina di un libro (Daniela Ranieri, Mille esempi di cani smarriti, Ponte alle Grazie, 2015) a una brevissima sua recensione che inizia così: “Quanti di noi si erano accorti, cinque anni fa, che l’editore Ponte alle Grazie aveva pubblicato un romanzo eccezionale?”. Personalmente non me n’ero accorta affatto, e facendo un breve giro online mi sembra che se ne siano accorti in pochi. Siccome mi fido del gusto di Castellana, e so che non è persona da spendere a caso un aggettivo come ‘eccezionale’, mi sono detta che forse valeva la pena di passare in libreria a comprare il romanzo.

Premetto subito due righe sugli effetti che mi ha fatto, come lettrice prima ancora che come persona chiamata per mestiere ad occuparsi di analisi letteraria. Per la settimana che è durata la lettura non sono riuscita a fare altro che leggere e aspettare di aver smesso di fare il resto per poter ricominciare: la mia attenzione è stata calamitata, la mia capacità di identificazione smossa e scossa in più punti, ho riso molto e… ho finito di leggere in lacrime, il che non mi capita di frequente. Lacrime di strazio, di stupore e gratitudine per essere stata presa per un braccio, trasportata attraverso una narrazione lucida ed emotivamente potente, deposta a terra al termine del viaggio stupita, commossa e un po’ trasformata. Credo che l’ultima volta sia capitato ben più di un lustro fa con Austerlitz di Sebald – mica l’almanacco di Geppo. Detto questo, comincio la vera e propria recensione.

Mille esempi di cani smarriti (titolo flaubertiano, tratto da un passo di Madame Bovary, e di cui solo nell’ultima pagina capiamo il senso) è un romanzo di cinquecento pagine che racconta di squarcio la vita di alcuni personaggi, tutti legati tra loro da vincoli di più o meno interessata amicizia, amore o parentela. La gestione dell’architettura narrativa è sapiente, e viene dritta dritta dal modernismo: le tappe del romanzo sono scandite dalla partecipazione di quasi tutti questi personaggi (c’è un’assenza che solo molto più avanti risulterà assai significativa) a una cena di compleanno sulla terrazza di un costosissimo appartamento di Roma nord. Poi – lentamente, in maniera prima fortuita e quasi inavvertita, poi sempre più evidente – la struttura si apre a ospitare pagine di diversa ambientazione che approfondiscono, variando il fondale, le relazioni tra alcuni personaggi, raccontano per frammenti la loro storia, stabiliscono un continuo andirivieni tra vicende che intuiamo intrecciate. Tutto è sorretto e scandito dallo spazio di poche ore della serata, in cui si incastonano i frammenti delle azioni e delle vite precedenti a quel momento: vent’anni, sei mesi o tre giorni prima. Tutto è necessario a costruire il momento in cui la cena precipiterà in un’inaspettata resa dei conti.

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Un desiderio assoluto di bene – su Kolja di Giulia Corsalini

corsalini-cover.jpg Non so bene che cosa preparare per l’arrivo dei bambini. Ho controllato nei cassetti se ci sono lenzuola singole per il letto a castello e matrimoniali, per cambiare quelle del letto dove dormo io. Staranno qui due giorni e una notte, ogni fine settimana, per tutto il tempo che saranno ospiti dell’istituto, due mesi, mi pare. Mia moglie al telefono non mi ha spiegato altro. Non so ancora come ci distribuiremo, ma è probabile che lei dorma con le due bambine, e io con il ragazzino nella camera più piccola; o magari i tre fratelli vorranno dormire insieme e allora lei starà con me, nel letto a castello, uno sotto, l’altro sopra. Sarebbe singolare, dopo tanto tempo, sentire il suo respiro e osservare la sua sagoma nell’oscurità, il gesto di scoprirsi, sfilare il pigiama, allacciarsi il reggiseno girandomi le spalle. Nei mesi precedenti il nostro matrimonio, quando mi capitava di dormire lontano e solo, immaginavo ogni volta di dividere la camera con lei; adesso, che intravedo i letti scoperti – e tutto arieggia nelle piccole camere per vincere l’odore dell’umidità e del chiuso, e arriva la brezza marina, stamattina fresca e asciutta come la luce del sole – è un po’ lo stesso: è una nostalgia d’intimità, di “camera in comune”, che da anni avverto pensando a lei, assoluta e indipendente dalle altre implicazioni di una condizione coniugale, o anche solo amorosa.

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Fra Marche e Ucraina, andata e ritorno

All’inizio dell’estate, mentre l’Italia si leccava le ferite della prima ondata del coronavirus, usciva per Nottetempo il secondo romanzo della scrittrice recanatese Giulia Corsalini: Kolja. Una storia familiare. Il libro, di cui abbiamo appena letto le prime righe, arriva due anni dopo l’esordio, fortunatissimo, con La lettrice di Čechov (pubblicato sempre da Nottetempo, vincitore di diversi premi: Mondello, SuperMondello, Gli Asini, Bergamo). Come nel primo romanzo, in Kolja lo sguardo di Corsalini si rivolge verso est, e in particolare verso l’Ucraina. Così le colline marchigiane da un lato, e i vasti sfondi ucraini dall’altro, diventano i due poli entro i quali si sviluppano storie profonde e delicate, raccontate con empatia e sobrietà, di esseri umani che scoprono, e imparano ad accettare, la bellezza e lo strazio dello stare al mondo.

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