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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Perché leggere Il lanciatore di giavellotto di Paolo Volponi

 

2560008160208 0 0 0 500 75 Dalla metà di ottobre, con la mattina che batteva più bianca alla finestra e con il rumore del fiume ormai dentro casa, la nuvola e il fico erano diventati un riferimento fisso per Damiano Possanza. Mentre si preparava per la nuova giornata, la matassa grigiastra che si opponeva al sole e la macchia verde dell’albero occupavano la sua vista e il suo pensiero.

La nuvola era ferma sulla foce ormai da qualche giorno, sempre alla stessa altezza, uguale di forma e di colore fino al tramonto, quando si incendiava; e alla sera, quando si spegneva in un bianco di cenere. Anche di notte la nuvola premeva sul varco del fiume, tra le fiancate nere dei monti.

Il portamento del fico era tutto espanso già dall’alba, metà verde e metà giallo sopra il muro di cinta, contro la collina e il bordo della nuvola dall’altra parte del fiume. Per l’effetto dei due colori delle foglie sembrava che di continuo si sovrapponesse a se stesso.

Aveva ben scelto Possanza il getto di un fico sultano e bene anche il sito e la terra dove piantarlo e le correnti cui affidarlo, allo scopo di ricordare e di accompagnare rigogliosamente la nascita e la crescita del primo nipote, quello che per tradizione doveva rinnovare il suo nome.

Adesso il piccolo Damiano e il fico compivano nove anni, entrambi in buona salute. Il nipote era ai primi giorni di scuola e usciva di casa prima di lui dopo averlo ammirato per un momento sbarbarsi alla finestra con il rasoio a mano libera, il pennello soffice di tasso, il vasetto colmo di schiuma odorosa di mandorla. Per salutarlo gli toccava la cintura che gli scendeva aperta sui fianchi e dopo sbatteva la porta di casa senza riaccompagnarla, con un colpo da uomo.

La nuvola fluttuava e il suo riflesso lambiva la ringhiera della scala.

Il fico continuava il giuoco di rincorrersi con i rami diversi finestra per finestra: quella della cucina era socchiusa e la nuora illuminava il raggio che ne veniva con la vestaglia rosa di cittadina. I suoi colpi maldestri sulle stoviglie e sull’acquaio cadevano uno dietro l’altro con uno strano accanimento, tra il richiamo e il canto.

Possanza evitava di guardare quella bellissima donna discinta, con tutto il collo e le braccia nude, con il petto che si muoveva sotto il lucido della camicia. Andava di proposito a dare uno sguardo alla piccola Lavinia, la nipote, ancora dentro la culla in fondo al letto dei genitori. Ma oltre al conforto della tenerezza di quel sonno, gli toccava di raccogliere, anche se evitava di sapere se volontariamente o no, la visione del letto disfatto, più basso dalla parte della sposa e un profumo che l’avrebbe accompagnato a lungo, fino a mischiarsi anche nel tatto con quello della creta lavorata.

Perché leggere La scatola nera di Amos Oz

fotogghj Caro Alec,

Se non hai distrutto questa lettera appena riconosciuta la mia grafia sulla busta, è segno che la curiosità è più forte dell'odio. O che il tuo odio ha bisogno di nuovo combustibile.

Adesso impallidirai, stringerai le mascelle da lupo come fai sempre, sino a far scomparire le labbra, infine ti accanirai su queste righe per scoprire ciò che voglio da te, che cosa ho l'ardire di chiederti dopo sette anni di assoluto silenzio fra di noi.

Quel che voglio è che tu sappia che Boaz si trova in una brutta situazione. Voglio che lo aiuti il più in fretta possibile. Mio marito e io non possiamo fare nulla, perché Boaz ha troncato ogni rapporto. Come te, del resto.

Scoperchiare

Non so se i lettori di Amos Oz, di fronte all’intera sua produzione, sceglierebbero proprio La scatola nera (1987; trad.italiana di E. Loewenthal 2002): quando un grande scrittore scompare, chi lo ha molto amato, chi lo ha avuto accanto per circa cinquant’anni, difficilmente accetta di ricondurlo a un’opera soltanto, quasi gli si facesse un torto a non ricordare contemporaneamente le altre; ed è giusto che sia così, tanto più che questo romanzo forse meno di altri dello stesso autore si presta a far da paradigma della sua bibliografia, come di un tema in particolare o di un’epoca. Non è dunque alla ricerca di una presunta esemplarità che si prende in mano La scatola nera, ma per aprirla e guardarci dentro. E’ un’operazione difficile, perché, se da un lato impone di restare lucidi e attenti come davanti al reperto incontrovertibile e stringente di una catastrofe, più spesso scuote e travolge, come accade a Pandora davanti al leggendario vaso; perché questo romanzo ha l’evidenza demistificante e spesso cinica dei fatti accaduti e accertati e le risorse nascoste di un mito di rigenerazione.

Per questo vale la pena di togliere il coperchio, per trovare il coraggio di guardare quello che spaventa, la contiguità inevitabile tra eventi che si vorrebbe tenere distanti e separati e che invece reclamano uno spazio di deflagrazione, ma anche e finalmente di ricomposizione.

Forme d’amore improvviso: Almarina di Valeria Parrella

978880623061HIG Con il romanzo Almarina (Einaudi, 2019) Valeria Parrella sembra reclamare la possibilità di vedere riconosciute “forme d’amore improvviso” come quello che scocca in Elisabetta Martorano per una giovane detenuta conosciuta nel carcere minorile di Nisida, dove la donna insegna.

Nel prologo del romanzo – cinque pagine che tracciano la parabola esistenziale e spazio-temporale di tutta la vicenda -  è espressa, in nuce, la spinta che anima le protagoniste rispetto a una vita che le convenzioni sociali e burocratiche vorrebbero già predeterminata: dalla trafila prevista per l’adozione o l’affido al diritto di cittadinanza; dagli stati di famiglia ai casellari giudiziari; dai regolamenti carcerari agli stati civili.

L’io narrante, Elisabetta, è rimasta vedova a cinquant’anni e vive una condizione di solitudine che, secondo il senso comune e le normative, dovrebbe precluderle la possibilità di crescere un figlio. Invece, a tre anni di distanza dalla perdita del marito, si reca presso il Tribunale dei Minori per chiedere in affido Almarina. Per quest’ultima, del resto, le consuetudini procedurali vorrebbero che, a fine pena, venisse indirizzata a una comunità come quella di don Valentino. Invece un rapporto imprevisto -  a metà tra il materno e il sororale - rivendica il diritto di essere vissuto e rispettato:

Voi che giudicate siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d’amore improvviso vi mettono in sospetto. Volete che l’amore proceda per gradi, vorreste intravederne un percorso lineare, guardare, morbosi, tutto.  […] Io mi sono legata a Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un gran nuotatore (V. Parrella, Almarina, Torino, Einaudi, 2019, p. 57).

Elisabetta e Almarina, in linea con altre protagoniste già tratteggiate da Parrella (basti pensare al romanzo Lo spazio bianco), scelgono lo scarto rispetto alla norma, trasformano una svolta imprevista e dolorosa in cambiamento audace:

Elisabetta lo fa dopo aver rimesso insieme tanto i ricordi del suo matrimonio con Antonio (“Credo che il matrimonio sia cominciato così: che mischiammo i libri”), quanto quelli dei tre anni trascorsi a elaborare il lutto per un marito molto amato (“Da tre anni vado in giro con il passaporto invece che con la carta d’identità, perché sul passaporto non c’è scritto lo stato civile”). Almarina, dal canto suo, accetta la proposta di Elisabetta senza false promesse: in lei c’è l’aspirazione a un futuro tutto da inventare, il sogno lontano di vendere profumi (“lei ogni tanto dalla panchina indicava verso il muro di cinta, con le garitte e il filo spinato, perché laggiù in quel punto, ormai, lampeggiava l’insegna della profumeria. ALMARINA”); del passato le resta il desiderio di ritrovare notizie del fratello Arban, arrivato in Italia con lei ma dal quale è stata separata.

Perchè leggere La tregua di Primo Levi

list485  In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Nei primi giorni del gennaio 1945, sotto la spinta dell’Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Mentre altrove, in analoghe condizioni, non avevano esitato a distruggere col fuoco o con le armi i Lager insieme con i loro occupanti, nel distretto di Auschwitz agirono diversamente: ordini superiori (a quanto pare dettati personalmente da Hitler) imponevano di “recuperare”, a qualunque costo, ogni uomo abile a lavoro. Perciò tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi. Da vari indizi è lecito dedurre la originaria intenzione tedesca di non lasciare nei campi di concentramento nessun uomo vivo, ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidità dell’avanzata russa, indussero i tedeschi a mutare pensiero, e a prendere la fuga lasciando incompiuto il loro dovere e la loro opera.

Nell’infermeria del lager di Buna-Mònowitz eravamo rimasti in ottocento. Di questi, circa cinquecento morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivassero i russi, ed altri duecento, malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi.

La prima pattuglia russe giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, chè la fosse era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.

Erano quattro giovani a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

Villalta – L’apprendista, dalla sacrestia uno sguardo sul mondo

71MrECov4ML Il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta, L’apprendista (Sem - Società Editrice Milanese), rappresenta il vivere contemporaneo incastonando tre specole periferiche, l’una dentro l’altra. C’è infatti un paesino del nord est, in Friuli, luogo “minore” di una geografia che lo sprawl urbano omologa, livellandone l’originaria configurazione. C’è la sua chiesa che, in una società secolarizzata, diviene un osservatorio privilegiato per monitorare, in piccolo, mutamenti che in realtà sono di più ampia scala. Infine la terza periferia da cui guardare il mondo è la vecchiaia: i personaggi centrali della vicenda, Tilio e Fredi, sono infatti due anziani, rispettivamente di 72 e 84 anni e, se attraverso i loro occhi si registrano i cambiamenti del presente, grazie ai ricordi e alle riflessioni si rappresenta il passato.

La provincia qui costituisce un perfetto contraltare dell’esperienza della contemporaneità: quest’ultima, raccontata da una zona laterale, emerge con il suo rimosso, non visibile “da chi sta troppo dentro lo spirito del tempo” ( cfr. S.  Brugnolo )

Se ci fosse ancora il supermercato.

Era troppo piccolo. Ci andavano solo i vecchi, come lui, senza auto, altri che gli hanno tolto la patente, e quelli che fanno due euro di spesa per passare il tempo […]. Prima hanno chiuso il reparto macelleria. Poi la verdura. Solo carne e ortaggi confezionati. Infine erano rimasti in due, uno a riempire gli scaffali e una alla cassa. […] Si chiamava supermercato quando l’hanno aperto, ma con il tempo è diventato piccolo, una bottega in confronto ai nuovi. I nuovi sono iper, e i super chiudono. Due, cinque volte più grandi della chiesa, che è la più grande della provincia. E poi c’è la Ipercoop, al centro commerciale.

Nel romanzo, seppur narrato in terza persona, domina il  monologo interiore di due personaggi: quello del protagonista Tilio, l’apprendista,  e quello di  Fredi, il sacrestano  effettivo.  Quest’ultimo, che talvolta lo tratta alla stregua di un garzone di bottega, è indispensabile per mettere a fuoco le caratteristiche psicologiche e sociali di entrambi. Anzi la relazione tra i due, inizialmente caratterizzata dalla diffidenza del più vecchio, diviene a poco a poco una burbera e tardiva forma di amicizia:

«Intanto» cambia discorso Tilio «mi dici che cosa resta da fare per finire le pulizie e poi ti accompagno a casa».

Fredi sta per dirgli di non permettersi, lo sa lui cosa deve fare, quando andrà a casa e con chi. Poi invece risponde: «Faccio come te, ti ascolto, decidi tu, però poi devi fare le cose come ti ho detto io». (p. 131)

Perché leggere "Gli indifferenti" di Alberto Moravia

GliIndifferenti2 In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l'uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un'oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.

“Mamma sta vestendosi”, ella disse avvicinandosi “e verrà giù tra poco”.

“L’aspetteremo insieme”; disse l’uomo curvandosi in avanti; “vieni qui Carla, mettiti qui”. Ma Carla non accettò questa offerta; in piedi presso il tavolino della lampada, cogli occhi rivolti verso quel cerchio di luce del paralume nel quale i gingilli e gli altri oggetti, a differenza dei loro compagni morti e inconsistenti sparsi nell’ombra del salotto, rivelavano tutti i loro colori  e la loro solidità, ella provava col dito la testa mobile di una porcellana cinese: un asino molto carico sul quale tra due cesti sedeva una specie di Budda campagnuolo, un contadino grasso dal ventre avvolto in un kimono a fiorami; la testa andava in su e in giù, e Carla, dagli occhi bassi, dalle guancie illuminate, dalle labbra strette, pareva tutta assorta in questa occupazione.

“Resti a cena con noi?” ella domandò alfine senza alzare la testa.

“Sicuro”, rispose Leo, accendendo una sigaretta; “forse non mi vuoi?” Curvo, seduto sul divano, egli osservava la fanciulla con una attenzione avida: gambe dai polpacci storti, ventre piatto, una piccola valle di ombra fra i grossi seni, braccia e spalle fragili, e quella testa rotonda così pesante sul collo sottile.

‘Eh che bella bambina’; egli si ripetè ‘che bella bambina’. La libidine sopita per quel pomeriggio si ridestava, il sangue gliene saliva alle guancie, dal desiderio avrebbe voluto gridare.

(Da A. Moravia, Gli indifferenti, Nota critica di A. Grandelis, Milano, Bompiani, 2017, pp. 7-8)

Libreria Pangea (Padova) - Inchiesta Librerie Indipendenti/4

IMG 20200220 105213 Si conclude con questo pezzo, giunto in redazione poco prima del lockdown e programmato originariamente per il 13 marzo, l’inchiesta sulle librerie indipendenti che, come tutte le realtà legate al mondo della cultura, hanno risentito e risentiranno ancora a lungo delle restrizioni e dei limiti imposti dalle misure di distanziamento sociale. Ringraziando i librai che hanno aderito all’iniziativa, ci auguriamo che possano ancora una volta trovare forme di resistenza e reinventare modi di promozione della lettura.

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a cura di Morena Marsilio

1. Fondare una libreria indipendente oggi è un atto temerario. Quali sono state per voi le ragioni che vi hanno spinto ad iniziare e come avete scelto l’area o il luogo in cui dar vita a questa attività?

Quando, nel 1995, è stata aperta la libreria, il mercato era diverso e la scelta di specializzarsi in viaggio, cartografia, montagna e nautica seguiva gli interessi dei due fondatori e si è rivelata buona. Quando rilevai la libreria a fine 2006 ho ampliato il campo di interesse inserendo ad esempio uno scaffale di graphic novel e illustrazione, uno di botanica, ma cercando sempre di mantenere un’identità precisa, quindi i libri riguardano sempre il viaggio, la geografia, le diverse culture, il paesaggio, la montagna e la nautica. Dopo un breve periodo in una via meno centrale, a fine anni Novanta la libreria è stata trasferita in una laterale di Piazza del Duomo, con maggiore visibilità, maggior passaggio, una saletta per gli eventi e un affitto che si fa sentire.

2. Case editrici, tematiche, generi letterari: praticate delle scelte elettive in questi campi? Da che criteri e progetti sono guidate?

La scelta è fondamentale per una libreria indipendente e la specializzazione della libreria si può declinare in tanti modi, dalla cartografia alla letteratura. Scelgo da cataloghi di editori di settore ma anche titoli di editori di varia che trattino i temi della libreria e che mi sembrino interessanti.

La scelta è dettata dall’argomento trattato, dalla stima che posso avere per certi editori o per certi autori, da passioni mie, anche da preziose segnalazioni di clienti.  Anche la collaborazione con gli agenti (alcuni) aiuta ad orientarsi nella gigantesca quantità di titoli proposti ad ogni cedola.

Nell'intercapedine

 

414poHy265L. SX328 BO1204203200  Pubblichiamo questo articolo di Simone Ghelli, una riscrittura di un suo racconto intitolato "L'ora migliore" e uscito nella raccolta omonima per Il foglio nel 2011 e ora fuori catalogo. In questo racconto Ghelli riflette sul senso della scrittura davanti all'ipertrofia del mercato editoriale.

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Non di rado mi sveglio nel cuore della notte: alle tre, alle quattro. Resto immobile, nel buio della sala cinematografica allestita dietro le mie palpebre. M'immagino rannicchiato, in posizione fetale. Immagino di riavvolgere il film della mia vita, di prendere strade alternative. Se solo avessi detto no quella volta, se fossi stato più intraprendente quell'altra. Le storie s'intrecciano, si arricchiscono di particolari mentre i miei muscoli accennano timidamente una reazione. Istintivamente, mi porto una mano al torace.

Potrebbe essere il momento giusto. Il pensiero di farcela, di rompere con la routine – la passività dello spettatore solitario, rapito dalla visione – accende le propaggini. Le dita delle mani si agitano, vorrebbero afferrare. I piedi scalpitano. Potrei alzarmi per riversare il materiale – si dice così quando qualcosa passa da un supporto all'altro, in questo caso dalla mente allo schermo; che in un certo senso sono la stessa cosa: una lavagna su cui i dati possono essere trascritti e riscritti all'infinito.

Potrei alzarmi e invece preferisco mantenere l'atto in potenza. Preferisco lasciarmi cullare dalle tentazioni del tempo condizionale.

Ho paura d'invecchiare, non voglio guardare avanti. Mi rifiuto di sentire il rumore che faccio quando mi rompo. Quando inizierò a guastarmi, sarò arrivato a fare almeno un centesimo di quello che avrei voluto? Il rovello rimane lì, conficcato nella carne, che lavora in silenzio.

Non di rado mi sveglio nel cuore della notte, spesso è un sogno in un altro sogno. È come se un altro corpo fosse sopra il mio e mi schiacciasse. Forse sono proprio io, quello che mi rifiuto di vedere. Sono io che ho attraversato indenne i terremoti del sogno, che ho assistito al crollo della mia casa, tanto a lungo inseguita.

Gli spifferi d'aria passano ovunque, c'è poco da darsi pena, perché un pertugio la natura lo trova sempre. Viene a battermi le nocche in testa come a chiedere il conto. Toc, toc?

Perchè leggere questo libro: Lezioni di tenebra di Helena Janeczek

9788860882660 0 0 317 75  In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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L’altra sera in televisione una tizia sosteneva di essere la reincarnazione di una ragazza ebrea uccisa in un campo di sterminio. Me l’ha detto il mio amico Olek, al telefono da Roma, e parlando con me continuava a seguire le tappe ricostruite non si sa come di quella vita precedente, il racconto preciso dei ricordi prenatali, e ripeteva «è allucinante». Allora ho concluso in fretta la telefonata, dicendo che il programma interessava anche a me, benchè non fosse vero, e ho acceso il televisore. Si vedeva una donna sulla trentina, psicologa secondo una scritta apparsa all’altezza del busto, che ormai non raccontava più di un’altra se stessa di nome Anna o Hanna, Baumann o Naumann, ma spiegava al pubblico di quel programma a casa, vasto e invisibile, il senso ricavato da quell’esperienza, e tutte le sue conclusioni. Poi la parola è passata agli esperti: a psicologi, parapsicologi, preti, lama buddhisti con monaci interpreti, a uno psichiatra ebreo che ha preso la parte della scienza, ma anche quella della religione definendola «non dogmatica» e ha concesso che sì, la tradizione mistica ebraica contempla l’idea della metempsicosi, però si tratta di una reincarnazione anonima e insondabile. Dubito che ne sapesse di più e che conoscesse bene l’argomento. […] Ho continuato a guardare ancora un po’ quel programma sulla reincarnazione ripetendomi, per attutire il fastidio e il vago senso di profanazione, «ma chi sei tu per ridere di queste persone, in buona fede, ma in fondo che ne sai tu».

Perché leggere La città sommersa di Marta Barone

9788858785393 0 0 626 75 Questa storia ha due inizi: almeno due, perché, come tutto quello che ha a che fare con la vita, è sempre difficile stabilire cosa cominci e quando, quale vertigine di casi fortuiti esista dietro ciò che sembra avvenire all’improvviso, o quale viso si è girato verso un altro in un momento del passato dando il via alla catena accidentale degli eventi e di creature che ci ha portato ad esistere. Innanzitutto – questo posso dirlo con discreta certezza – sono nata. Era marzo e nevicava, e l’anno era il 1987. I miei genitori si erano incontrati solo un paio di anni prima e si sarebbero separati definitivamente tre anni dopo.

Sono nata da una donna con un buco in testa. Mia madre aveva avuto un incidente tredici anni prima. Rimasi una settimana sotto osservazione perché ero in astinenza dagli antiepilettici che lei era ancora costretta a prendere. Dell’incidente, del coma, delle operazioni le è rimasto soltanto un lieve avvallamento nel punto in cui manca un frammento di cranio, sostituita da una rete di metallo coperta poi nel tempo dai suoi capelli fini, di piuma. Dorme sempre dall’altro lato, perché le fa ancora male la testa che non c’è.

Si può dire che da quel buco bene o male sono scaturita. La mia stessa esistenza dipende dalla ferita, porta aperta sul baratro delle possibilità. Quando mia madre è caduta da una motocicletta guidata da un altro, a ventitré anni era in viaggio con lui per ritirare dei documenti che sarebbero serviti per il loro matrimonio. Non è andata poi così. Ed ecco che in un certo senso la traiettoria di mia madre non ancora tale, della giovinetta dal viso appuntito delle foto dell’epoca, del suo corpo scagliato sull’asfalto di una strada provinciale, ha tracciato una nuova traiettoria irreversibile da cui poi sarebbe emersa la mia. (M. Barone, La città sommersa, Milano, Bompiani, 2020, pp. 13-14)

Per la coesistenza di sguardo dal basso e di consapevolezza metanarrativa