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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Le parole sepolte. La comunicazione ai tempi del covid-19

hqdefault Pubblichiamo oggi questo elzeviro di Alessandro Tamburini uscito su Agorà, inserto cultura del quotidiano Avvenire in data 31/3/2020.

Reclusi fra le mura domestiche, costretti a comprimere le uscite in uno spazio-tempo sempre più simile all'ora d'aria del carcerato, cerchiamo ogni possibile aiuto per colmare il vuoto della distanza dagli altri. I messaggi virtuali proliferano fino a portare al collasso la Rete, ma fanno rimpiangere più che mai il calore dello sguardo, del gesto, del contatto diretto fra le persone. Il telefono si prende invece la sua rivincita. La voce è in sé fisicità, muove da qualcosa che accade nel corpo e ne raccoglie pulsioni e sentimenti. Nemmeno l'immagine raggiunge la sua forza evocativa. Anche nel riascoltare quella registrata di chi non c'è più, viene da pensare che la voce sia la più profonda e insondabile chiave di riconoscibilità di una persona.

E come accade nelle situazioni estreme, quando la posta in gioco è la vita propria e di chi ci è caro, le parole si ricaricano del senso che avevano perduto. Balza subito alla mente Ungaretti che riscopre il valore primigenio della parola nella tragica realtà della guerra, come quando dall'incontro notturno con dei commilitoni scaturiscono i memorabili versi: “Di che reggimento siete/ fratelli”, in cui quel fratelli diventa “parola tremante” come “foglia appena nata”, pronunciata e sentita per la prima volta.

Così oggi, nel momento in cui pensare un'altra persona vuol dire essere in pensiero per lei, e telefonarle equivale davvero a “chiamarla al telefono”, espressioni prima ridotte a distratti convenevoli riacquistano una verità antica e nuova.

“Come stai?” significa: stai ancora bene? non sei stato colpito dal flagello? E un grado oltre: come stai vivendo questa emergenza, che può divenire anche emotiva e nervosa. La domanda mossa da sincero affetto per l'altro contiene anche una ricerca di personale rassicurazione, dato che la vicinanza di ieri può comportare un'odierna condivisione del pericolo. “A casa stanno tutti bene?” allude a sua volta a situazioni comuni a molti: l'anziano congiunto che rientra nella fascia più a rischio, il parente che lavora in ospedale, il figlio che studia all'estero, in un Paese che prima sembrava dietro l'angolo e di colpo è divenuto irraggiungibile.

Perché leggere Il bambino nascosto di Roberto Andò

31K6Xgfac1L   In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Nudo come un verme, lo sguardo fisso su una macchiolina giallastra al centro del muro, come ogni giorno, anche quel mattino putulente di fine estate, Gabriele Santoro si attardò a valutare la poesia che avrebbe scelto per radersi. Da qualche anno aveva l’abitudine di radersi mentre declamava dei versi, una liturgia che, senza saperlo, gli aveva suggerito un celebre neurochirurgo.

Una sera, durante una cena da amici, aveva orecchiato i bisbigli del medico alla sia vicina di tavolo, una vistosa trentenne che cercava in modo plateale di stuzzicarne l’esuberante lussuria. Il luminare le stava descrivendo gli esercizi di memoria cui era solito sottoporsi mentre si radeva, - libretti d’opera, canti dell’Eneide, o dell’Orlando Furioso, interminabili filastrocche di origine popolare – e ne esaltava gli effetti benefici per la mente, arrivando a teorizzare che con quella disciplina si potessero mettere in moto dei recettori analoghi alla dopamina, con prodigiose conseguenze sull’umore.

Da allora, Gabriele Santoro aveva iniziato a rileggere i suoi poeti preferiti e, a seconda dell’autore, o ella metrica, a recitarne i versi a memoria, sommessamente o solennemente.

Quella mattina scelse Itaca di Kostantinos Kavafis e giudicò che per quella poesia fosse consono un tono di spericolata intimità, nello stile di Salvo Randone, un attore che aveva fatto in tempo ad applaudire e ammirare sul finire della sua gloriosa carriera. Come sempre, si dispose a pronunziarne le parole e i ritmi riflesso nello specchio, e li intonò in un bisbiglio:

Laura Pariani - Lo sguardo dal basso della Bambina Senzapaura

978880623392HIG Laura Pariani è una narratrice di razza. Non ha solo alle spalle una produzione letteraria molto ampia (una trentina di titoli tra romanzi, racconti, libri per bambini, testi teatrali e fumetti) ma ha soprattutto il dono dell’affabulazione: ha mondi da raccontare e parole per costruirli. I temi che ricorrono nella sua narrativa sono sostanzialmente due: da una parte l’attenzione agli ultimi della terra (che possono prendere i volti dei pitocchi del Seicento, degli emigranti italiani in Argentina, delle fasce deboli della società, in primis le donne) e, dall’altra, la rappresentazione dell’infanzia.

Nel romanzo “Domani è un altro giorno” disse Rossella O’Hara (2017) – in buona misura autobiografico – il titolo allude alla capacità che le narrazioni hanno avuto di incidere sull’immaginario della piccola protagonista e di “salvarla” da un futuro di subalternità e di piattezza. Sono le storie – quelle lette sui libri e quelle viste al cinema – che, da un certo momento in poi, indicano alla Bambina il suo futuro:

È forse in questo momento che la Bambina prende a decisione di divenire scrittrice, per scrivere libri che vorrebbe leggere. Certo, a prima vista potrebbe sembrare in contraddizione con la sua scelta precedente: quella di diventare astronauta esploratrice di altri mondi. Ma forse non è così. Come se intuisse che scrivere è la professione più simile all’essere in orbita fuori dal Mondo. (L. Pariani, “Domani è un altro giorno” disse Rossella O’Hara, Torino, Einaudi, 2017, p. 145. - Lezione di Biblioteconomia)

Il romanzo è suddiviso in quattro parti che segnano il passaggio dall’infanzia innocente e creaturale della protagonista alla sua inesorabile perdita: alla Bambina Senzapaura succede la Bambina Quasiperduta; alla Bambina Attonita subentra quella Svaporata. Non è un caso che la IV parte – quella che di fatto segna in modo perentorio la fine dell’infanzia -  si apra con una citazione in esergo tratta da L’isola di Arturo di Elsa Morante: 

Ebbi un pensiero di rivolta contro l’assolutezza della vita, che mi condannava a percorrere una Siberia sterminata di giorni e di notti prima disciogliermi a questa amarezza: d’essere un ragazzino. (Ivi, p. 199.)

Perché leggere questo libro: L'arte della gioia di Goliarda Sapienza

arte della gioia  In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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 Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango fin sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com'è; non mi va di fare supposizioni o d'inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente. Dunque, trascinavo quel pezzo di legno; e dopo averlo nascosto o abbandonato, entrai nel buco grande della parete, chiuso solo da un velo nero pieno di mosche. Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace. I capelli di velo nero pesante sono pieni di mosche. Mia sorella seduta in terra la fissa da due fessure buie seppellite nel grasso. Tutta la vita, almeno quanto durò la loro vita, la seguì sempre fissandola a quel modo. E se mia madre - cosa rara - usciva, bisognava chiuderla nello stanzino del cesso, perché non voleva saperne di staccarsi da lei. E in quello stanzino urlava, si strappava i capelli, sbatteva la testa ai muri fino a che lei, mia madre, non tornava, la prendeva fra le braccia e l'accarezzava muta.

Per anni l'avevo sentita urlare così senza badarci, sino al giorno che, stanca di trascinare quel legno, buttata in terra, avvertii a sentirla gridare come una dolcezza in tutto il corpo. Dolcezza che in seguito si tramutò in brividi di piacere, tanto che piano piano, tutti i giorni cominciai a sperare che mia madre uscisse per poter ascoltare, l'orecchio alla porta dello stanzino, e godere di quegli urli. Quando accadeva, chiudevo gli occhi e immaginavo che si lacerasse la carne, si ferisse. E fu così che seguendo le mie mani spinte dagli urli scoprii, toccandomi là dove esce la pipì, che si provava un godimento più grande che a mangiare il pane fresco, la frutta. Mia madre diceva che mia sorella Tina: «La croce che Dio ci ha mandato giustamente per la cattiveria di tuo padre» aveva vent'anni; ma era alta come me, e così grassa che sembrava, se si fosse potuto levarle la testa, il baule sempre chiuso del nonno: «Anima dannata più di suo figlio...», che era stato marinaio. Che mestiere fosse questo del marinaio non riuscivo a capirlo. Tuzzu diceva che era gente che viveva sulle navi e andava per il mare... ma il mare che cos'era?

Sembrava proprio la cassa del nonno Tina, e quando mi annoiavo chiudevo gli occhi e le staccavo la testa, Se lei aveva vent'anni ed era femmina, tutte le femmine a vent'anni dovevano sicuramente diventare come lei o come la mamma; per i maschi era diverso: Tuzzu era alto e non gli mancavano i denti come a Tina, li aveva forti e bianchi come il cielo d'estate quando ci si alza presto per fare il pane. E anche suo padre era come lui: robusto e coi denti che brillavano come quelli di Tuzzu quando rideva. Rideva sempre il padre di Tuzzu. La nostra mamma non rideva mai e anche questo perché era femmina, sicuramente. Ma anche se non rideva mai e non aveva denti, io speravo di diventare come lei; almeno era alta e gli occhi erano grandi e dolci, e aveva i capelli neri. Tina non aveva neanche quello: solo dei fili che la mamma allargava col pettine cercando di coprire la cima di quell'uovo. I gridi sono cessati, sicuramente la mamma è tornata e fa tacere Tina accarezzandola sulla testa. Chissà se anche la mamma ha scoperto che si può provare tanto piacere accarezzandosi in quel posto? E Tuzzu, chissà se lo sa Tuzzu? Deve essere a raccogliere le canne. II sole è alto. Io devo cercare e chiedergli di queste carezze e anche di questo mare devo chiedere. Ci sarà ancora?

 da Goliarda Sapienza, L'arte della gioia, Einaudi, Torino 2008

Perché leggere questo libro?

Per incontrare un personaggio straordinario

Protagonista, fulcro e motore narrativo del romanzo è Modesta, nata nel 1900 in un angolo della Sicilia. Nel panorama femminile della letteratura italiana, Modesta è un personaggio straordinario (in senso etimologico): è una donna i cui sentimenti e le cui passioni (erotiche, culturali, politiche) non sono scindibili dalla coraggiosa e determinata lucidità intellettuale con cui affronta il mondo. La sua vicenda è quella di un'ascesa sociale: di origini poverissime, bambina violentata dal padre e privata dell'affetto materno, entrerà a far parte di una famiglia aristocratica e arriverà ad amministrarne il patrimonio, ad occuparsi – lei donna – di affari e calcoli. Ma diventerà anche colta e avvertita, lettrice onnivora, appassionata di filosofia e di poesia; e sarà indirettamente quanto consapevolmente coinvolta in una lotta politica che la condurrà all'esperienza del carcere. Nella sua storia pubblico e privato, corpo e intelletto, generosità e calcolo si mescolano in un fuoco alimentato dall'esercizio di quell'arte della gioia che dà il titolo al romanzo: una sorta di eccitazione vitale che si fa, appunto, esercizio, pratica quotidiana di una sapienza – verrebbe da dire – da artigiana, tenendosi a una certa distanza dal vitalismo.

Il nome del personaggio è vistosamente antifrastico: tutt'altro che docile e sottomessa, tutt'altro che dedita all'ideologia (tradizionalmente femminile) del sacrificio, Modesta non rinuncia mai alla libertà dalle briglie rassicuranti della morale comune, delle convenzioni sociali, dell'opportunismo politico. Modesta è un personaggio scabroso, non solo e non tanto sul piano erotico (ne vengono narrate, per esempio, la scoperta precoce dell'autoerotismo e le esperienze omosessuali) quanto, soprattutto, su quello intellettuale.

Perché leggere “A me puoi dirlo” di Catherine Lacey

a me puoi dirlo.jpg In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Se mai doveste aver bisogno – e io spero di no, ma uno non lo può sapere – se mai doveste aver bisogno di dormire, se mai doveste essere così stanchi da non dover sentire nient’altro che il peso animale delle vostre ossa, e state camminando da soli su una strada buia, e non sapete più da quant’è che camminate, e continuate a guardarvi le mani e a non riconoscerle, e a scorgere un riflesso sui vetri scuri delle finestre e a non riconoscerlo, e sapete solo di voler dormire, e avete solo zero posti dove dormire, una cosa che potete fare è cercare una chiesa.

Quello che so delle chiese è che di solito hanno molte porte e spesso almeno una di queste, a tarda notte, non è stata chiusa a chiave. Il motivo per cui le chiese hanno così tante porte è che la gente tende a entrare e uscire in gruppo, di fretta. Sembra che la gente abbia molti motivi per entrare in una chiesa e forse anche più motivi per uscirne, ma nel mio caso l’unico motivo per andare in chiesa era dormire. I motivi per uscire da una chiesa erano evitare che mi ci beccassero mentre dormivo o perché beccandomici mi chiedevano di uscire. Questi sono gli unici motivi che ricordo, anche se ultimamente faccio fatica a ricordare. So di aver lasciato un qualche posto, preso a camminare, dormito in tutte quelle chiese, poi è venuto tutto il resto; non so altro.

(C. Lacey, A me puoi dirlo, Roma, Edizioni SUR, 2020, pp. 11-12)

Perché mette al centro della vicenda l’incontro con il Diverso, con l’Altro

Il romanzo Pew (“Panca) della scrittrice americana Catherine Lacey, tradotto in Italia da Teresa Ciuffoletti e pubblicato da SUR con il titolo A me puoi dirlo, ha come protagonista un personaggio indefinibile e sfuggente: impossibile stabilirne l’etnia, il sesso, l’età. La sua pelle non è chiara e non è scura; i lineamenti nulla rivelano della sua identità sessuale. Si ostina a non parlare: pertanto neppure la voce può aiutare a sciogliere l’enigma. E non ha un nome. L’unico indizio intuibile è che Panca è giovane e forse anche il suo trovarsi sulla linea di passaggio tra infanzia e adolescenza non consente di attribuirgli delle generalità ben definite.

Perché leggere Cecità di Saramago: il realismo dell’allegoria

41yLsYuaDVL In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso.  Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.

Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev’essere un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria nell’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.

(J. Saramago, Cecità, Torino, Einaudi, 1998, pp.3-4)

Perchè leggere (e vedere) Napoli milionaria! di Eduardo De Filippo

napoli.jpg In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Me la sono ripetuta ognuno di questi giorni difficili, e in altri giorni difficili del nostro Paese o della mia vita: Ha da passà ‘a nuttata. E così, qualche sera fa, ho deciso che, quella battuta famosa, voleva riascoltarla da Eduardo e ho rivisto Napoli milionaria! (1945), nell’edizione televisiva del ’64. Non mi vergogno affatto ad ammettere che mi sono commossa, l’ho ritrovata come la ricordavo: una commedia bellissima e struggente; e oggi ancora urgente e importante. Motivo per cui, l’ho riletta. Sia che la rivediate – il viso scavato, tutto spigoli e anfratti, di Eduardo, la sua voce gorgogliante, acrobatica, nervosa e paziente, una compagnia di attori tutti incredibilmente bravi -, sia che la rileggiate – parola vivissima, ironica, tagliente -, non stenterete a riconoscere almeno tre buoni motivi per farlo.

Per capire come si deve fare per vivere dignitosamente

Siamo alla fine del secondo anno di guerra (1942). Gennaro Jovine è un uomo di circa cinquant’anni e vive in un basso di Napoli, con la moglie Amalia, i tre figli, Amedeo, Maria Rosaria e la piccola Rituccia, e un nugolo di vicini che, pure se non stanno a casa Jovine, entrano ed escono dalla sua porta, passando per il vicolo, come entrassero ed uscissero da una comune. Di mestiere farebbe il tranviere, ma, già reduce della prima guerra mondiale, nun abbusca cchiù niente, pecché a ppoco ‘a vota levano tutt’e tramme ‘a miezo… (… ) Licenziamenti, aspettattive… Pertanto Amalia - insufficiente ‘a tessera per sfamare la famiglia - si è data al piccolo contrabbando: pastina, fagioli, zucchero, anche caffè, che prepara e smercia dentro il basso in tazzine di forma e colori differenti, entrando presto in rivalità con altri trafficanti del quartiere e attirandosi l’attenzione delle autorità, nella persona del brigadiere Crippa; il quale, giunto nel basso per fare un sopralluogo, trova tuttavia Gennaro steso come un morto sopra quel letto che nasconde la merce, la benda sotto il mento, le candele ai lati, la famiglia e i vicini in lacrime, per la consueta messa in scena che dovrebbe risparmiargli una multa o addirittura il carcere, interrotta soltanto dalle sirene notturne che richiamano i civili – guardie e ladri, ricchi e poveri - ai rifugi antiaerei. Le condizioni di ristrettezza, di tensione, di difficoltà imposte dalla guerra alla popolazione sembrerebbero giustificare non solo la recita di quel copione consunto, ma la stessa attività illegale di cui vive la famiglia Jovine (e non solo): se la guerra ha ridotto la popolazione alla fame e la tessera non basta, allora – chiede provocatoriamente Amalia al marito – allora che s’ha da fa’? In verità Gennaro lo ha spiegato alla moglie, ai figli, ai vicini come si deve fare per vivere dignitosamente:

Perchè leggere (e vedere) Napoli milionaria! di Eduardo De Filippo

napoli.jpg In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” nelle giornate di martedì, giovedì e sabato: nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

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Me la sono ripetuta ognuno di questi giorni difficili, e in altri giorni difficili del nostro Paese o della mia vita: Ha da passà ‘a nuttata. E così, qualche sera fa, ho deciso che, quella battuta famosa, voleva riascoltarla da Eduardo e ho rivisto Napoli milionaria! (1945), nell’edizione televisiva del ’64. Non mi vergogno affatto ad ammettere che mi sono commossa, l’ho ritrovata come la ricordavo: una commedia bellissima e struggente; e oggi ancora urgente e importante. Motivo per cui, l’ho riletta. Sia che la rivediate – il viso scavato, tutto spigoli e anfratti, di Eduardo, la sua voce gorgogliante, acrobatica, nervosa e paziente, una compagnia di attori tutti incredibilmente bravi -, sia che la rileggiate – parola vivissima, ironica, tagliente -, non stenterete a riconoscere almeno tre buoni motivi per farlo.

Per capire come si deve fare per vivere dignitosamente

Siamo alla fine del secondo anno di guerra (1942). Gennaro Jovine è un uomo di circa cinquant’anni e vive in un basso di Napoli, con la moglie Amalia, i tre figli, Amedeo, Maria Rosaria e la piccola Rituccia, e un nugolo di vicini che, pure se non stanno a casa Jovine, entrano ed escono dalla sua porta, passando per il vicolo, come entrassero ed uscissero da una comune. Di mestiere farebbe il tranviere, ma, già reduce della prima guerra mondiale, nun abbusca cchiù niente, pecché a ppoco ‘a vota levano tutt’e tramme ‘a miezo… (… ) Licenziamenti, aspettattive… Pertanto Amalia - insufficiente ‘a tessera per sfamare la famiglia - si è data al piccolo contrabbando: pastina, fagioli, zucchero, anche caffè, che prepara e smercia dentro il basso in tazzine di forma e colori differenti, entrando presto in rivalità con altri trafficanti del quartiere e attirandosi l’attenzione delle autorità, nella persona del brigadiere Crippa; il quale, giunto nel basso per fare un sopralluogo, trova tuttavia Gennaro steso come un morto sopra quel letto che nasconde la merce, la benda sotto il mento, le candele ai lati, la famiglia e i vicini in lacrime, per la consueta messa in scena che dovrebbe risparmiargli una multa o addirittura il carcere, interrotta soltanto dalle sirene notturne che richiamano i civili – guardie e ladri, ricchi e poveri - ai rifugi antiaerei. Le condizioni di ristrettezza, di tensione, di difficoltà imposte dalla guerra alla popolazione sembrerebbero giustificare non solo la recita di quel copione consunto, ma la stessa attività illegale di cui vive la famiglia Jovine (e non solo): se la guerra ha ridotto la popolazione alla fame e la tessera non basta, allora – chiede provocatoriamente Amalia al marito – allora che s’ha da fa’? In verità Gennaro lo ha spiegato alla moglie, ai figli, ai vicini come si deve fare per vivere dignitosamente:

Il mio disegno di legge sarebbe di dare ad ognuno una piccola responsabilità che, messe insieme, diventerebbero una responsabilità sola, in modo che sarebbero divisi in parti uguali, onori e dolori, vantaggi e svantaggi, morte e vita. Senza dire: io sono maturo e tu no!

Ferruccio Parazzoli, Happy hour. Appunti di lettura

 

happy-hour1.jpeg Il sabato pomeriggio, in corso Buenos Aires, Milano, è impossibile camminare a passo rapido sui marciapiedi. Per chi abbia fretta di arrivare da piazzale Loreto a Porta Venezia, o viceversa, evitando la calca della MM rossa, è consigliabile prendere una delle vie parallele, sul lato del Lazzaretto, sgombre in qualunque giorno della settimana, dove le lanterne di carta dei ristoranti cinesi, i polli smembrati dei ristoranti indiani, i tam-tam africani, attendono gli avventori di notte.

C’è nella lingua di Ferruccio Parazzoli qualcosa che non riesco a comprendere, e che pure mi affascina. È difficile anche dopo uno spoglio e una spigolatura testuale trovare una qualche esuberanza o movimento azzardato della sintassi. La potenza della scrittura di Parazzolisi comprende nel suo insieme: non è possibile isolarne una parte; non puoi concentrarti troppo sulla storia, o prediligere l’intreccio invece di, appunto, analizzare la lingua. Qualcuno potrebbe dire che Parazzoli rappresenta una sorta di stile mediodi certa nostra narrativa, in realtà - a ben guardare – si potrebbe dire che lo scrittore milanese rappresenta come pochi altri un’interessante eccezione nel panorama letterario contemporaneo. Prendiamo l’ultima fatica di Parazzoli Happy hour (Rizzoli, 2020), di cui abbiamo riportato l’incipit in apertura, nel quale l’autore racconta di una Milano che pare essere contagiata da una epidemia silenziosa, che costringe la gente a suicidarsi. La storia potrebbe avere uno sviluppo di trama complesso, vicino a certe storie di paranoia e di spionaggio, mentre l’intreccio tende in tutti i modi a diminuire questa possibilità; stesso discorso per la lingua e la struttura del racconto.

Possiamo notare l’assenza di qualsiasi tipo di sussulto o di stravaganza, o di asperità; ma una nitida costruzione della frase, una sintassi comune: eppure nonostante, o anzi proprio grazie a questo, il romanzo di Parazzoli ci fa sprofondare lentamente e con calma nei meandri di questa investigazione del male e del contagio. Il segreto narrativo sta paradossalmente nell’equilibrio che lo scrittore raggiunge tra la tensione della storia e la tensione della lingua. Lingua e storia sono da sempre i due poli nei quali si muove il romanzo, o almeno il romanzo degli ultimi decenni.

Librerie Prampolini e Vicolo Stretto (Catania)- Inchiesta Librerie Indipendenti /3

inerno  a cura di Morena Marsilio ed Emanuele Zinato

Continua a cadenza quindicinale l’inchiesta che il blog dedica alle librerie indipendenti con l’intento di dare voce a una realtà marginale rispetto alla grande distribuzione – oggi imperante anche nel web -  ma preziosa per la resistenza opposta alla mercificazione della letteratura e capace di offrire risposte alla crisi del libro. Le librerie indipendenti spesso non solo semplici negozi, ma luoghi di aggregazione, incontro, impegno civile e solidarietà: la recente chiusura della libreria romana “La Pecora Elettrica”, nonostante la risposta del quartiere e di molti donatori, evidenzia la necessità di valorizzare e presidiare questo settore culturale.

1. Fondare una libreria indipendente oggi è un atto temerario. Quali sono state per voi le ragioni che vi hanno spinto ad iniziare e come avete scelto l’area o il luogo in cui dar vita a questa attività?

L’apertura della libreria Vicolo Stretto otto anni fa è stata una pura casualità, nessuna delle due veniva da una formazione libraria né tantomeno aveva come sogno nel cassetto di aprire una libreria, semplicemente è successo. Così come per la Legatoria Prampolini, con l’unica differenza che per quest’ultima avevamo una consapevolezza imprenditoriale solida.

La Legatoria Prampolini è la libreria più antica della città, aperta nel Dicembre del 1894, e tra le viventi la più antica della Sicilia.

Abbiamo ragionato a lungo prima di decidere cosa fare ma quella bottega e quella libreria erano esattamente quello che sognavamo da anni.

La Vicolo Stretto gode di una posizione molto privilegiata. Si trova in una parallela della via principale     della città (Via Etnea), in un vicoletto piccolissimo e chiuso al traffico (purtroppo uno dei pochissimi a Catania) con una vitalità commerciale senza pari.

La Legatoria Prampolini si trova in una delle maggiori vie del centro storico, abbiamo di fronte un liceo scientifico e a due passi il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania.

Siamo due donne animate da grande entusiasmo per le cose che sentiamo avere valore sociale. E le librerie hanno un valore sociale che spesso non viene tenuto in considerazione.

La cultura in Italia ha avuto sempre una posizione elitaria e in tantissime province la relazione cultura / cittadino è assolutamente inesistente.