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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Rileggere Stanisław Lem 2. Il poliziotto e lo scienziato: L’indagine

Stanislaw Lem 2 Il lettore forse ricorderà che in questo blog alcuni mesi fa è stato pubblicato un mio intervento sullo scrittore polacco Stanisław Lem (Leopoli 1921 - Cracovia 2006) e sul suo romanzo più famoso, Solaris. In quel primo contributo abbiamo cercato di far emergere come l’opera di Lem si colloca in una fase storica, gli anni Cinquanta e Sessanta, di grande fiducia nel progresso scientifico e nella possibilità dell’umanità di dominare e comprendere la realtà per mezzo della scienza. Il genere fantascientifico, sia nella letteratura sia nel cinema, ha dato voce a questo afflato e a questa fiducia, costituendo uno dei principali orizzonti simbolici in cui la civiltà contemporanea si esprimeva. Come ho cercato di mostrare, Lem, nella sua produzione, inserendosi nel panorama richiamato, ha dato anche voce alle angosce e ai limiti interni alla civiltà della scienza. Qui ci occupiamo del romanzo Sledztwo (1959), che precede di due anni Solaris, ma che affronta tematiche del tutto analoghe e complementari. Il presente contributo, quindi, deve essere considerato come un ulteriore tassello del ragionamento iniziato.

Il romanzo giunge in Italia, in una traduzione dall’inglese, negli anni Ottanta con il titolo originale, L’indagine, venendo pubblicato prima da Rusconi (1984), poi da Mondadori nella collana Classici Urania (1989). Bollati Boringhieri edita di nuovo il libro nel 2007, intitolandolo L’indagine del tenente Gregory. Al di là dell’aver impropriamente alterato il titolo (l’indagine non è soltanto del tenente Gregory, come si vedrà), la casa editrice torinese ha il merito di aver pubblicato una nuova traduzione del testo direttamente dal polacco. È quindi quest’ultima edizione che qui si prende a riferimento. Il romanzo, tuttavia, non è stato ristampato e oggi in Italia è rinvenibile soltanto sul mercato dell’usato.

Un libro di fantascienza, si dirà. E invece no: L’indagine ha l’aspetto di un poliziesco. Solo l’aspetto, però. Il tenente Gregory di Scotland Yard riceve l’incarico di indagare sulla scomparsa di alcuni cadaveri dagli obitori della provincia inglese. Il capo della polizia Sheppard chiede a un esperto di statistica, il dottor Sciss, di collaborare all’indagine. Presto si crea una sorta di rivalità tra Gregory, che cerca di trovare qualcuno che abbia trafugato i cadaveri, e Sciss, che interpreta gli eventi come puro fenomeno ed elabora un modello statistico che permetta di prevederne il decorso fino al suo esaurirsi, accettando da subito la possibilità che i morti si siano spostati autonomamente; lo studioso, inoltre, scopre che nell’area in cui gli eventi si sono verificati, il tasso di mortalità per cancro è inferiore alla media e ipotizza un legame tra i due fenomeni. È proprio a partire dal confronto tra questi due personaggi che emergono le tematiche di fondo del romanzo, che riguardano, come in Solaris, la possibilità da parte dell’essere umano di comprendere la realtà.  Sciss e Gregory rappresentano in un certo senso due paradigmi epistemologici; due diversi modi di concepire l’indagine sulla realtà.

Pubblico e privato in L'Evento di Annie Ernaux

87e5c569 d067 44e6 bc9b 89de3e646975 large «Ho finito di mettere in parole quella che mi pare un'esperienza umana totale, della vita e della morte, del tempo, della morale e del divieto, della legge, un'esperienza vissuta dall'inizio alla fine attraverso il corpo»

Con queste parole Annie Ernaux si avvia a concludere L'Evento, uscito in Francia nel 2000 per Gallimard e quasi vent'anni dopo pubblicato in Italia da L'ombra e tradotto da Lorenzo Flabbi.

Il punto focale della narrazione è dunque il corpo, quello di una studentessa di lettere che nel 1963 a Rouen scopre di essere incinta e decide di abortire clandestinamente. In Francia la legge di quegli anni vietava l'aborto, e perciò per questa ragazza, dal momento in cui il ginecologo pronuncia il verdetto, avrà inizio un tormentato e angosciante viaggio alla ricerca di una soluzione. Perché lei non vuole saperne di portare avanti la gravidanza, di arrendersi ad un destino che non vuole accettare e che le sembra orribile, come annota sul suo diario di studentessa: «È orribile: sono incinta». Mentre la vita intorno a lei continua a scorrere inesorabilmente, la protagonista sente di essere ormai esclusa dal mondo: nemmeno la morte di Kennedy a Dallas una settimana dopo la terribile scoperta può scuoterla da tale sensazione.

Completamente sola e costretta ad affrontare l'ipocrisia di medici che invece di aiutarla le ricordano soltanto l'illegalità nella quale sta precipitando, Annie finirà fra le mani di mammana, una «fabbricante di angeli» che per 400 franchi le infilerà una sonda nell'utero, tra le urla di dolore: «su, piccina, la smetta di urlare, devo pur fare il mio lavoro».

Le pagine che descrivono le ore dell'aborto, dell'espulsione del feto nel bagno dello studentato, in una notte che non sembra volgere al termine, sono le più intense dell'intera narrazione: «È zampillato all'improvviso come lo scoppio di una granata, in un fiotto che si è allargato fino alla porta. Ho visto un piccolo bambolotto penzolarmi dal sesso, appeso a un cordone rossastro. Non avevo immaginato di avere dentro di me una cosa così. Dovevo camminare portandomelo dietro fino alla stanza. L'ho preso in una mano – aveva una strana pesantezza – e mi sono trascinata lungo il corridoio stringendolo tra le cosce. Ero una bestia».

Perché leggere Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese

32136b7f5d5e33c9791c391dcaef0a0b w h mw600 mh900 cs cx cy Il mare non bagna Napoli apparve la prima volta nei Gettoni della Einaudi, con una presentazione di Elio Vittorini. Era il ’53. L’Italia usciva piena di speranze dalla guerra, e discuteva su tutto. A causa dell’argomento, anche il mio libro si prestava alle discussioni: fu giudicato, purtroppo, un libro «contro Napoli». Questa «condanna» mi costò un addio, che si fece del tutto definitivo negli anni che seguirono, alla mia città. E in circa quarant’anni – tanti ne sono passati da allora – io non tornai più, se non una volta, per qualche ora, e fuggevolmente, a Napoli. A distanza, appunto, di quattro decenni, e in occasione di una sua nuova edizione, mi domando se il Mare è stato davvero un libro «contro» Napoli, e dove ho sbagliato, se ho sbagliato, nello scriverlo, e in che modo, oggi, andrebbe letto. La prima considerazione che mi si presenta è sulla scrittura del libro. Pochi riescono a comprendere come nella scrittura si trovi la sola chiave di lettura di un testo, e la traccia di una sua eventuale verità. Ebbene, la scrittura del Mare ha un che di esaltato, di febbrile, tende ai toni alti, dà nell’allucinato: e quasi in ogni punto della pagina presenta, pur nel suo rigore, un che di «troppo»: sono palesi in essa tutti i segni di una autentica «nevrosi». Quella «nevrosi» era la mia. (Il «Mare» come spaesamento, pp.9-10)

Così Anna Maria Ortese ripubblicando per Adelphi nel 1994 la raccolta di cinque racconti (Un paio di occhiali, Interno familiare, Oro a Forcella, La città involontaria e l’articolato e lunghissimo Silenzio della ragione) che le costò ben più che un addio alla sua Napoli: madre adottiva (in verità Ortese era nata a Roma ed era cresciuta, a causa della guerra e delle vicende familiari, un po’ disordinatamente tra la Puglia, la Basilicata e la Libia, girovagando, al rientro dalla Libia, per varie regioni d’Italia, sino a stabilirsi a Napoli solo nel 1945), la città reagì con indignazione all’affresco squallido e dolorante che ne aveva fatto la scrittrice, ritraendola, nell’immediato, poverissimo, disperato dopoguerra, fuori dal suo ridente, folcloristico clichè; neppure lambita dal mare. E non meno si indignarono le Giacchette Grigie di Monte di Dio, ovvero gli intellettuali (Pasquale Prunas, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Domenico Rea, Tommaso Giglio…), che, ancora giovanissimi, si erano riuniti intorno alla rivista Sud, il periodico nato «contro ogni classificazione, numerazione, sezionamento, contro ogni politica suddivisione del sentimento, contro ogni barriera doganale» (come si legge nell’editoriale del suo direttore Prunas). Di quella redazione Ortese aveva fatto parte finché non le era sembrato che «le discussioni lasciavano il posto alle conversazioni; la politica diventava un motivo per ritornare sul problema di un impiego; le preoccupazioni di una carriera o solo una modesta sistemazione personale si alternavano in una proporzione sempre più forte ai problemi e all’avvenire del giornale e l’indipendenza della cultura (…) cadeva in una piazza sempre meno popolata e sicura» (Il silenzio della ragione, p.115). Eppure, nonostante l’embargo, di quel «comunismo (che) a Napoli, in quegli anni, era un liberalismo di emergenza» (Ivi, p.113) le restò sempre molto più che un ricordo vivissimo, se ancora nel Novantaquattro (sarebbe morta quattro anni più tardi), in occasione di una grande mostra sul Gruppo Sud (Torino, maggio 1994), Ortese poteva scrivere: «Ma la bandiera dell’Utopia, se sventola ancora, almeno nel mio cuore, la devo alle Giacchette grigie di Monte di Dio» (Le Giacchette Grigie di Monte di Dio, p.173).

Perché leggere La chiave a stella di Primo Levi

61TT6zB230L «Eh no: tutto non le posso dire. O che le dico il paese, o che le racconto il fatto: io però, se fossi in lei, sceglierei il fatto, perché è un bel fatto. Lei poi, se proprio lo vuole raccontare, ci lavora su, lo smeriglia, toglie le bavature, gli dà un po’ di bombé e tira fuori una storia; e di storie, ben che, sono più giovane di lei, me ne sono capitate diverse. Il paese magari lo indovina, così non ci rimette niente; ma se glielo dico io, il paese, finisce che vado nelle grane, perché quelli sono brava gente ma un po’ permalosa».

Conoscevo Faussone da due o tre sere soltanto. Ci eravamo trovati per caso a mensa, alla mensa per gli stranieri di una fabbrica molto lontana a cui ero stato condotto dal mio mestieri di chimico delle vernici. Eravamo noi due i soli italiani; lui era lì da tre mesi, ma in quelle terre era già stato altre volte, e se la cavava benino con la lingua, in aggiunta alle quattro o cinque che già parlava, scorrettamente ma correntemente. È sui trentacinque anni, alto, secco, quasi calvo, abbronzato, sempre ben rasato. Ha una faccia seria, poco mobile e poco espressiva. Non è un gran raccontatore: è anzi piuttosto monotono, e tende alla diminuzione e all’ellissi come se temesse di apparire esagerato, ma spesso si lascia trascinare, ed allora esagera senza rendersene conto. Ha un vocabolario ridotto, e si esprime spesso attraverso luoghi comuni che forse gli sembrano arguti e nuovi: se chi ascolta non sorride, lui li ripete, come se avesse da fare con un tonto.

Ecco il vaccino: Filastrocche in cielo e in terra di Gianni Rodari

9788879269155 Difese immunitarie e anticorpi

Feticcio della mia infanzia, quando me le recitava mia madre e non sapevo ancora nemmeno leggere, poi deposito prezioso nella mia memoria, le Filastrocche in cielo e in terra di Gianni Rodari (Einaudi Ragazzi) sono la colonna sonora della mia vita, perché davvero non ricordo un altro libro che mi abbia accompagnato continuativamente per tanto tempo, senza che mai io me ne sia scusata, vergognata, ricreduta, schernita. Eredità contesa fra mia sorella, mio fratello e me, l’edizione originale non ce l’ho. L’ho ricomprata ai miei figli e poi ne ho comprata una tutta per me, che tengo sulla scrivania; e a volte mi basta gettare uno sguardo ai disegni irresistibili di Bruno Munari per provare quel sollievo che è l’unica esperienza che io ricordi come vagamente simile alla leggerezza auspicata da Calvino (molto spesso – ahinoi – sepolta sotto gli strati pesanti di troppe letture abusive). Mi torna in mente sempre e sempre opportuna. Anche adesso.

In questi mesi abbiamo cercato nella lettura protezione e difesa; difesa dal virus, ma anche protezione dalla (altrettanto allarmante e assai più incresciosa) recrudescenza di virus-altri: l’emarginazione, il sovranismo, il cinismo del mercato, la retorica a buon mercato, la pezza sul buco, giusto per citare i più aggressivi. Abbiamo ripreso in mano Boccaccio e Manzoni, De Filippo e Saramago, e Tucidide e Lucrezio e Camus e quanti e quante ancora sapessero mostrarci, spiegarci, raccontarci degli esseri umani e delle loro pesti, ma anche degli esseri umani e delle loro cure. E loro ci hanno curato.

Adesso io vorrei proporre di cercare nella lettura di queste Filastrocche cura immunizzante contro l’ipocrisia, anticorpi alle mistificazioni, corroboranti del pensiero; vorrei cercare strumenti per restituire alla dimensione della complessità una fisionomia dignitosa, liberandola dall’equivoco grottesco che basti affastellare domande per dirsi complessi, liberandola dalla mortificante funzione di alibi, perché quando le domande diventano troppe, ci si sente anche legittimati a non dare risposte, o a darle sbagliate. Rodari sa essere complesso, perché guarda all’essenza.

Qui di seguito vi segnalo sei questioni soltanto, sei questioni complesse - a partire proprio dalla stessa Complessità - nelle quali Rodari indaga con semplicità disarmante, e mai con intenti semplificatori. E non aggiungo altro, perché non c’è proprio cosa aggiungere. Se non: rileggetele tutte.

Perché leggere Il lanciatore di giavellotto di Paolo Volponi

 

2560008160208 0 0 0 500 75 Dalla metà di ottobre, con la mattina che batteva più bianca alla finestra e con il rumore del fiume ormai dentro casa, la nuvola e il fico erano diventati un riferimento fisso per Damiano Possanza. Mentre si preparava per la nuova giornata, la matassa grigiastra che si opponeva al sole e la macchia verde dell’albero occupavano la sua vista e il suo pensiero.

La nuvola era ferma sulla foce ormai da qualche giorno, sempre alla stessa altezza, uguale di forma e di colore fino al tramonto, quando si incendiava; e alla sera, quando si spegneva in un bianco di cenere. Anche di notte la nuvola premeva sul varco del fiume, tra le fiancate nere dei monti.

Il portamento del fico era tutto espanso già dall’alba, metà verde e metà giallo sopra il muro di cinta, contro la collina e il bordo della nuvola dall’altra parte del fiume. Per l’effetto dei due colori delle foglie sembrava che di continuo si sovrapponesse a se stesso.

Aveva ben scelto Possanza il getto di un fico sultano e bene anche il sito e la terra dove piantarlo e le correnti cui affidarlo, allo scopo di ricordare e di accompagnare rigogliosamente la nascita e la crescita del primo nipote, quello che per tradizione doveva rinnovare il suo nome.

Adesso il piccolo Damiano e il fico compivano nove anni, entrambi in buona salute. Il nipote era ai primi giorni di scuola e usciva di casa prima di lui dopo averlo ammirato per un momento sbarbarsi alla finestra con il rasoio a mano libera, il pennello soffice di tasso, il vasetto colmo di schiuma odorosa di mandorla. Per salutarlo gli toccava la cintura che gli scendeva aperta sui fianchi e dopo sbatteva la porta di casa senza riaccompagnarla, con un colpo da uomo.

La nuvola fluttuava e il suo riflesso lambiva la ringhiera della scala.

Il fico continuava il giuoco di rincorrersi con i rami diversi finestra per finestra: quella della cucina era socchiusa e la nuora illuminava il raggio che ne veniva con la vestaglia rosa di cittadina. I suoi colpi maldestri sulle stoviglie e sull’acquaio cadevano uno dietro l’altro con uno strano accanimento, tra il richiamo e il canto.

Possanza evitava di guardare quella bellissima donna discinta, con tutto il collo e le braccia nude, con il petto che si muoveva sotto il lucido della camicia. Andava di proposito a dare uno sguardo alla piccola Lavinia, la nipote, ancora dentro la culla in fondo al letto dei genitori. Ma oltre al conforto della tenerezza di quel sonno, gli toccava di raccogliere, anche se evitava di sapere se volontariamente o no, la visione del letto disfatto, più basso dalla parte della sposa e un profumo che l’avrebbe accompagnato a lungo, fino a mischiarsi anche nel tatto con quello della creta lavorata.

Perché leggere La scatola nera di Amos Oz

fotogghj Caro Alec,

Se non hai distrutto questa lettera appena riconosciuta la mia grafia sulla busta, è segno che la curiosità è più forte dell'odio. O che il tuo odio ha bisogno di nuovo combustibile.

Adesso impallidirai, stringerai le mascelle da lupo come fai sempre, sino a far scomparire le labbra, infine ti accanirai su queste righe per scoprire ciò che voglio da te, che cosa ho l'ardire di chiederti dopo sette anni di assoluto silenzio fra di noi.

Quel che voglio è che tu sappia che Boaz si trova in una brutta situazione. Voglio che lo aiuti il più in fretta possibile. Mio marito e io non possiamo fare nulla, perché Boaz ha troncato ogni rapporto. Come te, del resto.

Scoperchiare

Non so se i lettori di Amos Oz, di fronte all’intera sua produzione, sceglierebbero proprio La scatola nera (1987; trad.italiana di E. Loewenthal 2002): quando un grande scrittore scompare, chi lo ha molto amato, chi lo ha avuto accanto per circa cinquant’anni, difficilmente accetta di ricondurlo a un’opera soltanto, quasi gli si facesse un torto a non ricordare contemporaneamente le altre; ed è giusto che sia così, tanto più che questo romanzo forse meno di altri dello stesso autore si presta a far da paradigma della sua bibliografia, come di un tema in particolare o di un’epoca. Non è dunque alla ricerca di una presunta esemplarità che si prende in mano La scatola nera, ma per aprirla e guardarci dentro. E’ un’operazione difficile, perché, se da un lato impone di restare lucidi e attenti come davanti al reperto incontrovertibile e stringente di una catastrofe, più spesso scuote e travolge, come accade a Pandora davanti al leggendario vaso; perché questo romanzo ha l’evidenza demistificante e spesso cinica dei fatti accaduti e accertati e le risorse nascoste di un mito di rigenerazione.

Per questo vale la pena di togliere il coperchio, per trovare il coraggio di guardare quello che spaventa, la contiguità inevitabile tra eventi che si vorrebbe tenere distanti e separati e che invece reclamano uno spazio di deflagrazione, ma anche e finalmente di ricomposizione.

Forme d’amore improvviso: Almarina di Valeria Parrella

978880623061HIG Con il romanzo Almarina (Einaudi, 2019) Valeria Parrella sembra reclamare la possibilità di vedere riconosciute “forme d’amore improvviso” come quello che scocca in Elisabetta Martorano per una giovane detenuta conosciuta nel carcere minorile di Nisida, dove la donna insegna.

Nel prologo del romanzo – cinque pagine che tracciano la parabola esistenziale e spazio-temporale di tutta la vicenda -  è espressa, in nuce, la spinta che anima le protagoniste rispetto a una vita che le convenzioni sociali e burocratiche vorrebbero già predeterminata: dalla trafila prevista per l’adozione o l’affido al diritto di cittadinanza; dagli stati di famiglia ai casellari giudiziari; dai regolamenti carcerari agli stati civili.

L’io narrante, Elisabetta, è rimasta vedova a cinquant’anni e vive una condizione di solitudine che, secondo il senso comune e le normative, dovrebbe precluderle la possibilità di crescere un figlio. Invece, a tre anni di distanza dalla perdita del marito, si reca presso il Tribunale dei Minori per chiedere in affido Almarina. Per quest’ultima, del resto, le consuetudini procedurali vorrebbero che, a fine pena, venisse indirizzata a una comunità come quella di don Valentino. Invece un rapporto imprevisto -  a metà tra il materno e il sororale - rivendica il diritto di essere vissuto e rispettato:

Voi che giudicate siete disposti a credere ai colpi di fulmine, ma altre forme d’amore improvviso vi mettono in sospetto. Volete che l’amore proceda per gradi, vorreste intravederne un percorso lineare, guardare, morbosi, tutto.  […] Io mi sono legata a Almarina così, mentre guardavamo il mare, e le ho raccontato che mio marito era un gran nuotatore (V. Parrella, Almarina, Torino, Einaudi, 2019, p. 57).

Elisabetta e Almarina, in linea con altre protagoniste già tratteggiate da Parrella (basti pensare al romanzo Lo spazio bianco), scelgono lo scarto rispetto alla norma, trasformano una svolta imprevista e dolorosa in cambiamento audace:

Elisabetta lo fa dopo aver rimesso insieme tanto i ricordi del suo matrimonio con Antonio (“Credo che il matrimonio sia cominciato così: che mischiammo i libri”), quanto quelli dei tre anni trascorsi a elaborare il lutto per un marito molto amato (“Da tre anni vado in giro con il passaporto invece che con la carta d’identità, perché sul passaporto non c’è scritto lo stato civile”). Almarina, dal canto suo, accetta la proposta di Elisabetta senza false promesse: in lei c’è l’aspirazione a un futuro tutto da inventare, il sogno lontano di vendere profumi (“lei ogni tanto dalla panchina indicava verso il muro di cinta, con le garitte e il filo spinato, perché laggiù in quel punto, ormai, lampeggiava l’insegna della profumeria. ALMARINA”); del passato le resta il desiderio di ritrovare notizie del fratello Arban, arrivato in Italia con lei ma dal quale è stata separata.

Perchè leggere La tregua di Primo Levi

list485  In questi giorni di “ritiro” la redazione di La letteratura e noi ha pensato che possa essere utile raggiungere i suoi lettori con la rubrica “Perché leggere” : nel nostro blog troveranno spazio per lo più pezzi inediti ma potrebbero venire riproposti anche suggestioni di lettura già pubblicate in passato.

***

Nei primi giorni del gennaio 1945, sotto la spinta dell’Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Mentre altrove, in analoghe condizioni, non avevano esitato a distruggere col fuoco o con le armi i Lager insieme con i loro occupanti, nel distretto di Auschwitz agirono diversamente: ordini superiori (a quanto pare dettati personalmente da Hitler) imponevano di “recuperare”, a qualunque costo, ogni uomo abile a lavoro. Perciò tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi. Da vari indizi è lecito dedurre la originaria intenzione tedesca di non lasciare nei campi di concentramento nessun uomo vivo, ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidità dell’avanzata russa, indussero i tedeschi a mutare pensiero, e a prendere la fuga lasciando incompiuto il loro dovere e la loro opera.

Nell’infermeria del lager di Buna-Mònowitz eravamo rimasti in ottocento. Di questi, circa cinquecento morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivassero i russi, ed altri duecento, malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi.

La prima pattuglia russe giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, chè la fosse era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.

Erano quattro giovani a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

Villalta – L’apprendista, dalla sacrestia uno sguardo sul mondo

71MrECov4ML Il nuovo romanzo di Gian Mario Villalta, L’apprendista (Sem - Società Editrice Milanese), rappresenta il vivere contemporaneo incastonando tre specole periferiche, l’una dentro l’altra. C’è infatti un paesino del nord est, in Friuli, luogo “minore” di una geografia che lo sprawl urbano omologa, livellandone l’originaria configurazione. C’è la sua chiesa che, in una società secolarizzata, diviene un osservatorio privilegiato per monitorare, in piccolo, mutamenti che in realtà sono di più ampia scala. Infine la terza periferia da cui guardare il mondo è la vecchiaia: i personaggi centrali della vicenda, Tilio e Fredi, sono infatti due anziani, rispettivamente di 72 e 84 anni e, se attraverso i loro occhi si registrano i cambiamenti del presente, grazie ai ricordi e alle riflessioni si rappresenta il passato.

La provincia qui costituisce un perfetto contraltare dell’esperienza della contemporaneità: quest’ultima, raccontata da una zona laterale, emerge con il suo rimosso, non visibile “da chi sta troppo dentro lo spirito del tempo” ( cfr. S.  Brugnolo )

Se ci fosse ancora il supermercato.

Era troppo piccolo. Ci andavano solo i vecchi, come lui, senza auto, altri che gli hanno tolto la patente, e quelli che fanno due euro di spesa per passare il tempo […]. Prima hanno chiuso il reparto macelleria. Poi la verdura. Solo carne e ortaggi confezionati. Infine erano rimasti in due, uno a riempire gli scaffali e una alla cassa. […] Si chiamava supermercato quando l’hanno aperto, ma con il tempo è diventato piccolo, una bottega in confronto ai nuovi. I nuovi sono iper, e i super chiudono. Due, cinque volte più grandi della chiesa, che è la più grande della provincia. E poi c’è la Ipercoop, al centro commerciale.

Nel romanzo, seppur narrato in terza persona, domina il  monologo interiore di due personaggi: quello del protagonista Tilio, l’apprendista,  e quello di  Fredi, il sacrestano  effettivo.  Quest’ultimo, che talvolta lo tratta alla stregua di un garzone di bottega, è indispensabile per mettere a fuoco le caratteristiche psicologiche e sociali di entrambi. Anzi la relazione tra i due, inizialmente caratterizzata dalla diffidenza del più vecchio, diviene a poco a poco una burbera e tardiva forma di amicizia:

«Intanto» cambia discorso Tilio «mi dici che cosa resta da fare per finire le pulizie e poi ti accompagno a casa».

Fredi sta per dirgli di non permettersi, lo sa lui cosa deve fare, quando andrà a casa e con chi. Poi invece risponde: «Faccio come te, ti ascolto, decidi tu, però poi devi fare le cose come ti ho detto io». (p. 131)