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diretto da Romano Luperini

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La scrittura e noi

Contiene testi poetici e narrativi editi e inediti di autori contemporanei.

Stefano Dal Bianco, Una nuova edizione di Ritorno a Planaval

ritorno_planaval.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco, uscito nel 2001 per Mondadori, è stato ripubblicato da poco per i tipi di Lieto Colle-Pordenonelegge, con una postfazione di Raffaella Scarpa e due interventi dell’autore e di Fernando Marchiori.

Pubblichiamo cinque testi e l’intervento dell’autore Il suono della lingua e il suono delle cose, ringraziando Stefano Dal Bianco e l’editore per la disponibilità.

***

È successo che avevamo rinunciato a sognare, e a riconoscere il profilo e il colore delle cose. Attraverso di noi cresceva la stagione peggiore. Un principio di immobilità aveva assunto i connotati della concentrazione. Pensavamo che rimanere all’erta fosse necessario per non farci trascinare dall’onda della vita altrui. E restavamo fermi, e se qualcuno ci chiedeva: Tu cosa pensi?, noi pensavamo che non volevamo pensare niente.

***

La vacanza

Mi allargo e occupo il tuo posto momentaneamente vuoto

come se fosse la mia libertà ad accogliermi,

ma se tu chiami

da dentro una presenza di lenzuola, ecco

io sono pronto

a stringermi nel sonno, a prendere atto

di quanto sia rimasto, in questo letto,

e quanto sia, di te, rimasto fuori.

Magrelli e il commissario

978880624029HIG.jpg Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

 

Nel 2018 Valerio Magrelli ha raccolto in volume tutte le sue poesie (Le cavie. Poesie 1980-2018, Einaudi) e, contemporaneamente, ha ricominciato con un nuovo libro di versi: Il commissario Magrelli (Einaudi), opera a cui è stato assegnato il Premio Pagliarani 2019. 

Ne pubblichiamo alcuni testi, proponendoli insieme a una presentazione del libro scritta per il nostro blog dallo stesso Valerio Magrelli, che ringraziamo vivamente per la generosità.

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I.

Dieci poesie da Il commissario Magrelli

1

Visto che tutti libri

hanno ormai un commissario,

mi faccio commissario

della poesia

e parto sulle tracce dei misfatti

che restano impuniti a questo mondo.

2

Povero vecchio, scherza il commissario:

la sciatica ti assolve, Pinochet…

Quante vittime vale un giradito?

E una colica? Un bel diabete, poi,

avrebbe tratto in salvo pure Goebbels.

Ah! I colpevoli anziani...

Tana libera tutti.

Raggiunti gli ottant’anni, vinci l’impunità.

Coi reumatismi, sistemi un genocidio:

vorrai mica infierire sui vegliardi!

È la “carta d’argento” del crimine,

il bonus del longevo.

Se invecchi in tempo,

non sei più responsabile di nulla.

Effetto Cile.

Sono i desparecidos del reato.

Consigli di lettura per l’estate 2020 della redazione di La letteratura e noi /2

Luigi Pirandello 1932 1 La letteratura e noi va in vacanza fino a fine agosto. Lunedì abbiamo pubblicato la prima parte [link] dei nostri consigli per l'estate. Oggi pubblichiamo la seconda e ultima parte.

Considerando però la situazione eccezionale del 2020 e il difficile rientro di settembre, ci riserviamo la possibilità di intervenire ancora con pezzi inediti della sezione scuola.
Come già in passato, ripubblicheremo articoli già usciti nel corso del 2019-2020.
Auguriamo una serena estate ai nostri lettori. Ci rivediamo a settembre.
 
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Alberto Bertino

L’estate  può essere il tempo adatto alle riletture oltre all’incontro con gli amici. Il che per alcuni, e per me in particolare, è spesso la stessa cosa. Tra i libri- amici che mi fa piacere incontrare, con lo stupore sottile di ritrovarli uguali ma sorprendentemente diversi rispetto all’ultima volta che ho parlato con loro, un posto speciale merita Il Maestro e Margherita (BUR o Feltrinelli) di Michail Bulgakov. Si tratta di un romanzo magico, che può essere letto in molti modi, a secondo delle preferenze del lettore, ma che per salti e trapassi  –  attraverso i due romanzi che contiene (il romanzo di Pilato e il romanzo del diavolo a Mosca) – fa parlare il Maestro della poesia e della scrittura, e Margherita dell’amore. Leggerezza e amarezza, male e amore, storia e immaginazione: sono solo alcuni aspetti presenti in un testo, capace di far ridere e di addolorare, che ogni volta lascia il dispiacere di concludersi.

Siccome, come scrive Bulgakov, «i manoscritti non bruciano» in questa estate 2020 incontriamo fresco di stampa Riccardino (Sellerio) di Andrea Camilleri. Ultimo, in quanto voluto come postumo, della serie di Montalbano. Come in ogni storia che si rispetti è la fine che dà un senso all’inizio, dunque non solo per i cultori del genere, ma anche per chi ha apprezzato la presenza di Camilleri nell’attualità politica e culturale del nostro paese, sarà utile ripercorrere la storia del personaggio e della lingua dello scrittore dalla Forma dell’acqua ad oggi. Interessante la costruzione pirandelliana dell’evento culturale post mortem e l’imbastitura del racconto tra letteratura, realtà, televisione e biografia. Ma la lingua è stata usata da Camilleri in vari modi, anche per costruire romanzi-romanzi e non solo polizieschi monopolizzati da un invadente ed esigente protagonista. Anche per questo aspetto, da rileggere, secondo me, è Il re di Girgenti (Sellerio), in cui il re contadino Zosimo ci conduce nel tempo che è storia e sospensione della storia. Raccontata in una lingua arcaica impastata di fantasia, la vicenda si dipana attraverso una folla di personaggi tutti dotati di caratteristiche indimenticabili, in modo che il nome sia legato ad un fatto e che il cunto possa proseguire.

Storia e sogno sembrano convivere in alcuni capolavori (forse non proprio in tutti) che sono costruiti come romanzi storici. E se da Girgenti ci si sposta in altro secolo e in un altro continente, in Brasile si può risentire la storia raccontata da Mario Vargas Llosa: La guerra della fine del mondo (Einaudi). Si tratta di un evento reale in cui il misticismo e la discussione dell’esistenza del male ritornano come costante della storia umana, fatta di violenza, di tradimento, di speranze e di imprevedibile altruismo. Ma sempre c’è l’aspirazione ad una vita migliore, a qualcosa che consenta anche ai più sventurati di essere contenti di essere nati. Come in ogni capolavoro ci sono pagine straordinariamente intense, ma in questo libro è impossibile isolarle dall’architettura generale del racconto.

Consigli di lettura per l’estate 2020 della redazione di La letteratura e noi /1

e9d120b57772e1cec5720cb50182e7be La letteratura e noi va in vacanza fino a fine agosto. Oggi e venerdì pubblicheremo dei consigli di lettura per l'estate dei nostri redattori. Nella prima parte, stamattina, prendono la parola i redattori "giovani", nel senso di coloro che sono entrati in redazione più di recente. Venerdì toccherà ai "vecchi".

Considerando però la situazione eccezionale del 2020 e il difficile rientro di settembre, ci riserviamo la possibilità di intervenire ancora con pezzi inediti della sezione scuola.
Come già in passato, ripubblicheremo articoli già usciti nel corso del 2019-2020.
Auguriamo una serena estate ai nostri lettori. Ci rivediamo a settembre.
 
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Antonella Amato

Le letture che ho scelto, seppure molto diverse tra loro, hanno in comune il fatto di riuscire a toccare di continuo qualcosa di nascosto e di invisibile, e a produrre un momento di vita, con i personaggi e tutta l’esistenza che si muove dentro di loro, ma anche con i misteriosi riverberi dell’imprevedibilità e dell’inatteso che emergono dall’esterno.

Piccoli equivoci senza importanza di Antonio Tabucchi, del 1985, è una raccolta di undici racconti postmoderni in cui viene negata qualsiasi possibilità di verità assoluta e di una conoscenza oggettiva del mondo. L’esistenza non è altro che «un rebus che non ha soluzione», un «equivoco senza importanza»,  un «appuntamento» incerto  («solo che noi non sappiamo mai il quando, il chi, il come, il dove»), perché la «ragion non riesce a riempire i vuoti fra le cose, e stabilire la completezza […] preferisce la complicazione». Ai personaggi, spaesati, non restano che rimpianti, ricordi forse ingannevoli (semmai sogni?), la sensazione costante di essere sempre fuori posto e la possibilità di «regolare sulla simmetria delle pietre l’infantile decifrazione del mondo senza scansione e senza misura».

Al di là del ponte e altri racconti, di Mavis Gallant, pubblicato in Italia da BUR nel 2005, è una raccolta di quattro racconti, tutti giocati su un movimento dialettico tra materia e astrazione, che restituiscono, al lettore, un mondo al tempo stesso realistico e visionario. Ogni racconto prende avvio da una situazione semplice, una realtà apparentemente banale, familiare, da cui, però, affiorano scintille, possibilità di sviluppo inaspettate che inducono i personaggi, inconsapevoli e smarriti, a misurarsi con un momento di svolta nel proprio destino, un cambiamento, un passaggio, un attraversamento, come fa intuire il titolo dell’opera. A risaltare è, dunque, un’atmosfera, rarefatta, di lucido e sottile straniamento che la Gallant definisce, sapientemente, con una scrittura elegante, asciutta ed essenziale.

La ricostruzione di un’identità: Febbre di Jonathan Bazzi

 

Febbre Jonathan Bazzi Fandango libri 1 Febbre è l’esordio letterario di Jonathan Bazzi, un romanzo autobiografico che, quest’anno, ha vivacizzato le tradizionali dinamiche dello Strega, e si è aggiunto alla storica cinquina, pur essendosi classificato settimo dopo Città sommersa di Marta Barone, per via dell’articolo 7 del regolamento, che prevede la presenza, nella finale, di almeno un libro pubblicato da un editore medio-piccolo, in questo caso Fandango Libri. Poi, in realtà, al momento della premiazione ci sono state, come spesso accade, poche sorprese: la vittoria de Il colibrì di Veronesi (La Nave di Teseo), il secondo posto di Carofiglio con La misura del tempo (Einaudi Stile Libero), il terzo della Parrella con Almarina (Einaudi), il quarto di Ferrari con Ragazzo italiano (Feltrinelli), il quinto di Mencarelli con Tutto chiede salvezza (Mondadori) e il sesto e ultimo di Bazzi, appunto.

Percepito da alcuni come un’opera militante, un manifesto dell’omosessualità (e outing della sieropositività dello scrittore), per veicolare messaggi in difesa dei diritti della comunità LGBT, in realtà Febbre è un romanzo composito che parla di molto altro, ma è in primis la storia della ricostruzione di un’identità, di un’anima rotta che non si rassegna al silenzio, all’invisibilità, che tenta la strada di una faticosa ricomposizione, cercando di sondare i margini della sopravvivenza e della resistenza.

La febbre: Rozzano 1985- Milano 2016

Jonathan Bazzi, nel 2016, vive a Milano con il suo compagno Marius da circa tre anni, studia filosofia e si mantiene all’università lavorando come insegnante di yoga. Dall’11 gennaio, una febbre insistente, debilitante, si impadronisce del suo corpo per circa due mesi, insinuando il sospetto di una malattia incurabile e terminale. Seguono vari accertamenti e si giunge alla certezza dell’ HIV, «una diagnosi che cambia tutto, che ti costringe all’improvviso a rielaborare il più velocemente possibile l’immagine che hai di te» (p. 113), ad accettare la «perdita del privilegio», a comprendere che non è più possibile «nascondersi la vista dello strapiombo» («Scopro in me un vuoto che mi ipnotizza, una dimensione dove il pensiero non può più niente. Il mio io ora, di colpo, completamente incarnato: il mio io è un corpo che si sa ammalare, e non più un’astrazione onnipotente, teorica. Segreti di cellule e sangue, lotte microscopiche che sanno proiettarsi in grande, grandissimo, e decidere tutto. Sono carne vulnerabile, infestata: sono un contenitore di sangue impuro, alterato per sempre. Un ammasso di organi e vene e cavità in cui virus molto famosi possono rintanarsi e moltiplicarsi in silenzio, senza che io me ne renda conto. Come potrò vivere sapendo di avercelo in corpo? Come potrò passare il resto della mia vita con questo parassita invisibile e ineliminabile. Piccola minuscola indimenticabile  onnipresente macchia» p. 114).

Perché leggere questo libro: Il buio oltre la siepe di Harper Lee

20172F47357 «Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a football, Jem non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere la palla al volo.

Poi, quando di anni ne furono trascorsi tanti da poter ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva di come erano andate le cose, quella volta. Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalire molto più indietro, e precisamente all’estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l’idea di far uscire di casa Boo Radley.

Ma allora, ribattevo io, se si voleva proprio risalire alle origini, perché non dire che la colpa era di Andrew Jackson? Se il generale Jackson non avesse incalzato gli indiani creek lungo il ruscello, Simon Finch non avrebbe risalito l’Alabama con la sua piroga, e dove saremmo noi, a quest’ora? Eravamo troppo grandi, ormai, per risolvere la controversia a botte; consultammo nostro padre Atticus, e lui disse che avevamo ragione tutti e due.

Siccome eravamo nel Sud, per alcuni di noi in famiglia era fonte di vergogna il fatto di non contare antenati che, dall’una o dall’altra parte, avessero combattuto a Hastings. Non avevamo che Simon Finch, un farmacista cacciatore di pellicce venuto dalla Cornovaglia, la cui religiosità era superata soltanto dalla taccagneria. In Inghilterra, a Simon non era piaciuta la persecuzione nei confronti di quelli che si dicevano metodisti per mano dei confratelli più liberali, e poiché anche lui si sentiva metodista, s’era deciso ad attraversare l’Atlantico, era sbarcato prima a Filadelfia, poi in Giamaica e quindi a Mobile, e infine aveva risalito il fiume Saint Stephens. Memore dei rimproveri di John Wesley a chi spreca parole per comprare e vendere, Simon aveva fatto fortuna praticando la medicina, ma anche in questa attività si sentiva infelice perché temeva sempre di cadere nella tentazione di fare qualcosa che non avesse per fine la gloria di Dio, come mettersi addosso ori e abiti sontuosi. Così Simon, dimenticate le parole del suo maestro contro la proprietà di beni terreni, acquistò tre schiavi e con il loro aiuto fondò una fattoria sulle rive dell’Alabama, una quarantina di miglia a nord di Saint Stephens. Ritornò a Saint Stephens una volta sola, per procurarsi una moglie, e con lei originò una discendenza composta in prevalenza di figlie. Simon visse fino a tardissima età e morì ricco.»

da Harper Lee, Il buio oltre la siepe, Feltrinelli, Milano 2008.

Rileggere Stanisław Lem 2. Il poliziotto e lo scienziato: L’indagine

Stanislaw Lem 2 Il lettore forse ricorderà che in questo blog alcuni mesi fa è stato pubblicato un mio intervento sullo scrittore polacco Stanisław Lem (Leopoli 1921 - Cracovia 2006) e sul suo romanzo più famoso, Solaris. In quel primo contributo abbiamo cercato di far emergere come l’opera di Lem si colloca in una fase storica, gli anni Cinquanta e Sessanta, di grande fiducia nel progresso scientifico e nella possibilità dell’umanità di dominare e comprendere la realtà per mezzo della scienza. Il genere fantascientifico, sia nella letteratura sia nel cinema, ha dato voce a questo afflato e a questa fiducia, costituendo uno dei principali orizzonti simbolici in cui la civiltà contemporanea si esprimeva. Come ho cercato di mostrare, Lem, nella sua produzione, inserendosi nel panorama richiamato, ha dato anche voce alle angosce e ai limiti interni alla civiltà della scienza. Qui ci occupiamo del romanzo Sledztwo (1959), che precede di due anni Solaris, ma che affronta tematiche del tutto analoghe e complementari. Il presente contributo, quindi, deve essere considerato come un ulteriore tassello del ragionamento iniziato.

Il romanzo giunge in Italia, in una traduzione dall’inglese, negli anni Ottanta con il titolo originale, L’indagine, venendo pubblicato prima da Rusconi (1984), poi da Mondadori nella collana Classici Urania (1989). Bollati Boringhieri edita di nuovo il libro nel 2007, intitolandolo L’indagine del tenente Gregory. Al di là dell’aver impropriamente alterato il titolo (l’indagine non è soltanto del tenente Gregory, come si vedrà), la casa editrice torinese ha il merito di aver pubblicato una nuova traduzione del testo direttamente dal polacco. È quindi quest’ultima edizione che qui si prende a riferimento. Il romanzo, tuttavia, non è stato ristampato e oggi in Italia è rinvenibile soltanto sul mercato dell’usato.

Un libro di fantascienza, si dirà. E invece no: L’indagine ha l’aspetto di un poliziesco. Solo l’aspetto, però. Il tenente Gregory di Scotland Yard riceve l’incarico di indagare sulla scomparsa di alcuni cadaveri dagli obitori della provincia inglese. Il capo della polizia Sheppard chiede a un esperto di statistica, il dottor Sciss, di collaborare all’indagine. Presto si crea una sorta di rivalità tra Gregory, che cerca di trovare qualcuno che abbia trafugato i cadaveri, e Sciss, che interpreta gli eventi come puro fenomeno ed elabora un modello statistico che permetta di prevederne il decorso fino al suo esaurirsi, accettando da subito la possibilità che i morti si siano spostati autonomamente; lo studioso, inoltre, scopre che nell’area in cui gli eventi si sono verificati, il tasso di mortalità per cancro è inferiore alla media e ipotizza un legame tra i due fenomeni. È proprio a partire dal confronto tra questi due personaggi che emergono le tematiche di fondo del romanzo, che riguardano, come in Solaris, la possibilità da parte dell’essere umano di comprendere la realtà.  Sciss e Gregory rappresentano in un certo senso due paradigmi epistemologici; due diversi modi di concepire l’indagine sulla realtà.

Pubblico e privato in L'Evento di Annie Ernaux

87e5c569 d067 44e6 bc9b 89de3e646975 large «Ho finito di mettere in parole quella che mi pare un'esperienza umana totale, della vita e della morte, del tempo, della morale e del divieto, della legge, un'esperienza vissuta dall'inizio alla fine attraverso il corpo»

Con queste parole Annie Ernaux si avvia a concludere L'Evento, uscito in Francia nel 2000 per Gallimard e quasi vent'anni dopo pubblicato in Italia da L'ombra e tradotto da Lorenzo Flabbi.

Il punto focale della narrazione è dunque il corpo, quello di una studentessa di lettere che nel 1963 a Rouen scopre di essere incinta e decide di abortire clandestinamente. In Francia la legge di quegli anni vietava l'aborto, e perciò per questa ragazza, dal momento in cui il ginecologo pronuncia il verdetto, avrà inizio un tormentato e angosciante viaggio alla ricerca di una soluzione. Perché lei non vuole saperne di portare avanti la gravidanza, di arrendersi ad un destino che non vuole accettare e che le sembra orribile, come annota sul suo diario di studentessa: «È orribile: sono incinta». Mentre la vita intorno a lei continua a scorrere inesorabilmente, la protagonista sente di essere ormai esclusa dal mondo: nemmeno la morte di Kennedy a Dallas una settimana dopo la terribile scoperta può scuoterla da tale sensazione.

Completamente sola e costretta ad affrontare l'ipocrisia di medici che invece di aiutarla le ricordano soltanto l'illegalità nella quale sta precipitando, Annie finirà fra le mani di mammana, una «fabbricante di angeli» che per 400 franchi le infilerà una sonda nell'utero, tra le urla di dolore: «su, piccina, la smetta di urlare, devo pur fare il mio lavoro».

Le pagine che descrivono le ore dell'aborto, dell'espulsione del feto nel bagno dello studentato, in una notte che non sembra volgere al termine, sono le più intense dell'intera narrazione: «È zampillato all'improvviso come lo scoppio di una granata, in un fiotto che si è allargato fino alla porta. Ho visto un piccolo bambolotto penzolarmi dal sesso, appeso a un cordone rossastro. Non avevo immaginato di avere dentro di me una cosa così. Dovevo camminare portandomelo dietro fino alla stanza. L'ho preso in una mano – aveva una strana pesantezza – e mi sono trascinata lungo il corridoio stringendolo tra le cosce. Ero una bestia».

Perché leggere Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese

32136b7f5d5e33c9791c391dcaef0a0b w h mw600 mh900 cs cx cy Il mare non bagna Napoli apparve la prima volta nei Gettoni della Einaudi, con una presentazione di Elio Vittorini. Era il ’53. L’Italia usciva piena di speranze dalla guerra, e discuteva su tutto. A causa dell’argomento, anche il mio libro si prestava alle discussioni: fu giudicato, purtroppo, un libro «contro Napoli». Questa «condanna» mi costò un addio, che si fece del tutto definitivo negli anni che seguirono, alla mia città. E in circa quarant’anni – tanti ne sono passati da allora – io non tornai più, se non una volta, per qualche ora, e fuggevolmente, a Napoli. A distanza, appunto, di quattro decenni, e in occasione di una sua nuova edizione, mi domando se il Mare è stato davvero un libro «contro» Napoli, e dove ho sbagliato, se ho sbagliato, nello scriverlo, e in che modo, oggi, andrebbe letto. La prima considerazione che mi si presenta è sulla scrittura del libro. Pochi riescono a comprendere come nella scrittura si trovi la sola chiave di lettura di un testo, e la traccia di una sua eventuale verità. Ebbene, la scrittura del Mare ha un che di esaltato, di febbrile, tende ai toni alti, dà nell’allucinato: e quasi in ogni punto della pagina presenta, pur nel suo rigore, un che di «troppo»: sono palesi in essa tutti i segni di una autentica «nevrosi». Quella «nevrosi» era la mia. (Il «Mare» come spaesamento, pp.9-10)

Così Anna Maria Ortese ripubblicando per Adelphi nel 1994 la raccolta di cinque racconti (Un paio di occhiali, Interno familiare, Oro a Forcella, La città involontaria e l’articolato e lunghissimo Silenzio della ragione) che le costò ben più che un addio alla sua Napoli: madre adottiva (in verità Ortese era nata a Roma ed era cresciuta, a causa della guerra e delle vicende familiari, un po’ disordinatamente tra la Puglia, la Basilicata e la Libia, girovagando, al rientro dalla Libia, per varie regioni d’Italia, sino a stabilirsi a Napoli solo nel 1945), la città reagì con indignazione all’affresco squallido e dolorante che ne aveva fatto la scrittrice, ritraendola, nell’immediato, poverissimo, disperato dopoguerra, fuori dal suo ridente, folcloristico clichè; neppure lambita dal mare. E non meno si indignarono le Giacchette Grigie di Monte di Dio, ovvero gli intellettuali (Pasquale Prunas, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Domenico Rea, Tommaso Giglio…), che, ancora giovanissimi, si erano riuniti intorno alla rivista Sud, il periodico nato «contro ogni classificazione, numerazione, sezionamento, contro ogni politica suddivisione del sentimento, contro ogni barriera doganale» (come si legge nell’editoriale del suo direttore Prunas). Di quella redazione Ortese aveva fatto parte finché non le era sembrato che «le discussioni lasciavano il posto alle conversazioni; la politica diventava un motivo per ritornare sul problema di un impiego; le preoccupazioni di una carriera o solo una modesta sistemazione personale si alternavano in una proporzione sempre più forte ai problemi e all’avvenire del giornale e l’indipendenza della cultura (…) cadeva in una piazza sempre meno popolata e sicura» (Il silenzio della ragione, p.115). Eppure, nonostante l’embargo, di quel «comunismo (che) a Napoli, in quegli anni, era un liberalismo di emergenza» (Ivi, p.113) le restò sempre molto più che un ricordo vivissimo, se ancora nel Novantaquattro (sarebbe morta quattro anni più tardi), in occasione di una grande mostra sul Gruppo Sud (Torino, maggio 1994), Ortese poteva scrivere: «Ma la bandiera dell’Utopia, se sventola ancora, almeno nel mio cuore, la devo alle Giacchette grigie di Monte di Dio» (Le Giacchette Grigie di Monte di Dio, p.173).

Perché leggere La chiave a stella di Primo Levi

61TT6zB230L «Eh no: tutto non le posso dire. O che le dico il paese, o che le racconto il fatto: io però, se fossi in lei, sceglierei il fatto, perché è un bel fatto. Lei poi, se proprio lo vuole raccontare, ci lavora su, lo smeriglia, toglie le bavature, gli dà un po’ di bombé e tira fuori una storia; e di storie, ben che, sono più giovane di lei, me ne sono capitate diverse. Il paese magari lo indovina, così non ci rimette niente; ma se glielo dico io, il paese, finisce che vado nelle grane, perché quelli sono brava gente ma un po’ permalosa».

Conoscevo Faussone da due o tre sere soltanto. Ci eravamo trovati per caso a mensa, alla mensa per gli stranieri di una fabbrica molto lontana a cui ero stato condotto dal mio mestieri di chimico delle vernici. Eravamo noi due i soli italiani; lui era lì da tre mesi, ma in quelle terre era già stato altre volte, e se la cavava benino con la lingua, in aggiunta alle quattro o cinque che già parlava, scorrettamente ma correntemente. È sui trentacinque anni, alto, secco, quasi calvo, abbronzato, sempre ben rasato. Ha una faccia seria, poco mobile e poco espressiva. Non è un gran raccontatore: è anzi piuttosto monotono, e tende alla diminuzione e all’ellissi come se temesse di apparire esagerato, ma spesso si lascia trascinare, ed allora esagera senza rendersene conto. Ha un vocabolario ridotto, e si esprime spesso attraverso luoghi comuni che forse gli sembrano arguti e nuovi: se chi ascolta non sorride, lui li ripete, come se avesse da fare con un tonto.