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Pro o contro il libro di Claudio Giunta? Buone e cattive battaglie per la didattica della letteratura

Claudio Giunta E se non fosse la buona battaglia La falsa coscienza degli umanisti

Il titolo del nuovo libro di Claudio Giunta E se non fosse la buona battaglia? (Il Mulino, 2017) richiama, con una dose di implicita ironia, le parole pronunciate da San Paolo prima di morire come martire cristiano: “ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”. Il suo scopo è dimostrare che il nostro mondo e il nostro tempo non sono più adatti alla difesa dell’istruzione umanistica e che chi si ostina a praticarla agisce quasi sempre in nome e per conto di una retorica idealistica o di una falsa coscienza.

Il volume, che raccoglie articoli e saggi sia inediti che pubblicati in quotidiani, riviste e blog, è suddiviso in una parte sulla scuola e una sull’università. I titoli dei capitoli promettono un argomentare agile, diretto, pragmatico e aggiornato (Sì, ma a che serve, La “Buona Scuola, Dante nel pomeriggio, Fine del classico come metonimia, Requiem per la scuola? La nostra sconcertante mancanza di materialismo, Piagnistei, Ha ancora senso fare Lettere? Didattica della fuffa, Saper scrivere potrebbe non essere così importante e così via).

La promessa sembra mantenuta: a differenza di altri libri sullo stesso argomento, il pamphlet di Giunta permette a un lettore medio di farsi un’idea, almeno in apparenza oggettiva, sullo stato delle cose nel campo della formazione “passando l’aspirapolvere” su alcune “difese corporative” (cfr. Danilo Bonora ) che stanno alla base dei “piagnistei” di chi, conservatore del passato,  si sente assediato dal presente.

Lo stile è basato sulla retorica della concessione, segnalata dai frequenti tuttavia, (“Questo conservatorismo di fondo è del tutto legittimo….Tuttavia…”, pp. 19-20; “E’ tutto comprensibile: ma il fatto è che le discipline umanistiche non sono la medicina o la tecnica dei materiali”, p. 298). Giunta sembra in sostanza accogliere gli argomenti avversi per poi demolirli con la forza dell’evidenza e dei dubbi elementari: “a che serve?  A quale scopo? Se potessi tornare indietro seguirei la strada che ho scelto?”.  In tal modo, come professore umanista, attacca la desuetudine conclamata del proprio stesso campo disciplinare: mentre i colleghi la dissimulano in pubblico e la svelano negli sfoghi privati (c’è chi chiama “martiri” gli iscritti al primo anno di Lettere e chi dichiara che chiuderebbe il  figlio in casa piuttosto che fargli studiare le discipline che lui ha studiato), Giunta sottopone il proprio orto professionale a una verifica “svecchiante”, in linea con l’attuale orizzonte d’attesa. Tanto che del libro è stato subito enfatizzato il coraggio della rottamazione, che farebbe finalmente piazza pulita “dell’inutile foresta pietrificata degli studi umanistici a scuola”  (Stefano Feltri)

Sulla “sconcertante mancanza di materialismo”

Per ottimizzare il consenso, Giunta impiega la leggerezza ironica dello specialista accattivante che cita con disinvoltura la fiction accanto alla Commedia, la prima serie di House of Cards per raffigurare gli esperti del ministro Giannini, (p. 105), Mad Men per parlare degli anni Sessanta, Aldo Fabrizi in Mio figlio professore per esemplificare il tramontato prestigio di un docente di latino (p. 7). La cartella che tiene in evidenza sulla sua scrivania, con incollata sul dorso la scritta Piagnistei (p. 71), forse a sua insaputa, addita i cattivi compagni di strada delle nostre battaglie. Le sottocategorie dei difensori della cultura umanistica lì rubricate (Nervosismo di fronte alla globalizzazione, Addio ai classici, Orgoglio dell’umanista…) ci indicano con chiarezza un avversario. Ci privano della tentazione – se mai l’avessimo avvertita - di allearsi con quanti difendono il residuo mandarinato delle belles lettres: una tentazione forte in questi ultimi vent’anni in cui la scuola pubblica e la didattica della letteratura sono state i bersagli di un attacco, egemone e protervo. Quell’elenco ci ricorda che Martha Nussbaum e gli altri laudatores temporis acti (p. 146) parlano dall’interno di una corporazione e ne difendono o ne rimpiangono i confini. Di più: ci invita addirittura a prendere atto della “nostra sconcertante mancanza di materialismo” (p. 145), a cui Giunta dedica un intero capitolo.

Prendendo sul serio questa provocazione, dopo aver liquidato la retorica idealistica e la falsa coscienza dei difensori delle humanities, credo si possa tranquillamente liquidare anche Claudio Giunta.  Qual è, infatti, il punto di vista da cui questo libro guarda alla scuola e all’università?  Giunta non vuole essere un critico della cultura: è e rimane uno storico della letteratura medievale e un filologo che adora la Textkritik di Paul Maas ma che non disdegna le sortite dal proprio campo specialistico scrivendo, da tuttologo, di viaggi, società, scuola e politica (come fa nel suo Essere#matteorenzi, un volumetto a un tempo critico e simpatetico). È abbastanza “materialista” da intuire che nella liquidazione turbocapitalista delle mediazioni, tra poco “quasi tutti si domanderanno, tra l’incredulo e l’indignato, che senso abbia pagare qualcuno che scrive articoli intitolati Stratigrafia delle varianti nelle liriche di Pietro Bembo” (p. 176). E risponde alla crisi del proprio ruolo proponendo una “sensata” restrizione del campo: “Non c’è nessuna battaglia”, scrive Giunta, “dobbiamo ragionare come membri di una comunità, non come una chiesa”.

Insomma, l’autore di E se non fosse una buona battaglia?  muove da una precisa posizione ideologica, così sintetizzata:  The world is what it is (http://www.leparoleelecose.it/?p=28731).  Giunta impiega Naipaul per spiegarci che “Il mondo è quel che è” e che “la maturità consiste nel fare esperienza di questo semplice fatto, e nell’accettarlo” (ma avrebbe potuto utilizzare There is no alternative, lo slogan di Margareth Thatcher negli anni ottanta). E lo fa con fa con Rorty alla mano, contro Marcuse: impugnando la “maturità” di Verità e progresso contro il velleitarismo giovanile del Grande Rifiuto (pp. 283-284).

Il “buon senso” e il pragmatismo che derivano da questa premessa ideologica fedele alle libertà individuali garantite dall’alta tecnologia e dallo stato di diritto (a tutto ciò che sta andando in pezzi, insomma), irradiano il libro predeterminandone le affermazioni più apodittiche: “Vogliamo formare delle persone che vivano bene il loro tempo, non dei disadattati” (p. 25), “Dato che le facoltà umanistiche offrono pochi sbocchi lavorativi, sarebbe il caso che alle facoltà umanistiche si iscrivessero in pochi” (p. 193), “A me l’economia di mercato andava (e va) benissimo, purché mi garantisse un angolino in cui potessi continuare a fare quello che avevo fatto fino ad allora: astenermi dalla vita pratica, studiare” (p. 284).

Non c’è proprio da fare nessuna battaglia?

Nei decenni trascorsi, il mondo della formazione umanistica e letteraria è stato attraversato da diverse ridefinizioni disciplinari: l’ondata formalista dei “logotecnocrati” esecrati a suo tempo da Cases, la successiva prospettiva ludico-espressiva e infine il culturalismo. Al feticismo del testo si è sostituito il feticismo della soggettività spontanea. E se dietro lo specialismo c’era la semiologia nelle sue varie forme, dietro la didattica ludico-spontaneista balenano non solo l’enfasi sui privilegi del Lettore ma anche l’equiparazione della letteratura a ogni altra forma di intrattenimento e il discente inteso come cliente, lavoratore liquido o imprenditore di se stesso, atomo isolato in un mondo concepito come shopping mall. Ora Giunta tira le somme e ci esorta, dal suo “angolino”, ad accettare la “verità” della specializzazione e dei tagli e a ridimensionare le pretese della critica: “direi che la valutazione delle opere d’arte antiche o moderne è separabilissima dal giudizio e dall’augurio che formuliamo per l’uomo, oggi. E direi che il realismo di Dante c’entra poco con la sua attualità, e che in fondo nessuna delle due questioni – il realismo di Dante, l’attualità di Dante – è particolarmente interessante, oggi.” (http://www.leparoleelecose.it/?p=11732.).

Conseguente a questa prospettiva è la stroncatura del capitolo di Se questo è un uomo sul canto XXVI dell’Inferno percepito come pagina “dolciastra e artefatta” (p. 292): il “materialismo” di Giunta si riduce in sostanza a pragmatismo e se “il mondo è quel che è” è certo poco tollerabile che si cerchi di trascenderne la brutalità, come fanno Pikolo e Primo, in una relazione infraumana che passa attraverso un testo letterario.

Questa posizione, che ricorda l’ideologia primonovecencesca di Prezzolini quando propugnava la “società degli apoti” (1922), è assai diversa da quella dei filologi materialisti di cui, credo, possiamo ancora ereditare la lezione.  Non penso solo al modello critico proposto da Walter Benjamin, che unisce il filologo e il filosofo, il senso dei “contenuti effettuali” e la rivelazione dei “contenuti di verità” e dei significati attuali di un testo (la letteratura e noi, appunto). Penso a Sebastiano Timpanaro, il cui Sul materialismo afferma la possibilità di un eroismo filosofico di tipo leopardiano, rivendica il diritto del soggetto a ergersi contro la natura e le ingiustizie sociali, e la prospettiva della “felicità”.

Ai docenti di letteratura, il mandato educativo è stato ormai interamente revocato: Giunta arriva tardi sul campo di battaglia e polemizza contro un cadavere. Il testo letterario rappresenta tuttavia un’alterità dal presente ed è ancora una risorsa per chi intenda fare “come se” quel mandato fosse ancora attivo: all’antropologia delle monadi isolate, la letteratura oppone un’antropologia relazionale perché il suo significato è una “costruzione” interdialogica. La domanda di senso che gli studenti ancora ci rivolgono (non il caricaturale “dire un grosso no a tutto questo”, p. 283) può essere intercettata e valorizzata dalle emozioni, dalle ambiguità e dagli enigmi dei testi, strutturalmente non diversi da quelli della mente e della vita (cfr. http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/interpretazione-e-noi/718-emozioni-e-letteratura.html) e dalle reazioni individuali di lettura dei partecipanti in un processo sociale. L’esperienza interpretativa è, in classe, una delle ultime occasioni per verificare un’ipotesi che Giunta, in accordo con il pensiero dominante, non condivide: che l’essere è l’essere sociale, che è meglio ciò che unisce e rende uguali di ciò che divide e fomenta sopraffazione e diseguaglianza. Per questo, per frammenti o per schegge, quell’esperienza va praticata in quanti più luoghi educativi sia possibile, nei modi della guerriglia e controcorrente rispetto alle disposizioni e ai linguaggi delle istituzioni formative medesime.

Timpanaro pone un problema radicale, da cui anche a scuola occorre partire: “se, per esprimersi con un linguaggio irritante per gli intellettuali odierni, l’homo sapiens dimostrasse di essere una specie zoologica capace di linguaggio, di pensiero, di arte e di tante ottime cose, ma incapace di eguaglianza e di autogoverno collettivo, la decadenza e la fine dell’intera umanità sarebbe definitivamente segnata, a scadenza non troppo lunga”. (Antileopardiani e neomoderati, 1982, p. 327)

Se sarà ancora possibile una “buona battaglia” negli anni avvenire, sarà quella che ci permetterà di dividerci tra quanti come Giunta non trovano questa prospettiva “interessante” e chi vorrà viceversa tentare di praticarla, non rinunciando a destrutturare la tradizione dei vincitori, a indicare linee alternative: negli interstizi stessi della didattica dominante, e non solo.

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