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«Già troppe volte esuli». Letteratura di frontiera e di esilio

esterne181353001812135359 big-e1350036327556Pubblichiamo la Prefazione di Novella di Nunzio all’edizione in due tomi del volume N. di Nunzio, F. Ragni (a cura di), «Già troppe volte esuli». Letteratura di frontiera e di esilio (Università degli Studi di Perugia, CTL, Perugia, 2015), esito dell’omonimo convegno tenutosi a Perugia, Biblioteca San Matteo degli Armeni, 6-7 novembre 2013.

 
 
Prefazione

La presente opera, composta di due tomi, raccoglie una serie di saggi sulla letteratura di frontiera e di esilio. Emblematica a tal riguardo la scelta di citare nel titolo – «Già troppe volte | esuli» – l’incipit del componimento Verso la terra promessa del poeta esule fiumano Gino Brazzoduro.

L’oggetto di interesse è esaminato attraverso molteplici chiavi di lettura: storico-autobiografica, antropologico-filosofica, critico-letteraria, narratologico-formale e linguistica. L’organizzazione dell’intero volume segue un criterio insieme tematico e cronologico: le varie sezioni, incentrate ognuna su un tema specifico, si posizionano lungo un asse temporale che va dalla classicità all’età contemporanea.

Dopo l’introduzione a opera di Romano Luperini, nella quale lo studioso, attraverso un discorso che parte da Adorno e arriva a Said, individua nell’esilio la condizione esistenziale specifica dell’intellettuale oggi, il primo tomo si apre con la sezione Classici e classicisti, che colleziona contributi sul mondo classico e la sua rilettura da parte dei moderni: Seneca confinato in Corsica; Dante esule rivissuto attraverso la lettura di Giovanni Boccaccio o reinterpretato, insieme a Petrarca peregrinus ubique, da Giuseppe Ungaretti; il mito di Medea, espatriata in terra straniera, nella versione di Corrado Alvaro.

Si va avanti con la sezione Limites I, che raccoglie interventi in cui si affrontano diverse realtà di margine e di frontiera geo-politica e culturale: l’incontro/scontro tra Occidente e Oriente secondo le interpretazioni di Gramsci e Said; il varco giuliano-dalmata e il rapporto tra italiani e slavi nei racconti e nei romanzi di Diego Zandel; il Sudafrica post-coloniale di Zakes Mda.

La terza sezione, Forme di esilio, migrazione, frontiera: poesia, dà inizio a una riflessione orientata sul campo delle forme letterarie. Estesa nel corso di tutta l’opera, nel caso specifico tale riflessione si occupa appunto del genere poetico (seguiranno, come si vedrà, due sezioni per la prosa – narrativa e memorialistica – e una per il teatro), e apre una finestra su autori che sono stati toccati dall’esperienza dell’esilio in modo concreto, come Rafael Alberti, Amelia Rosselli, Gëzim Hajdari, Vera Lúcia de Oliveira, Nader Ghazvinizadeh e Barbara Serdakowski; o in un modo piuttosto intellettuale, come Franco Fortini, Antonella Anedda e Franco Buffoni, che esprimono la condizione limite della guerra in qualità di attori-spettatori appartenenti a un Occidente ormai pacificato.

Il tomo procede con le seguenti sezioni: Risorgimento, riservata agli esuli del periodo risorgimentale e alle loro configurazioni letterarie, in prosa o in poesia, dell’esperienza esistenziale e politica dell’esilio (in particolare si approfondiscono le figure di Niccolò Tommaseo, Giovanni Ruffini, Ippolito Nievo, Giovanni Berchet, Pietro Giannone, Giovita Scalvini, Giuseppe Mazzini, Cristina Trivulzio Belgiojoso); Limites II, che prosegue il discorso sulle realtà di margine e frontiera, mettendo in primo piano la città di Trieste con Scipio Slataper, la linea italo-francese alle estremità della Liguria con Francesco Biamonti, la Germania divisa tra Est e Ovest con Franco Fortini, il confine arabo-israeliano con Yshai Sarid; e si chiude con la sezione Forme di esilio, migrazione, frontiera: prosa I, che riunisce interventi sulla narrativa di Stefan Zweig, Giani Stuparich, Anna Maria Mori e Andrea Camilleri.

Il secondo tomo ha inizio con una testimonianza diretta: Diego Zandel, figlio di esuli fiumani nato nel campo profughi di Servigliano (1948), racconta in prima persona la propria storia, sottolineando, a paradigma significativo dell’intero lavoro qui presentato, come l’origine della sua attività di scrittore sia da ricercare in un’urgenza intimamente legata al trauma dell’esilio.

Il tomo seguita con la sezione In fuga da… Esilio volontario, nella quale si prendono in esame casi di autori italiani che hanno scelto, costretti da condizioni storiche o personali insoddisfacenti, di lasciare le proprie terre: Luigi Pirandello e Giuseppe Antonio Borgese, entrambi in conflitto più o meno aperto con Mussolini, l’uno girovago tra Berlino, Vienna, Parigi, New York e Buenos Aires, l’altro autoesiliato in America; il gruppo particolarmente folto di intellettuali italiani (come per esempio Ignazio Silone, Piero Chiara, Giorgio Scerbanenco, Arturo Lanocita) emigrati in Svizzera nel periodo cruciale tra il ventennio fascista e la seconda guerra mondiale; Luigi Meneghello e il suo «dispatrio» in Inghilterra.

La sezione successiva, Erranti, si rivolge all’universo ebraico, prima analizzato in termini filosofico-teorici attraverso l’esempio di Giacomo Debenedetti e poi, passando alla prassi storica e critico-letteraria, declinato nel caso specifico degli intellettuali ebreo-tedeschi in fuga da Praga (come Max Brod, Johannes Urzidil, Franz Werfels, Felix and Robert Weltsch), e in quello della figura letteraria dell’ebreo rifugiato negli Stati Uniti, personaggio ricorrente nelle opere di scrittori americani quali Saul Bellow, Bernard Malamud e Philip Roth.

I lavori continuano con la sezione Forme di esilio, migrazione, frontiera: teatro, in cui i rapporti tra esilio, migrazione e teatro sono osservati attraverso un doppio approccio: particolare, con i contributi su Nanni Mocenigo e sul Rafael Alberti drammaturgo; e generale, con i saggi d’apertura e di chiusura, che riflettono entrambi sul tema usando uno sguardo ad ampio raggio, e assumendo come campo d’indagine le tradizioni teatrali rispettivamente europea e sudamericana.

Seguono le sezioni: «Il sogno di una cosa», dedicata alle rappresentazioni letterarie di mondi ideali e immaginati, di patrie perdute o mai conosciute, come la Dalmazia di Enzo Bettiza, la Trieste raccontata dagli scrittori dell’esodo giuliano-dalmata, il mondo mitico dell’infanzia e «la patria sognata» di Montale, l’Istria di Anna Maria Mori e il Terzo Mondo di Pier Paolo Pasolini); Colonie, identità, idiomi, in cui le tematiche dell’esilio e della frontiera si affrontano in base a una prospettiva specificamente identitaria e linguistica che si focalizza sulla letteratura postcoloniale, con gli esempi di Vidiadhar Surajprasad Naipaul, Derek Walcott, Sam Selvon, Edward Kamau Brathwaite, Luandino Vieira, Nuruddin Farah, e su casi di scrittori migranti come Elias Canetti, Herta Müller, Mary Melfi e Giose Rimanelli; e, infine, Forme di esilio, migrazione, frontiera: prosa II, nella quale vengono analizzate ulteriori narrazioni di esperienze di migrazione e di esilio: le memorie di due italiani trasferitisi da Foggia a Torino, i romanzi di Fulvio Tomizza, Enzo Bettiza, Cormac McCarthy.

Il volume si chiude con un intervento di Claudio Francescaglia, presidente della Fondazione Centro Studi Aldo Capitini. Nell’ambito di tale intervento, Francescaglia si sofferma sul concetto capitiniano della «compresenza dei morti e dei viventi», rielaborandolo e offrendone una lettura in chiave utopica, in una prospettiva di superamento esistenziale del limite e dunque della possibilità stessa dell’esilio. Di fronte a una realtà in cui si realizzi la piena compresenza del tutto, infatti, la condizione dell’esiliato e il sentimento di estraniazione rispetto all’altro non avrebbero più ragione d’essere. Se un simile superamento del limite sia, se non realizzabile, almeno immaginabile è la domanda aperta con cui l’opera, dotata di conclusioni non a caso definite “provvisorie”, vuole congedarsi.

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NOTA

Si ringrazia l’ISUC (Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea) per il sostegno alla realizzazione del progetto editoriale. 

 

 

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