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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Villetta con ospiti: un’allegoria nazionale e popolare

coverlg home Villetta con ospiti, il nuovo film di Ivano De Matteo, si pone di traverso rispetto ai luoghi comuni più rassicuranti dell’intrattenimento e all’orizzonte d’ attesa più mediocre. Eppure utilizza generi e modi di largo successo come la commedia borghese e il noir, il suo tema è dei più attuali (la difesa personale, l’uso delle armi, i migranti) e uno dei protagonisti è un volto molto noto al pubblico di fiction come Marco Giallini. È un film rubricato come “una commedia che vira verso il giallo” eppure la sua forma del contenuto giunge inattesa e produce riflessione e turbamento.

Gli ingredienti per realizzare con materiali potenzialmente vieti un’opera problematica  e demistificante nei riguardi delle mitologie del presente e di tanta finzione omogeneizzata,  sono la struttura rigorosamente drammaturgica (la vicenda si svolge nell’arco di ventiquattr’ore e in prevalenza nello spazio chiuso di una villetta veneta) e  l’uso sapiente dell’ allegoria, sia naturale e animale (i lupi, i caprioli, i ricci, i conigli, i corvi, il temporale)  che istituzionale e sociale (le figure del poliziotto, del prete e del medico, - i pilastri della provincia italiana - tipicizzati  senza manicheismo).  Inoltre sia la sceneggiatura, affidata a Valentina Ferlan, che la recitazione di alcuni attori (soprattutto quelle delle due donne, Michela Cescon e Cristina Flutur e del ragazzo rumeno Ioan Tiberiu Dobrica) sono di elevata qualità così come la colonna sonora di Francesco Cerasi iterativamente accompagnata da suoni che da famigliari divengono perturbanti, come quelli dei cellulari, dei campanelli e dei citofoni.

Villetta con ospiti scava nel sottosuolo di un paese sempre più ipocrita e familistico come il nostro, ne fa emergere le nuove sudditanze sociali (l’adolescente rumeno fa notare lucidamente alla madre che se la famiglia presso cui fa da badante la pagasse il giusto, non avrebbe più bisogno della loro carità e dei loro doni) e le nuove violazioni civili oltre che le responsabilità morali. Al tema principale (i rapporti fra italiani e migranti e l’autodifesa armata delle proprietà con le sue spietate e taciute contraddizioni) si affiancano motivi allusi per bagliori, come i rapporti fra gli adolescenti e gli adulti, le ipocrisie famigliari, l’antropologia delle villette. Le allegorie animali risultano così tanto efficaci e pertinenti (nell’incipit, i maschi italiani armati fino ai denti feriscono e uccidono un lupo nel bosco) perché i rapporti fra tutti i personaggi sono governati da un feroce intreccio darwiniano di pulsioni nascoste e di reciproci ricatti. 

Conversazione nello Studiolo con Giorgio Agamben

ai-wei-alan-kurdi.jpg1. È esperienza comune, almeno negli ultimi anni, sentire affermare durante una conversazione che viviamo nella società dell’immagine; e se inizialmente questo refrain stava a indicare una società che aveva opposto alle profondità dell’essere la superficialità dell’apparire (è interessante vedere come Bret Easton Ellis da Glamorama fino a Bianco abbia sempre ragionato su queste tematiche, anche se non in questi termini), con il passare degli anni le neuroscienze, la narratologia, la psicologia hanno posto in evidenza un profondo cambio di paradigma dell’essere umano e del suo modo di conoscere il mondo: la parola, la parola/scrittura in particolar modo, lascia spazio a una comprensione della realtà fatta per immagini e per choc visivi.

Questo scarto tra l’immagine del mondo e la sua rappresentazione è al centro del nuovo saggio di Giorgio Agamben Studiolo (Einaudi, 2019), che si invera – secondo me - nell’alto numero di occorrenze dei termini “narrare” e “narrazione” nelle pagine del libro; verrebbe quasi da dire – come nella più facile delle fascette da copertina -  che in Studiolo Agamben più che trattare quadri, li narra.

Il filosofo, sulla scia di Flaubert, è consapevole di come sia impossibile spiegare una forma d’arte usando il linguaggio di un’altra forma d’arte, e di come Studiolo avrebbe la sua ragione profonda d’essere in una semplice sequela d’immagini, ma non per questo rinuncia alla centralità dell’atto linguistico, come si evince dalla breve avvertenza che apre il saggio: «I testi che accompagnano le figure in esso raccolte intendo perciò collocarsi nella tradizione del commento»; e riferendosi alle diverse opere artistiche, oggetto di riflessione, aggiunge: «La scommessa sui cui ogni commentario filosofico si fonda è che il momento in cui l’opera è stata prodotta non coincide necessariamente con quello delle sua leggibilità». In questo caso la nostra attenzione si punta sul termine “leggibilità”, che appunto rimanda più all’ambito della scrittura che non della pittura.

Su Neogeografia di Matteo Meschiari

 

9788831977395_0_0_596_75.jpg Oggi l’insegnamento della geografia nelle scuole secondarie pone alcuni problemi legati a una percezione falsata della disciplina, che da tempo viene intesa come di importanza secondaria rispetto alle materie letterarie. Una delle cause della sua svalutazione è l’idea sempre più diffusa che sia possibile accontentarsi di conoscere la forma del mondo attraverso le nuove tecnologie e che quindi non sia più necessario insegnarla. Negli ultimi anni ha prevalso infatti la convinzione che la geografia sia da intendere in senso strettamente letterale, ovvero come descrizione della Terra, e che quindi sia sufficiente affidarsi alle applicazioni di largo uso per sapere “dove” sono i luoghi.

Questa concezione nozionistica e riduttiva della geografia come materia la cui esistenza è giustificata dalla necessità di fornire una conoscenza della posizione dei luoghi è alla radice di una serie di fraintendimenti, il più grave dei quali è che insegnare geografia consista nel far memorizzare nomi di luoghi e coordinate. Sebbene in alcuni istituti tecnici la disciplina sia declinata nella sua variante di geografia economica e collegata ad altri ambiti di ordine socio-economico, questa normatività chiarisce che la geografia deve servire a qualcosa: si pone l’accento sulla sua utilità immediata e specifica, cioè imparare l’ampiezza delle regioni del mondo, i loro confini, i nomi, la rete idrografica, un elenco di dati che dello spazio geografico non individua se non caratteristiche legate al suo essere funzionale al consumo umano.

Tuttavia, oltre che come descrizione della Terra, la geografia può essere intesa anche come scrittura del mondo, ovvero come disciplina intersezionale che può diventare, a scuola come nel vivere quotidiano, la chiave di lettura dei fenomeni che più caratterizzano la permanenza dell’uomo sul pianeta in questo momento storico. La grave crisi climatica ha scatenato l’urgenza di ripensare il senso della nostra presenza e delle nostre esplorazioni. Sarà quindi necessaria una pratica di insegnamento sempre meno ancorata alla trasmissione dei meri dati e sempre più orientata alla comprensione dei limiti dello spazio geografico e della sua percezione.

In Neogeografia (Milieu 2019), Matteo Meschiari apre una questione fondamentale a partire da premesse necessarie: se la geografia nasce come scienza militare, come mappatura del mondo allo scopo di conquistarlo, e presto si trasforma in antropologia attraverso la fusione con la storia, chi è oggi in grado di fare geografia, cioè di narrare il mondo cogliendone gli aspetti contemporanei? Se le mappe non corrispondono più alla nostra conoscenza del mondo, in quale modo si possono aggiornare, e con quale obiettivo?

Dieci anni e scegliere Hitler per amico. Note a margine alla visione di Jo Jo Rabbit

jojo-rabbit-2009-fan-casting-poster-18938-large.jpg [contiene spoiler]

Jojo Rabbit è un film che ti scava dentro e che fa riflettere, Taika Waititi si cimenta in un’operazione complessa: raccontare il nazionalsocialismo con gli occhi di un bambino che è dogmaticamente, fideisticamente, nazista. Non si tratta di un film per bambini o meglio non è un film che i bambini possano vedere da soli senza la mediazione dell’adulto, mediazione necessaria per comprendere il contesto, certamente, ma anche i simboli e il tono grottesco e surreale. Nulla viene, infatti, spiegato: eccoci dunque catapultati nella stanza di Johannes Betzler la mattina in cui parte per il suo addestramento nella Hitler youth, accompagnato dal suo amico immaginario, un Hitler cialtrone, su di giri e, a tratti, persino simpatico. Non esiste narrazione senza rottura dell’equilibrio e, nel bel mezzo dell’idilliaco clima degli addestramenti, all’apice della felicità di Jojo, ecco che si verifica un evento tragico, che ha le orecchie di un coniglio. La sua sicurezza, il suo coraggio, l’acritica adesione alla violenza del nazionalsocialismo sono messi in crisi dalla richiesta dei compagni più grandi di dimostrare la propria fedeltà e forza uccidendo un coniglio. Jojo lo prende in braccio, lo guarda negli occhi, lo riconosce, poi lo depone a terra e gli dice “scappa”: in un bailamme di azioni veloci, di cinepresa che si muove a scatti, la scena è volutamente rallentata e prefigura quello che Jojo farà dopo con Elsa. Il rifiuto di eseguire gli ordini lo classificherà agli occhi degli altri come un codardo, un coniglio e a nulla varrà l’impresa grottesca e assurda che gli imporrà Hitler: rubare e lanciare una granata che finirà per ferirlo e impedirgli di diventare un bambino guerriero. Quello strappo sulla perfezione del suo volto ariano sarà il pertugio attraverso il quale la sua vita cambierà, il primo tassello del suo personale romanzo di formazione.

Fa quello che può.

“Fa quello che può, ha fatto ciò che poteva.”

Questa frase torna come un mantra sulla bocca di tutti i personaggi del film: la ripete la madre parlando di sé e del padre, la ripete Elsa chiusa nella soffitta e la pronuncia  a mezza voce Jojo alla fine. Avere la possibilità di fare qualcosa implica anche avere la possibilità di non farla: avere la libertà di scegliere. È una frase che mai potrebbe pronunciare Hitler, l’amico immaginario caricaturale portato sulla scena da Taika Waikiki: per lui ogni azione è segnata dal dovere, dalla necessità.

Jojo ha dieci anni, è piccolo e insicuro, ha bisogno di una corazza: è convinto di essere un nazista, un ragazzo votato alle necessità del suo Führer, le sue certezze sono nel nazionalsocialismo. “Tu non sei un nazista, tu sei un bambino di dieci anni a cui piacciono le svastiche, le divise e i pugnali”, gli urla Elsa, la ragazza ebrea che la madre nasconde nella soffitta. Ed è grazie ad Elsa, all’incontro con l’altro, al riconoscimento dell’altro, che Jojo smetterà di essere nazista, di fare ciò che il partito gli chiede e sceglierà di non denunciare Elsa e di volerle bene. La salvezza per entrambi passa attraverso le farfalle nella pancia.

Marriage story, o del raccontare una separazione.

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Sintesi del film (contiene spoiler): lui giovane e talentuoso regista di teatro, lei bella e valente attrice che lui valorizza e porta alla notorietà; loro vivono in una New York al centro del mondo e di ogni opportunità professionale, si amano e hanno uno splendido bambino, ma si separano. Difesa da una avvocatessa rampante lei ottiene di trasferirsi a Los Angeles, costringendo lui a spezzare la vita tra due città lontane pur di fare il padre. Tristezza e solitudine assoluta di lui, riappropriazione della bella famiglia di origine e nuove opportunità lavorative per lei.

Questa è la sintesi spiccia che con pochi orpelli critici si potrebbe abbozzare dell’ultimo film di Noah Baumbach. Charlie e Nicole sono i due protagonisti di una crisi matrimoniale che sembra insolubile. Interpretazione ineccepibile (rispettivamente di Adam Driver e Scarlett Johansson), che permette di far spazio a tensioni, propensioni, desideri, detti e non detti dei due coniugi. Si viene trascinati nel vortice della crisi matrimoniale, nella sofferenza che la contraddistingue, nell’irrazionale impossibilità di trovare una via di riconciliazione laddove il rapporto sembra godere delle migliori premesse. Due, che non potevano che stare insieme, finiscono per lasciarsi. Perché? Se si risponde leggendo la sintesi sopra proposta se ne ha una risposta scontata: lei incattiva e fomentata dalla sua avvocatessa, lui buono e un po’ scemo. Saremmo all’ennesimo film che dipinge la crisi della famiglia, distante dai toni dell’American beauty di Alan Ball e San Mendes (1999) solo perché le crisi coniugali passano oggi ben più attraverso le abilità della giurisprudenza e (come si vede nella scena iniziale del film) attraverso la disciplina della mediazione familiare.

Tenterò un’altra risposta, che contesta la sintesi riduttiva che sopra ho riportato (e che ho sentito ripetere da non pochi). Se fosse l’unica possibile, anni di pensiero femminista sarebbero stati inutili e Marriage story non potrebbe comunicare altro. Per impostare la risposta proverò a scegliere un punto di vista, che tenga conto della coppia, non come mera somma di lui e di lei ma come qualcosa che è più della somma delle parti, senza voler in nessun modo essere assoluto o indiscutibile. Scriveva nel 1949 la filosofa Simone De Beauvior (1908-1986) ne Il secondo sesso (ed. Il Saggiatore, Milano 2012, p. 622):

«In alcuni periodi della loro vita anche gli uomini hanno potuto essere amanti appassionati, ma non ce n’è uno che si possa definire come “un grande amoroso”; nei loro trasporti più violenti non abdicano mai completamente; anche se cadono in ginocchio davanti all’amata, quel che desiderano ancora è di possederla, annetterla; rimangono in seno alla loro vita soggetti sovrani; la donna amata è solo un valore in mezzo ad altri valori; vogliono integrarla alla loro esistenza, non inabissare in lei la loro intera esistenza. Per la donna, invece, l’amore è una completa rinuncia a vantaggio di un padrone».

 

Del principe e delle lettere. Recensione ad Alzare lo sguardo di Susanna Tamaro

susanna tamaro Gentile professoressa,

grazie per la sua lunga lettera, così ricca di intelligenza e profondità. Il primo sentimento che ho avuto, leggendola, è stato quello di una sottile invidia per i suoi allievi. Ricordando la mia penosa – e per lo più catastrofica – carriera scolastica, non ho potuto fare a meno di pensare come avrebbe potuto essere diversa se avessi incontrato sul mio cammino una persona come lei. Nel corso di una vita, avere avuto un professore piuttosto che un altro può fare una grande differenza. E la può fare soprattutto per i fragili, per i deboli, per quelli che non hanno alle spalle qualcuno in grado di sostenerli.

Che cos’è l’insegnamento infatti, se non un improvviso «vedersi» tra esseri umani? Il più grande vede il più piccolo e intuisce quale sia la strada da indicargli per permettergli di sviluppare la parte migliore di sé.

Un insegnante che ama il suo lavoro ha un compito molto importante: quello di trasmettere la sua passione. Può decidere di esporre il suo programma pedissequamente o può, percorrendo vie insolite, riuscire ad accendere di luce lo sguardo di chi lo sta ascoltando, ad aprire una piccola porta nella sua mente, e forse anche nel suo cuore, permettendo a quel ragazzo o a quella ragazza, un giorno, di salvarsi. 

Un libro nella giungla

L’incipit dichiara l’appartenenza di questo libretto (122 pagine) al genere lettera ad una professoressa e nell’evocare don Milani suggerisce al lettore che si tratterà di una critica ai modelli educativi dominanti e alla pratica dell’insegnamento così come viene sviluppata oggi. La supposizione iniziale, il pregiudizio di chi ha iniziato la lettura, diventa man mano una certezza, dal momento che la Tamaro non intende minimamente nascondersi, anzi entra in dialogo esplicito con don Milani per contestarne la posizione: se il sacerdote di Barbiana lamentava le bocciature per alcuni, la scrittrice di Porano denuncia le promozioni per tutti.

Se si risvegliasse don Milani, che cosa direbbe della scuola di oggi? I «Gianni» che all’epoca venivano ripetutamente bocciati ora non incorrono più in quell’onta. In quello stigma sociale. Tutti promossi, ma con una promozione che ha l’effetto di un boomerang. […] La parte importante del suo metodo – il lavorare insieme creando un sapere che nasce dalle domande, dunque maieutico – è stata rapidamente archiviata. Travisato e manipolato, è rimasto soltanto il diktat: non bocciare i Gianni! Senza che nessuno abbia mai alzato la mano per dire che in questo sistema le vittime sono proprio loro, i Gianni, costretti a rimanere tali per sempre, mentre gli odiati «Pierini», i ricchi, i privilegiati, continuano imperterriti per la loro strada. Una strada fatta di sezioni migliori, di possibilità di ripetizioni, di scuola private, di soggiorni all’estero, di famiglie capaci di stimolarli, sottraendoli al giogo omogeneizzante imposto dai media.  (pagg. 18-19)

Per Giovanni Verga. Saggi (1976-2018) di Romano Luperini

giovanni verga saggi romano luperini copertina La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Oggi si tende a vivere la polemica letteraria come un’offesa personale. E’ probabilmente un segnale del degrado culturale dell’attuale civiltà letteraria del nostro paese. Citare un critico, confrontarsi seriamente con lui, significa solo inserirsi e inserirlo in una dialettica del dialogo. Intollerabile, invece – è infatti più frequente -, è la pratica della damnatio memoriae. Altra cosa ancora, non meno fastidiosa, è la citazione d’obbligo, il salamelecco accademico, la captatio benevolentiae. Al momento di licenziare questo volume debbo confessare dunque anche un’altra speranza: che esso possa giovare, seppure in minima parte, al ripristino di una consuetudine di schietto confronto all’interno della comunità degli studiosi.

Questo volume, uscito per Carocci nel giugno 2019, raccoglie tutti i saggi dedicati da Luperini all’opera e alla figura di Verga dalla fine degli anni Settanta a oggi. Ma non è soltanto una raccolta: è piuttosto una guida sicura fra gli itinerari verghiani, di cui è lo stesso Luperini, nell’introduzione al volume, a tracciare la mappa. Tre sono i percorsi suggeriti: li seguiremo anche noi per orientarci nella materia densa di questi studi che – muovendo da temi e motivi verghiani – disegnano limpidamente un orizzonte ancora più ampio di riflessione, che abbraccia le finalità e il valore civile della discussione critica.  

Verga e la modernità

Il mondo moderno, abbandonato dagli dei, impone all’eroe del romanzo borghese la “ricerca di un significato e di un destino” “in uno spazio totale e altro” nel quale i valori tradizionali dell’onore, della patria, della famiglia trasformano o perdono tout court la loro dimensione identitaria, il loro potere aggregante. Sulla scorta della lettura acuta di Lukàcs, Bachtin, Benjamin, Luperini ricostruisce le fasi attraverso le quali si definisce la nuova identità dell’eroe verghiano e le nuove, onerose responsabilità del narratore che ne racconta le gesta senza gloria. Venuta meno l’investitura a vate del narratore epico, ma anche lo sguardo autorevole con cui lo scrittore ottocentesco controlla ugualmente – nei suoi romanzi - narratore e personaggi, venuta meno – cioè – quella organizzazione sociale che autorizzava al suo interno la funzione dell’intellettuale come elemento vitale, il narratore (e l’autore) deve andare in cerca (proprio come l’eroe) di una nuova funzione, di una nuova destinazione, riconquistando la “legittimità di raccontare”. Per lo scrittore-Verga è una doppia sfida: alla sfida che lo accomuna agli scrittori della sua generazione, si aggiunge la sfida alla percezione della propria “inadeguatezza di provinciale” e al senso di colpa che gli provoca la partenza dalla Sicilia, “vissuta come un peccato o una violazione”. Si determina così quell’ “autobiografismo en travesti” che ha nel narratore-testimone di Eva o di Tigre reale il primo tentativo forte di “nascondere l’implicita reale identificazione con il protagonista”: un precedente importantissimo per comprendere il percorso difficile e necessario del “distacco critico dal protagonista”; un “procedimento di straniamento” segnato dolorosamente da una “programmatica distanza fra punto di vista taciuto dell’autore, che segretamente s’identifica nei suoi eroi, e punto di vista esplicito del narratore, che invece li accusa o li guarda da grande distanza”. Si inizia ad osservarlo in Nedda, e poi nei capolavori della prima fase verista: Rosso Malpelo e I Malavoglia. Non si tratta soltanto di segnalare come la soluzione tecnica del narratore-testimone venga adottata da Verga in modi via via più problematici (si pensi al ricorso al punto di vista, spesso malevolo, della gente): Verga opera un rovesciamento vertiginoso, che fa della voce narrante “la voce stessa del mondo incaricata di annientare l’umanità degli eroi”. Lo spessore ideale dell’eroe romantico si infrange contro il cinismo della ricerca del successo economico e sociale e il narratore si trova costretto da un lato a testimoniare il fallimento dell’eroe, dall’altro a ventilare “l’idea che il senso della vita – la sua essenza, di cui l’eroe va alla ricerca nella tradizione moderna del romanzo – non sta davanti, in qualcosa da raggiungere percorrendo la strada del ‘progresso’, ma dietro, nel mondo del passato e in una civiltà ormai periferica”. E’ la contraddizione non solo dell’eroe o del narratore, ma della modernità: essa si configura come una “necessità oggettiva e imprescindibile”, che si paga tuttavia al prezzo del cinismo o (uguale e contrario) di una insanabile nostalgia. I motivi esistenziali e i simboli dell’immaginario collettivo (la famiglia come la roba, il luogo natale come la città tentacolare, etc) si incontrano e si confondono con le istanze politiche e sociali, in quel “groviglio complesso” che è la cifra stessa della modernità. 

Rileggere un classico della critica letteraria /4: Illuminismo, barocco e retorica freudiana di Francesco Orlando

 

180231813 bf673603 d04d 48d2 a3c8 7eb2fcaa5604 La redazione di LN si prende due settimane di pausa per le feste natalizie. Torneremo a pubblicare pezzi inediti il 13 gennaio 2020. Nel frattempo ripubblicheremo alcuni articoli dell'anno passato per i nostri lettori.

Nel 1982 Francesco Orlando pubblica «Illuminismo e retorica freudiana», ultimo capitolo di un ciclo di studi su letteratura, ragione e represso a cui aveva lavorato dalla metà degli anni Sessanta. Dal 1997 il libro si arricchisce di una serie di appendici e si modifica anche nel titolo, che include il termine “barocco” diventando «Illuminismo, barocco e retorica freudiana».

Nella produzione critica di Francesco Orlando Illuminismo, barocco e retorica freudiana spicca come un libro unico, confermando l’opportunità di separarlo dagli testi che compongono il suo “ciclo freudiano”: Lettura freudiana della Fedra, Per una teoria freudiana della letteratura, Lettura freudiana del Misantropo. In questa tetralogia, Orlando aveva seguito due obiettivi distinti: quello di definire e interpretare le caratteristiche di scritture all’interno dei contesti storici (il teatro di Racine e quello di Molière, a cui erano dedicati il primo e il terzo libro), e quello di fondare una teoria generale della letteratura debitrice soprattutto di strutturalismo, marxismo e psicoanalisi (obiettivo più esplicito del secondo libro, ma anche degli scritti teorici contenuti nel saggio sul Misantropo). Fin dalla sua prima versione, Illuminismo e retorica freudiana ha rappresentato il compromesso più riuscito fra astrazione teorica e spinte analitiche, testo capace di accordare l’attenzione per l’universo dell’intimità alla cura dedicata alla storia, due termini che Orlando impiegherà direttamente nel suo studio dedicato al Gattopardo.(1)

Illuminismo, barocco e retorica freudiana si concentra su due momenti cardinali nella definizione dell’autocoscienza del moderno. Il libro fotografa un momento di svolta: se Freud e Lacan sono stati i modelli dominanti per Orlando fino alla metà degli anni Settanta, la sua attenzione si è progressivamente spostata su Ignacio Matte Blanco, il cui Inconscio come insiemi infiniti compare a Londra nel 1975. Lo slittamento è significativo: si resta in una dimensione «freudiana non-psicoanalitica»,(2) ma l’adozione di Matte Blanco costringe a rivalutare una serie di corollari su cui si fondavano i primi tre libri del ciclo e, più in generale, può aiutare a ridefinire i rapporti fra letteratura e psicoanalisi in una chiave attenta alla storia e alle forme letterarie. Se l’idea della letteratura come sede di un ritorno del represso resta costante, Illuminismo e retorica freudiana storicizza maggiormente il represso, aprendosi a nuove prospettive logiche, ermeneutiche e retoriche.

Michele Rossi, Lottare per scelta - C’era una volta la Resistenza

lottare_resistenza.jpeg Dopo la gran quantità di articoli, ricerche e saggi storici che negli ultimi anni sono stati dedicati alla guerra partigiana ha davvero senso tornare di nuovo sull’argomento? Michele Rossi dice di sì e ne spiega il motivo ad inizio di libro: «Scrivo perché siamo un popolo di smemorati. Si avverte oggi più che mai la necessità di rimettere in gioco i nudi sentimenti, quelli più importanti, e scegliere da che parte stare» [pag. 8]. Già nella pagina successiva peraltro Rossi dichiara di volere raccontare «senza orientamento di parte, sine ira et studio, cosa sia stato effettivamente il movimento resistenziale, cercando di dare voce ai sentimenti, alle paure, alle aspettative di tutte le parti». Contraddizione, ma solo fino ad un certo punto: perché il volume cerca, contemporaneamente, sia di descrivere con la maggiore oggettività possibile quali motivi spinsero i nostri connazionali dopo l’otto Settembre a schierarsi in campo (o a estraniarsi per quanto possibile dal conflitto), sia di mostrarci proprio grazie a questa ricostruzione perché le ragioni di chi scelse di battersi contro il nazifascismo dovremmo sentirle ancora come nostre. Per raggiungere questo risultato complesso ed ambizioso, Rossi ricostruisce anzitutto le vicende che portarono all’arresto di Mussolini, alla formazione delle prime bande di “ribelli” e alla costituzione della Repubblica Sociale; espone quindi i principali filoni interpretativi con cui la Resistenza è stata studiata e narrata dagli storici, con particolare attenzione ai cosiddetti revisionisti (Gobbi, De Felice, Galli Della Loggia), ai quali contrappone Scoppola e la sua teoria della Resistenza come fatto popolare e collettivo; per giungere poi a quella che sembra la zona nevralgica dell’intero volume, aperta dal capitolo Memorie frantumate e che trova il suo compimento nella parte finale, con una interessante rassegna della narrativa e della memorialistica nata in entrambi gli schieramenti, quello antifascista e quello repubblichino.  Se tra gli studiosi negli ultimi decenni c’è chi ha avuto buon gioco a demolire il mito della Resistenza, suggerisce Rossi, è perché si trattava di una lettura dei fatti artificiosa e dettata più da ragioni di convenienza politica che dalla volontà di ritrarre in modo verosimile gli eventi. Ma, anche ammettendo che l’importanza strategica delle brigate partigiane vada ridimensionata, pur accettando l’idea che a determinare nei giovani la scelta di schieramento siano state spesso ragioni opportunistiche o contingenti, e persino riconoscendo che la Resistenza non fu una guerra di popolo contro un invasore straniero bensì un conflitto armato tra minoranze, l’importanza determinante di questo fatto storico non ne risulta affatto sminuita. Quella che (finito il tempo delle pacificazioni forzate) possiamo finalmente chiamare guerra civile mantiene anzi il suo ruolo fondativo nella storia dell’Italia democratica: perché nessuna delle revisioni o dei tentativi di ridimensionarla può mettere in discussione il fatto che la Resistenza fu il primo caso in cui la popolazione italiana venne chiamata realmente, e in massa, a compiere una scelta determinante, le cui conseguenze avrebbero pesato sulle singole vite non meno che su quella dell’intero paese.

Dalla tragedia greca all’educazione alla cittadinanza. Intervista a Marta Cartabia e Luciano Violante su “Giustizia e mito” (2)

antigone Ripubblichiamo questa intervista di Rita Bortone a Marta Cartabia e Luciano Violante in occasione della nomina della prima a Presidente della Consulta.

L'intervista è apparsa in precedenza nella rivista Scuola e Amministrazione che ringraziamo.

Questioni di investimenti giovanili, di memorie semantiche, di ricerche di senso

Antigone, Edipo, Creonte: per chi ha fatto il classico non sono incontri nuovi, anche se la loro frequentazione si è persa nel tempo. Certo, rileggerli a 70 anni è molto diverso che leggerli a 18, perché quello che allora era concettualità astratta ora è diventato contesto, esperienza, ricerca di senso, e i drammi allora studiati, letti, commentati, appena compresi, solo ora sono “pieni” di realtà concreta, e solo ora si sostanziano di significati reali.

Un investimento esistenziale, averli studiati allora per poterne godere oggi.

Mi chiedo su cosa stiano investendo gli studenti d’oggi. Nell’era della competenza e dei saperi spendibili, quali apprendimenti risulteranno persistenti, quali le memorie semantiche cui ridar vita e senso nel dipanarsi dell’esistenza.

Avrebbe senso far leggere “Giustizia e mito” agli studenti della secondaria di II grado? Penso agli insegnanti di lettere, a quelli di diritto, a quelli di filosofia. Non so a chi ne affiderei la lettura. Ma forse sbaglio: il libro non può essere affidato se non a chi avverta egli stesso il bisogno di nuove cittadinanze e di un nuovo umanesimo.

Giustizia e mito

E’ un volumetto di circa 170 pagine, pubblicato per Il Mulino dai professori Marta Cartabia e Luciano Violante. Propone una appassionante riflessione a due voci su figure-simbolo della tragedia greca, portatrici di domande esistenziali, sociali, politiche, giuridiche, morali, tuttora avvertite e tuttora prive di risposte univoche.