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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Del principe e delle lettere. Recensione ad Alzare lo sguardo di Susanna Tamaro

susanna tamaro Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.  

Gentile professoressa,

grazie per la sua lunga lettera, così ricca di intelligenza e profondità. Il primo sentimento che ho avuto, leggendola, è stato quello di una sottile invidia per i suoi allievi. Ricordando la mia penosa – e per lo più catastrofica – carriera scolastica, non ho potuto fare a meno di pensare come avrebbe potuto essere diversa se avessi incontrato sul mio cammino una persona come lei. Nel corso di una vita, avere avuto un professore piuttosto che un altro può fare una grande differenza. E la può fare soprattutto per i fragili, per i deboli, per quelli che non hanno alle spalle qualcuno in grado di sostenerli.

Che cos’è l’insegnamento infatti, se non un improvviso «vedersi» tra esseri umani? Il più grande vede il più piccolo e intuisce quale sia la strada da indicargli per permettergli di sviluppare la parte migliore di sé.

Un insegnante che ama il suo lavoro ha un compito molto importante: quello di trasmettere la sua passione. Può decidere di esporre il suo programma pedissequamente o può, percorrendo vie insolite, riuscire ad accendere di luce lo sguardo di chi lo sta ascoltando, ad aprire una piccola porta nella sua mente, e forse anche nel suo cuore, permettendo a quel ragazzo o a quella ragazza, un giorno, di salvarsi. 

Un libro nella giungla

L’incipit dichiara l’appartenenza di questo libretto (122 pagine) al genere lettera ad una professoressa e nell’evocare don Milani suggerisce al lettore che si tratterà di una critica ai modelli educativi dominanti e alla pratica dell’insegnamento così come viene sviluppata oggi. La supposizione iniziale, il pregiudizio di chi ha iniziato la lettura, diventa man mano una certezza, dal momento che la Tamaro non intende minimamente nascondersi, anzi entra in dialogo esplicito con don Milani per contestarne la posizione: se il sacerdote di Barbiana lamentava le bocciature per alcuni, la scrittrice di Porano denuncia le promozioni per tutti.

Se si risvegliasse don Milani, che cosa direbbe della scuola di oggi? I «Gianni» che all’epoca venivano ripetutamente bocciati ora non incorrono più in quell’onta. In quello stigma sociale. Tutti promossi, ma con una promozione che ha l’effetto di un boomerang. […] La parte importante del suo metodo – il lavorare insieme creando un sapere che nasce dalle domande, dunque maieutico – è stata rapidamente archiviata. Travisato e manipolato, è rimasto soltanto il diktat: non bocciare i Gianni! Senza che nessuno abbia mai alzato la mano per dire che in questo sistema le vittime sono proprio loro, i Gianni, costretti a rimanere tali per sempre, mentre gli odiati «Pierini», i ricchi, i privilegiati, continuano imperterriti per la loro strada. Una strada fatta di sezioni migliori, di possibilità di ripetizioni, di scuola private, di soggiorni all’estero, di famiglie capaci di stimolarli, sottraendoli al giogo omogeneizzante imposto dai media.  (pagg. 18-19)

Joker, la violenza irredenta di una civiltà impotente (contiene spoiler)

joker Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

Uno due tre. Quanti joker hai lasciato cadere? Quattro cinque sei. A quanti hai negato lo sguardo? Sette otto nove. Quanti ancora ne ignorerai domani...? Se c'è una potenza nel Joker di Todd Phillips sta forse nel fatto che attraverso la reinterpretazione di questo personaggio il regista ha colto l'opportunità di rappresentare, in termini del tutto visionari, la forza distruttiva di ciascun essere umano e dei conflitti di cui è portatore come essere sociale. Quella distruttività che rischia di essere sollecitata da ogni processo di rimozione, da ogni irresponsabile dimenticanza, tutte le volte che ostinatamente non si vuole guardare ciò che ha bisogno di essere guardato. Visto. Riconosciuto. Dunque, un film sulla nostra epoca, una critica alla società contemporanea occidentale come è stato detto e scritto, a patto però di riconoscere in noi stessi, nella tendenza delle nostre attitudini quotidiane, i primi destinatari di questa critica. A ben guardare infatti ogni lettura che muova dalla ricerca di simmetrie troppo stringenti tra la società Gotham City e l'Occidente appare forzata e in fondo insufficiente a chiarire non solo i presupposti di quella che è tra l'altro anche una gigantesca e riuscitissima operazione commerciale (che si fonda sulla riedizione di un fumetto, circostanza che ha il suo peso), ma anche a mettere a fuoco le implicazioni potenzialmente più produttive del film. È vero, Todd Phillips ci presenta una realtà metropolitana degenerata, nella quale si ammassano moltitudini di diseredati, poveri apertamente colpevolizzati dai ricchi detentori del potere per il fatto di essere poveri. Certo, si tratta di tendenze che albergano nel nostro mondo, sono dati di fatto. La retorica dei meritevoli che spesso imperversa ne è solo un esempio ben riconoscibile, il passo immediatamente precedente alla messa in croce del povero. Le infelici battute sugli analfabeti funzionali e sull'opportunità di limitare il diritto di voto ne sono un'altra deprecabile manifestazione. Del resto ormai si vive in un mondo sostanzialmente percepito attraverso le forme semplificate delle narrazioni pubbliche — sempre manchevoli di parti fondamentali — dalle quali germinano prese di posizione più o meno calcolate a seconda dei casi, le più disparate, talvolta becere, talvolta esasperate fino al limite del ricatto nel proporsi come politically correct, ma pur sempre anch'esse parziali e semplificate. Il dibattito pubblico colpevolmente occulta la complessità del mondo, fornisce chiavi di lettura che non rappresentano alcuna autentica mediazione con la realtà. Smesso di mediare, i media si sono o asserviti o inconsapevolmente piegati a un'operazione di ri-costruzione al ribasso del mondo, finché questo mondo depauperato di significati non finisce anch'esso per diventare reale e calarsi dentro una complessità che però non ha cessato di esistere per il solo fatto di non essere esplicitata. La Gotham City di Phillips parrebbe riflettere questo mondo. Parrebbe, dal momento che dietro questa constatazione sembra difficile scorgere un intento consapevole. Non si intravede infatti nel film alcun punto di frattura dal quale si intuiscano la consistenza e la dimensione dei problemi sociali di Gotham City, a fare da contrappunto alle forme di una realtà cupa che in definitiva il regista rende attraverso la bidimensionalità del fumetto. O meglio, il punto di frattura c'è, ma si colloca su un altro piano, sta nella preminenza che Phillips accorda con un rilievo indiscutibile al personaggio Arthur/ Joker, anche attraverso la giustamente celebrata interpretazione che ne ha reso Joaquin Phoenix. A fronte di questo Gotham City è alquanto sfumata sullo sfondo, la scelta del regista è radicale. Qualunque linea interpretativa si segua, quindi, non si può non tenere conto di questa macroscopica constatazione. E cioè della vicinanza che Phillips vuole creare con Joker e del fatto che questo punto di osservazione interno, intimo, relazionale implica lo spettatore in modo diretto. Di qui discendono anche le eventuali conseguenze che se ne possono trarre sul piano sociale.

Franco Fortini, Un discorso di Nenni

8672804 3402767 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre. 

 

La casa editrice Quodlibet ha ripubblicato Dieci inverni di Franco Fortini. Ne offriamo ai nostri lettori un estratto, accompagnato da una nota del curatore Sabatino Peluso, scritta per il nostro blog. Ringraziamo l’editore per la gentile concessione.

«Non esistono che diari pubblici». Così annotava Franco Fortini, nel 1954, inaugurando le sue Cronache della vita breve su «Nuovi Argomenti», spazio dove vide la luce per la prima volta e nello stesso anno Un discorso di Nenni. Pagine, queste, in cui le domande che si agitavano al fondo della biografia politica e intellettuale di Fortini si confrontano direttamente con la generale condizione di impotenza degli intellettuali di fronte alla guerra fredda, e ne immaginano una via d’uscita in nuove forme di partecipazione. Ed è proprio la consapevolezza del doppio volto di scritti come questo, e dunque della loro importantissima funzione di testimonianza privata e insieme di documento pubblico, a rendere Dieci inverni – prima raccolta di saggi di Fortini – una delle rappresentazioni più fedeli ed essenziali del contributo dato da un poeta e critico marxista al socialismo italiano negli anni ’47-’57.

Pubblicato per la prima volta nel 1957 da Feltrinelli, poi ristampato da De Donato nel 1973 e oggi riproposto da Quodlibet dopo anni di circolazione quasi clandestina, Dieci inverni torna a mostrare, attraverso l’esemplarità del suo metodo critico, le possibili forme di un discorso per l’avvenire. Tra fulminanti e pionieristiche analisi sull’industria culturale e sulla funzione della critica, accanto a pagine di rigoroso e affilato smontaggio degli errori politici compiuti in Italia dalla cultura ufficiale in nome dello stalinismo o degli ideali progressisti, in Dieci inverni Fortini convoglia tutto il suo «odio del presente» e lo traduce – lezione valida ancora per oggi – nella strada per immaginare la speranza.

Sabatino Peluso

Il romanzo come risposta alla catastrofe: una lettura de “La grande cecità” di Amitav Ghosh

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È la struttura della società borghese che impedisce di dare credito a scenari da cataclisma.

(A. Ghosh, La grande cecità, p. 67)

Perché è difficile tradurre il cambiamento climatico in narrazione?

Se lo chiede l’antropologo e scrittore indiano Amitav Ghosh nel suo saggio di grande impatto uscito nel 2016 dal titolo The Great Derangement. Climate Change and the Unthinkable, tradotto in italiano nel 2017 da Anna Nadotti e Norman Gobetti con il titolo La grande Cecità: Il cambiamento climatico e l’impensabile e pubblicato da Neri Pozza.

Partendo dalla premessa che la regolarità della vita borghese impedisce di considerare credibili scenari apocalittici, Ghosh affronta una questione che è centrale nella sopravvivenza della forma romanzo nel mondo contemporaneo. A questa domanda fornisce una doppia risposta, ampiamente documentata con metodo da antropologo, citando casi concreti in cui disastri climatici hanno reso palesi dinamiche colonialiste, ad esempio, i casi di Piddington e di Port Canning nel Golfo del Bengala nel 1864, o l’evento climatico avvenuto il 5 aprile del 1815 sul monte Tambora a Bali, cioè la maggiore eruzione vulcanica mai registrata nella storia, che causò alterazioni climatiche e carestie fra Europa e Cina, tanto che il 1816 viene chiamato “l’anno senza estate” (p. 76).

Ghosh si chiede in generale perché le espressioni culturali del capitalismo non affrontino il cambiamento climatico. Secondo lo scrittore indiano esiste un pregiudizio per cui è il narratore di bassa lega che ricorre nei suoi romanzi a situazioni improbabili. Questa improbabilità dell’evento, per quanto ampiamente sconfessata dai fenomeni che Ghosh analizza con il supporto di fonti attendibili, rende lo sfondo narrativo catastrofico risibile agli occhi del lettore tipico della forma romanzo. La risposta che propone riguarda, infatti, soprattutto lo stile di vita di chi legge romanzi, molto lontano dall’ipotesi che l’ambiente in cui vive venga sconvolto da catastrofi.

Il romanzo, afferma Ghosh, si caratterizza per una descrizione dettagliata della vita quotidiana, e a supporto di questa affermazione cita Franco Moretti, che nella sua opera Il romanzo parlava di “riempitivi” (p. 24 e n. 14 p. 97). Secondo Ghosh gli esseri umani sono incapaci di prepararsi agli eventi improbabili: questo è uno schema che si è affermato con la fiducia nella regolarità della vita borghese. Tuttavia, gli esempi di eventi di rottura con la regolarità che cita sono numerosi, fra i quali compare anche il terremoto de L’Aquila. Seppure gli eventi climatici sono – o forse è meglio dire erano – dotati un altro grado di improbabilità, essi appartengono a una categoria che Timothy Morton ha definito “iperoggetti”: “Non è forse vero – scrive Morton citato da Ghosh – che una pioggia fuori dall’ordinario, un inusitato ciclone, una chiazza di petrolio sul mare hanno su di noi un effetto spaesante?” (p. 37 e n. 42 p. 99). Lo spaesamento causato dalla stranezza degli eventi climatici che stanno avvenendo intorno a noi ci porta a riconoscere la prossimità di interlocutori non-umani. Nell’ultimo decennio, rileva Ghosh, l’interesse accademico per tematiche come il non-umano ha portato all’ammissione che “nel mondo esistono entità, come le foreste, pienamente capaci di inserirsi nei nostri processi di pensiero” (p. 38). Gli elementi che segnalano il cambiamento climatico sono spaesanti, sono creature anomale, che non hanno nulla di umano o di rapportabile con l’umano. In questa categoria rientrano gli eventi catastrofici che esulano da qualsiasi strategia di contenimento e dall’ottimismo della scienza che è in grado di prevedere e arginare i disastri naturali. È necessario allora trovare un altro modo di immaginare gli eventi pensabili della nostra era.

Le forme brevi della narrativa

613d2DUfweL Stiamo vivendo nell’epoca del trionfo dello storytelling (…): oggi non solo siamo immersi nelle storie, ma siamo sommersi da un processo continuo di narrazione a rapida espansione che ha occupato buona parte del nostro spazio culturale, anche in ambiti tradizionalmente “anarrativi”, come la politica, il marketing, la medicina, costruendo un infinito universo finzionale che produce a ciclo continuo “storie” (…). Passare dalle maree dello storytelling alla solida tradizione narrativa dei generi letterari italiani significa misurare la distanza, per non dire l’estraneità del pubblico contemporaneo rispetto al sistema letterario del passato. Esiste una continuità o una discontinuità della narratio brevis? Le forme brevi più antiche sono dei reperti fossili oppure sono forme vive, che danno linfa ai nuovi generi della modernità e della contemporaneità? (Elisabetta Menetti, Generi e forme della narrativa breve italiana in Le forme brevi della narrativa, Carocci, Roma 2019, pp.31-32).

Un percorso didatticamente efficace

È uscito per Carocci, nel febbraio del 2019, Le forme brevi della narrativa. Il volume, curato da Elisabetta Menetti (che firma anche i due capitoli iniziali), non è semplicemente una raccolta di studi di autori vari intorno a quella narratio brevis che, sin dalle sue origini mediolatine, ha raggruppato intorno a sé una gran varietà di formati narrativi. Nell’intento comune di «offrire un percorso didatticamente efficace delle proprie ricerche» (Introduzione, p.12), una squadra di studiosi attenti ed estremamente sensibili traccia una mappa dettagliata e affidabile per orientarsi diacronicamente e sincronicamente nell’universo complesso della narrativa breve italiana. Basterebbe questo a fare l’utilità dell’opera: la parabola – infatti – è delle più ardite, giacché si muove tra due estremi parecchio distanti nel tempo (con quel che ne consegue) e, analizzando forme variegate, conduce il lettore dall’anonimo tardoduecentesco autore del Novellino fino ai Narratori delle pianure di Celati, peraltro esplicitamente rilanciando la sua traiettoria sino a sfiorare i “novellatori” di oggi (Marco Lodoli, Giorgio Falco, Mario Fortunato, giusto per citare alcuni fra quanti vengono espressamente menzionati).

L’eros negato: L’incontro. Appendice di Light verses e imitazioni, in Composita Solvantur

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L’io diviso [i]

Io non credo che ciò che debba essere fatto per trasformare i rapporti tra le persone abbia come suo sintomo una diminuzione delle contraddizioni; non lo credo affatto. Di ciò che noi chiamiamo genere umano, la lacerazione tra essenza ed esistenza è costitutiva. L’uomo è uomo soltanto se è spaccato, solo se non è unitario.

Fortini non ha alcun dubbio nell’individuare come unico centro unitario dell’essere umano la contraddizione. E non ha alcuna esitazione ad attraversarla da poeta anche contro o nonostante il saggista, il narratore, l’oratore, il filosofo o qualunque altra cosa abbia voluto e saputo essere. L’unità e la coerenza di Fortini è la contraddizione. Dunque non sarà strano trovare il politico e il rivoluzionario nel percorso allegorico che passa attraverso il tema erotico, che sembra estraneo all’intellettuale che la critica ci ha consegnato.

Del resto, il testo poetico è il luogo in cui si cela e si esprime una lacerazione più profonda di quanto il Fortini  pubblico voglia ammettere. Nella metrica prende forma l’informe e ciò che si agita confusamente nelle zone d’ombra del conflitto e del trauma si dipana in un sistema chiuso che lo include e lo governa. Questo è il rimedio che Fortini escogita per dominare il perturbante, che nega e che esprime al contempo. Nella poesia esplode l’espressione, tenuta sotto pressione dalla metrica, si chiarifica l’oscurità inquietante e si distende, a volte, sulle rime narrative dell’ottava. La tradizione letteraria giunge a ordinare ciò che la coscienza stenta a giustificare. Ma l’inquietudine, nonostante tutto, non si domina e la spinta sotterranea erompe: Eros si manifesta suscitando terrore. Per neutralizzarne la forza eversiva, si materializza Thanatos: tutto si giustifica nella morte anche il più sconcio linguaggio del desiderio sessuale. A chi sta morendo si perdona l’ultimo desiderio. E così Eros è giustificato da Thanatos, sorella gemella di Hypnos. L’incontro, perciò, avviene di notte: è ricordo e sogno, profezia e memoria, promessa e minaccia.

Magrelli sportivo

154651949295813896 Quando si parla di poesie a tema sportivo, ammesso che se ne parli, quelle citate, e a volte presenti nelle antologie scolastiche, sono quasi sempre le famose 5 poesie di Umberto Saba (Cinque poesie sul gioco del calcio da Il Canzoniere: I Squadra paesana; II Tre momenti; III Tredicesima partita; IV Fanciulli allo stadio; V Goal) e, se proprio va bene, la canzone A un vincitore nel pallone di Giacomo Leopardi (dove pallone sta per palla al bracciale, non da calcio). Comunque sia, la prospettiva con la quale ci si accosta alla tematica sportiva è sempre quella del poeta – ovvero Saba, come Leopardi, ha scritto poesie e tra queste alcune “dedicate” a uno sport – senza che avvenga mai di dar risalto prima alla tematica sportiva, poi a quella lirica. Vero è che nessuno dei due poeti citati si è dedicato alla pratica di qualche sport, semmai ha nutrito ammirazione per atleti eccellenti (è il caso di Leopardi) o ne ha seguito le vicende non in quanto tifoso, ma un po’ per caso si è trovato ad assistere a un paio di partite della Triestina (è il caso di Saba). A dire il vero, Saba ha scritto un’altra poesia “sportiva”, che riguarda un pugile alla fine della sua carriera (Entello in Mediterranee) che può trovarsi inserita in un’Antologia della letteratura sportiva italiana, quella a cura di Giuseppe Brunamontini (Società Stampa Sportiva, Roma 1984), o analizzata criticamente per i suoi tratti mitologici, come fanno Bárberi Squarotti e Tatasciore tra gli altri, a conferma della variabilità del punto di vista prospettico di cui si è detto.

Il panorama delle poesie, così come delle prose, incentrate sull’attività sportiva risulta invece piuttosto ampio e variegato, già ai tempi della lirica greca (Pindaro docet, anzi διδάσκει), anche se quasi del tutto inesplorato. Uno dei pochissimi esiti antologici, monotematico in quanto si concentra sulla produzione “calcistica”, è Il calcio è poesia (Il melangolo 2006), a cura di Luigi Surdich, professore ordinario di Letteratura italiana all’Università di Genova, che lo introduce, e Alberto Brambilla, anch’egli docente, che si occupa da tempo di sport e scrittura. Come per altri poeti (cito solo Giovanni Giudici, Vittorio Sereni, Pier Paolo Pasolini tra i più noti) con i quali condivide la condizione di tifoso e in parte di giocatore seppur dilettante, anche la produzione sportiva di Magrelli è poco considerata, mentre meriterebbe ben altra attenzione di lettura e di critica.

Da Cento micron a In utero: romanzo e divulgazione scientifica. Intervista a Marta Baiocchi

9788875214203 0 0 596 75 A cura di Claudia Boscolo

Marta Baiocchi, biologa e ricercatrice romana, è autrice del romanzo Cento micron (minimum fax, 2012) e del saggio di divulgazione scientifica In utero (Sonzogni, 2018), in cui approfondisce la possibilità di fecondare l'uovo di una donna al di fuori del suo corpo.

In Cento micron Baiocchi ha raccontato la storia di Eva, una biologa, ricercatrice in un dipartimento universitario dove cerca di sopravvivere a rapporti di potere estenuanti. Nonostante ciò, mette passione e dedizione nel suo lavoro, non cogliendo appieno le dinamiche che la circondano. In questo romanzo viene descritto un catalogo di manifestazioni del potere, da quello accademico, a quello dei soldi, a quello dato dall’appartenenza a una fascia generazionale, e infine, il tema principale del racconto, cioè il potere che l’uomo esercita sulla natura. Quando una vecchia amica ricchissima e molto determinata decide di riavere indietro la cosa più importante della sua vita, cioè i suoi embrioni, sottratti in maniera illecita, Eva decide di darle una mano. Baiocchi esplora una materia delicata come la bioetica, vista da punti di vista diversi, incluso quello di una proprietaria di un colosso farmaceutico. Uno dei numerosi punti forti della scrittura di Marta Baiocchi consiste nella sua abilità nel dare vita a personaggi credibili, nel rendere la verosimiglianza delle ambientazioni, e inoltre nella limpidezza dello sguardo verso tematiche complesse che affronta dal suo punto di vista, cioè quello della scienziata. La qualità cristallina, precisa della sua lingua aiuta il lettore ad immergersi nelle questioni etiche che pone nel corso della trama. Si tratta di tematiche di grande importanza, in quanto pochi esseri umani oggi detengono il potere di sottoporsi a interventi, il cui fine è la trasmutazione da uomini a dei. 

Il filone della ricerca scientifica che si occupa della procreazione negli ultimi anni ha scardinato una serie di convinzioni su cui si è basata la società per millenni. Oggi l'ovulo si può vedere, toccare, scambiare, vendere. Ma come funzionano davvero la donazione di sperma e di ovociti per alcuni, e la gravidanza per altri? Cosa sarà possibile scrutare e cosa modificare, nelle poche cellule di un embrione in vitro, in un futuro che è già quasi presente? Come sta cambiando, e come potrebbe ancora cambiare, il concetto di maternità e paternità?

Tutte queste questioni, che emergono nel romanzo, sono anche al centro del suo saggio. Abbiamo posto alcune domande all’autrice, per comprendere quanto la divulgazione scientifica oggi sia, nel panorama editoriale, un genere letterario più efficace e più amato del romanzo, in relazione alle grandi tematiche che occupano la nostra epoca, fra le quali la pandemia, che tuttavia non è l’unica.

Se volessi un’altra volta… A proposito di Pier Vincenzo Mengaldo I chiusi inchiostri – Scritti su Franco Fortini

 

cover id6113 w800 t1581521630.jpg Gli imperatori dei sanguigni regni

guardali come varcano le nubi

cinte di lampi, sui notturni lumi

dell’orbe assorti in empi o rei disegni!

Già fulminanti tra fetori e fumi

irte scagliano schiere di congegni:

vedi femori e cerebri e nei segni

impressi umani arsi rappresi grumi.

A noi gli dèi porsero pace. Ai nostri

giorni occidui si avvivano i vigneti

e i seminati e di fortuna un riso.

Noi bea, lieti di poco, un breve riso,

un’aperta veduta e i chiusi inchiostri

che gloria certa serbano ai poeti.

Donatello Santarone ha curato la pubblicazione, raccolti in un unico volume, degli scritti di Pier Vincenzo Mengaldo su Franco Fortini: I chiusi inchiostri (Quodlibet, 2020). Il titolo è una citazione dal sonetto Gli imperatori…, che fa parte delle Sette canzonette del Golfo in Composita solvantur, riportato (pag. 237) dallo stesso Santarone nel puntuale saggio finale del volume.

L’abusivo di Antonio Franchini tra autoreferenzialità postmoderna e ritorno al reale

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La letteratura coltiva questo sogno di ricomporre presente e passato, il progetto di assemblare il vero col verosimile e il falso, per costruire l’illusione che il suo nuovo ordine, l’ordine di parole che ha generato possa esistere, resistere e durare, anche se non si tratta della Verità, ma di una verità altra.

Io però non ci credo.

Antonio Franchini, L’abusivo

Tra anni Novanta e anni Zero non era difficile, per un lettore interessato alle novità della nostra letteratura, imbattersi in testi piuttosto difficili da incasellare. Testi «ibridi», si è detto. Testi che sono narrazioni, senz’altro, ma non sono né romanzo, né reportage; né autobiografia, né biografia altrui; né narrazione storica, né fantascienza. Eppure, testi che danno l’impressione di poter attingere con disinvoltura a tutti i repertori appena elencati, e ad altri ancora.

Pensiamo a due sintomi diversissimi di un fenomeno trasversale: Tiziano Scarpa, con Kamikaze d’occidente (2003), e il collettivo Wu Ming, con Asce di guerra (2000). Il refrain è uno, in Italia ci sono narrazioni che inducono afasia selettiva: se uno prova a definirle con poche parole, non ce la fa.         
Allora si constata laconicamente che «le categorie letterarie sono insufficienti» (Scarpa), oppure si va per sottrazione, proponendo un ultra-generico «oggetto narrativo» (Wu Ming), magari con clausola ufologica: «non identificato».        

La clausola ufologica sottendeva stupore per la novità. Oggi possiamo invece riconoscere che «la mescolanza di generi è ormai un genere a sua volta» (Giglioli, Senza trauma, 2011, p. 65), e provare a studiare le nostre forme ‘ibride’, indagare gli strati di questo aggettivo. È precisamente ciò che si vorrebbe fare qui con L’abusivo di Antonio Franchini (2001).          
Si tratta di un libro che ‘ibrido’ lo è senz’altro. In quarta di copertina, infatti, leggiamo che si tratta di «un’inchiesta dal sapore letterario», e nel testo Franchini rilancia: «la ricostruzione spuria di una vicenda di ordinaria infamia». A interessarci, qui, saranno quel sapore e quello spuria: le zone di ibridazione, appunto.