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diretto da Romano Luperini

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L'interpretazione e noi

L'interpretazione e noi contiene saggi, interpretazioni e interventi sulla letteratura e su di noi, donne e uomini contemporanei.

Su Contro l’impegno di Walter Siti

61wnyRMXXBL-349x600.jpg Ho finito di leggere più di un mese fa Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura di Walter Siti (Rizzoli editore). È un libro pieno di conoscenze in ogni campo letterario (poliziesco, romanzo di denuncia, romanzo di intrattenimento, tendenze della critica attuale…) ed extraletterario (TV, giornalismo, fumetti, canzoni, cinema…). Il lettore, nonostante tanto sciorinamento di cognizioni e di titoli, lo legge di un fiato, e finisce per convincersi che il guaio della nostra letteratura più recente sia l’impegno, la tendenza (ad avviso di Siti, dominante) a battersi per il Bene contro il Male, promossa, parrebbe, dal sistema vigente in campo economico, culturale e politico. L’impegno, anzi il “neoimpegno”, caratterizzerebbe l’ultimo ventennio e sarebbe, sembra di capire, il responsabile della decadenza attuale delle lettere.

Chiuso il libro, vorrei parlarne, se posso dirlo, all’ingrosso, senza entrare nel dettaglio, senza citazioni (se non di passi che mi sono rimasti impressi in mente), ma confrontandomi direttamente con la sua tesi di fondo, che ho riassunto sopra brevemente. Ho l’impressione che questa opera brillante e per molti versi intricante e acuta si fondi su una contraddizione non risolta. L’autore afferma di continuo che la letteratura, quando è artisticamente ben risolta, sta non nel contenuto, ma nella capacità della forma di conoscere il mondo, sempre in modo ambiguo, complesso, problematico. La vera letteratura insomma non offrirebbe convinzioni, ma smarrimento. E tuttavia poi l’analisi di Siti è sempre contenutistica: sembrerebbe, per esempio, che occuparsi delle vittime, farle parlare o far parlare i loro aguzzini, mettere in scena gli esuli e così via, sarebbe uno dei tratti più esecrabili del cosiddetto “neoimpegno”. La vittima sarebbe usata, ohibò, per una “visione sentimentale” del mondo, scrive Siti. Ma non è da secoli che la letteratura si occupa di questi temi, dall’Odissea e dalla Eneide ai Miserabili di Hugo sino a oggi?  Rosso Malpelo incoraggia una “visione sentimentale” del mondo? Siti sa bene, e lo scrive a chiare lettere, che un testo può sostenere cause etiche e politiche “senza avvilire” (la litote è dell’autore) le potenzialità conoscitive della letteratura. E d’altronde la Commedia dantesca (opera incomprensibile senza pensare alla lotta del Bene contro il Male) sta lì a dimostrarlo. Rosso Malpelo è una vittima perseguitata tanto dal padrone, quanto dalla comunità; ma la grandezza del racconto sta nello stravolgimento per cui la sua vicenda è narrata dalla prospettiva dei suoi aguzzini. In quegli anni (in cui bisognava, fatta l’Italia, “fare gli italiani”) raccontare la storia dei bambini che dovevano imparare a lavorare e a integrarsi nel mondo degli adulti era un topos presente in Collodi, de Amicis, Capuana e molti altri, ma Verga lo riprende solo per rovesciarlo. Eppure Siti, quando passa dalla teoria alla pratica critica; sembra dimenticare la prima e seguire solo il proprio istinto di polemista. Così, per esempio, reso omaggio a Gomorra, intende ridimensionare la figura complessiva di Saviano scrittore. Ma che Saviano, dopo Gomorra, non abbia più scritto opere di sicuro valore letterario lo hanno dimostrato in molti (e io stesso fra questi), senza per questo avvertire la necessità di attaccare l’impegno che infesterebbe la letteratura contemporanea e limiterebbe fatalmente questo autore.

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Mozzi fra neomodernismo e postmoderno

 9788829708871.1000.jpg Le ripetizioni è un romanzo (Marsilio editore) di quasi quattrocento pagine. Il romanzo di una vita, si direbbe, dato che la sua composizione, attesta l’autore, Giulio Mozzi, sembra durata un ventennio. Certo, una opera impegnativa, e come tale va trattata. Non uno dei soliti romanzi di intrattenimento, insomma.

Detto questo, reso l’onore delle armi all’autore, il risultato è convincente solo nella  prima metà, quella d’impostazione neomodernista, evidente già nella struttura multipla. Le storie dei vari personaggi non sono raccontate di seguito, ma con interruzioni, ritorni all’indietro, riprese a distanza. A mano a mano che essi entrano in contatto col protagonista, compaiono le loro “storie” che vengono raccontate a frammenti, con interruzioni  e riprese. Il romanzo è fatto di queste vicende diverse in un intreccio complessamente articolato. Ogni storia è ripresa a distanza anche di molte pagine, continuata, interrotta, ripresa di nuovo con sbalzi temporali. L’ordine numerico permette di collegarle fra loro, ma a volte la sovrapposizione di storie diverse, spesso con trapassi temporali vertiginosi, può disorientare il lettore. Sta qui il carattere neomodernista: nella struttura narrativa appunto. E nel carattere sperimentale della scrittura, che a volte sfiora la poesia o tenta il flusso del monologo interiore, o mima i dialoghi teatrali, o riflette su materiale fotografico esibito al lettore. Anche il protagonista, Mario, inizialmente si direbbe uscito dalle pagine di un romanzo primonovecentesco: è un inetto, che cerca di adattarsi per forza di inerzia alla vita senza reagire, ripetendo sempre le solite situazioni di passività. Vorrebbe sposare una ragazza, Viola, ma nello stesso tempo è attratto da Bianca, da cui forse ha avuto una figlia, Agnese. Inoltre ha per amico un pittore geniale (di una genialità molto ovvia e convenzionale, invero) e un amante, Santiago, di cui si sa solo che ha gusti sessuali particolari (sadici) e ama schiavizzare i suoi amanti.

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Arpino ai mondiali di calcio: l’Azzurro (tenebra) della Nazionale italiana

 swedfrtghyujkiolm.jpg1974. L’Italia partecipa ai Campionati del mondo di calcio nell’allora Germania Ovest e Giovanni Arpino li segue in qualità di inviato speciale per conto del quotidiano La Stampa.

Azzurro tenebra, uscito nel 1977 per Einaudi e ripubblicato da Rizzoli nel 2010, è la cronaca romanzata della “disfatta” (questo il termine utilizzato da Raffaeli nella prefazione del 2010) della Nazionale italiana che dopo solo tre partite, torna a casa.

Arpino giornalista-scrittore

Arpino, che subito dopo la laurea in lettere nel 1951, alterna l’interesse per la narrativa a quella per il giornalismo, con esiti decisamente di successo e la vincita di numerosi premi letterari, passa alla Redazione sportiva del quotidiano torinese nel ’69, inseguendo la sua fortissima passione per il calcio al pari dell’amico e collega Osvaldo Soriano, il suo «fratello italiano».

Proprio nel carteggio tra Giovanni Arpino e Osvaldo Soriano si percepisce il travaglio dello scrittore riguardo alla sua attività, in particolare in una lettera del settembre 1978:

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Sanguina ancora: l’incredibile vita di Dostoevskij raccontata da Paolo Nori

13947085_5298378.jpg Che senso ha, oggi, nel 2021, leggere Dostoevskij?

Perché una persona di venti, o di trenta, o di quaranta, o di settant’anni dovrebbe mettersi, oggi, a leggere, o a rileggere, Dostoevskij?

Ecco.

Domanda che non mi mette minimamente in imbarazzo.

La mia risposta è: non lo so.

Io, qualsiasi domanda mi si faccia, rispondo quasi sempre, come prima cosa, che non lo so. Poi, delle volte, vado avanti.

In questo caso, se mi si chiedesse che senso ha, oggi, nel 2021, leggere, o rileggere, Dostoevskij, direi che non lo so.

Poi andrei avanti.

(Paolo Nori, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij, Mondadori, 2021, p.7)

CHE SENSO HA, OGGI, LEGGERE, O RILEGGERE, DOSTOEVSKIJ?

E va bene. Ammettiamo che sia vero. Ammettiamo che Paolo Nori – studioso, traduttore e curatore delle opere non solo di Dostoevskij ma di tanti altri autori russi (Puškin, Gogol’, Tolstoj, Čechov…) - non sappia rispondere alla domanda “Perché leggere Dostoevskij?”. Ammettiamo che non voglia sforzarsi di farlo nemmeno incalzato dalla ricorrenza del bicentenario della nascita dello scrittore. Ammettiamo che (lo ha dichiarato nell’intervista rilasciata a Roberto Festa per il Venerdì di Repubblica, 09.04.2021, p.92) abbia avuto paura a ripercorrere, a cinquantasette anni, le emozioni provate a quindici, a riaprire la ferita prodotta da quella prima lettura di Delitto e castigo, a scoprire che «sanguina ancora», perché non ha ancora trovato risposta per sé alla domanda già così lacerante per Raskol’nikov: “Ma io, sono come un insetto o sono come Napoleone?”. Ammettiamolo. Però a questo punto l’interrogativo per il lettore potrebbe diventare “Perché leggere Paolo Nori che ci racconta Dostoevskij, se ammette di non sapere perché leggere Dostoevskij?”. Perché in questo libro Dostoevskij c’entra moltissimo ma non c’entra affatto; perché questo libro non è la biografia di un celebre scrittore, ma è un romanzo, anzi, quasi un romanzo di formazione; e il protagonista non è esattamente Dostoevskij, ma è un uomo che, da ragazzo che era, è diventato adulto leggendo Dostoevskij (e non solo). Ed è un’altra storia; davvero, è tutta un’altra storia.

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Le Galanti di Filippo Tuena

9788842825449_0_0_533_75.jpg «Ed è al termine del labirinto, nella casa dove abito, che sono conservati in maniera quasi clandestina […] oggetti che determinano e stabiliscono la memoria del molto che ho vissuto e forniscono le coordinate per affrontare il pericoloso viaggio che mi attende, inconoscibile e languido, aggredito dalle sirene del rimpianto e dalle erinni della memoria; e inesorabilmente roso dall’attrazione del bello verso gli oggetti d’affezione da cui con fatica dovrò imparare a separarmi nel tempo che ancora mi rimane.»

Gli oggetti, il bello in tutte le sue forme, la memoria: parole che ci introducono nel labirinto di immagini e di sentimenti de Le Galanti. O forse parole che, chiudendo un percorso (è questa la chiusa del libro), costituiscono il filo conduttore dell'opera tueniana secondo cui siamo fatti di ciò che abbiamo vissuto. Ed è proprio ripercorrendo e apprezzando la vita che è stata che non possiamo trascurare la scoperta e la valorizzazione del bello in tutte le sue forme, pur nella consapevolezza che un giorno saremo costretti a fare i conti con la difficoltà a separarcene. Proprio come il cardinale Mazarino descritto in queste pagine, che, condannato dalla diagnosi infausta dei medici, passa in rassegna l’amata collezione di opere d'arte, disperato all’idea di doverla abbandonare per sempre: «Povero amico, dovrò lasciare tutto questo. Addio cari dipinti che ho tanto amato e che mi siete tanto costati!». Perché il rapporto che abbiamo con le opere d'arte è di possesso, ma gli oggetti, sebbene possano appartenerci, rimarranno sempre qualcosa di altro da noi, e dunque siamo inevitabilmente costretti a perderli.

È questa consapevolezza della continua perdita alla quale andiamo incontro a rendere malinconiche molte delle pagine del libro. «Questo è un libro di lettere d'amore», ma è anche «un libro di lettere d'addio», scrive Tuena. Una di esse è dedicata a Pothos e all'”erote” malinconico incontrato in un museo romano. Condannato all'immobilità, Pothos è sempre lontano da quel che desidera, esprime il mal d'amore e la nostalgia offrendo all'autore l'occasione per una riflessione sui meccanismi del desiderio: «Parto dall'idea che se senti la mancanza sei innamorato. Vale anche per l'arte […] Mi sono allontanato e ho pensato per un attimo che, sì, sono i desideri del momento a muoverci, a rendere vivo il mondo; gli appuntamenti pressanti, gli incontri improcrastinabili, ma che la nostra natura è tale che non esiste quiete neppure quando si percepisce il sentimento dell'assenza; che quel che ci manca è quel che ci rende vivi; che la memoria e il tempo irrecuperabile producono passione e muovono il mondo».

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Soft Skills: un porridge per tutti

timthumb Ogni settimana mi arrivano da parte dello Staff dell’ateneo delle mail inerenti l’implementazione (sic) di una qualche virtuosa e finanziatissima innovazione della didattica e della ricerca, nel senso, parrebbe da tutti auspicato, del  Digital Learning e del Virtual Exchange Methodology. Ignorando il Documento di politica linguistica che il medesimo ateneo ha varato qualche anno fa sul dovere di mantenere l’italiano come lingua di insegnamento, in questi messaggi si glorifica la vera lingua universitaria del futuro: il veicolo standard angloaziendale, tanto protervo quanto ridotto all’osso dall’efficienza ideologica. Il messaggio implicito che giunge attraverso quella posta istituzionale, e che pazientemente cestino, è il seguente: “non pensare che oggi si possa fare università senza questa terminologia”.

Da ultimo: nel dizionario di questa neolingua d’ateneo, che si vorrebbe parlata da tutti, ora trionfano le Skills, o meglio le Digital Skills e le Soft Skills. Ora: sapevo che nelle aziende con Skill si definisce la capacità di portare a termine compiti lavorativi, distinguendo (grossolanamente, come nell’informatica) fra Hard e Soft Skills e intendendo queste ultime come competenze relazionali (emotive, comunicative, inerenti la postura, il sapersi vendere e proporre, il saper essere leader, dunque inerenti la mentalità e l’ideologia). Non mi sarei però aspettato che, così in fretta, nei luoghi deputati alla formazione pubblica, il termine “competenze” (le famose “otto competenze” europee) sarebbe stato rimpiazzato dalla parola magica Skills che ne è, a un tempo, la banalizzazione e l’adempimento.

A favore o contro le competenze (e sul modo di intendere un’eventuale “competenza interpretativa” e letteraria), come si sa, si è sviluppata in questi anni a scuola (a esempio, nella sezione didattica dell’ADI) una discussione complessa: un dibattito tuttavia che ora sembra destinato all’obsolescenza perché, - più o meno con la medesima rapacità con cui Bonomi ha ottenuto di ripristinare dopo la debole parentesi di Welfare pandemico, la libertà  di licenziare, - la governance delle Università comincia a parlare diffusamente di Skills. Non si tratta, si badi, della semplice traduzione anglofila del termine “competenze” ma di una sua curvatura iperaziendalista. Delle “otto competenze” promosse dalle Raccomandazioni del Parlamento europeo, l’egemonia delle Skills punta, a ben guardare, a promuoverne una sola: la settima (la cosiddetta “competenza imprenditoriale”). Le Soft Skills esaltano infatti le capacità relative “alle attitudini, agli stili di comunicazione e alle doti empatiche ed espressive” necessarie a “una carriera di successo”: il Problem Solving, il Lateral Thinking, il Team Management. Per dirla in altri termini, un ottuso e disinvolto mix di psicologismo comportamentista d’accatto e di ideologia panaziendale. Il tritacarne linguistico non risparmia nemmeno il concetto-termine di “pensiero critico” che, privato di ogni tradizionale nesso con la critica sociale, è risemantizzato come la Soft Skill che più  delle altre pertiene alla “creatività” e alla capacità d’innovazione.

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Su La poesia in prosa in Italia di Claudia Crocco

9788829000838_0_0_626_75.jpg Ad aprile è uscito, pubblicato da Carocci, La poesia in prosa in Italia (Dal Novecento a oggi), di Claudia Crocco, un libro denso e dettagliato che ripercorre le tappe più significative di una nuova forma letteraria («e non un genere letterario a sé stante»), «esistita in modo eclettico e intermittente» (p. 46), non particolarmente indagata perché non presenta i caratteri formali della poesia (gli studi teorici, numerosi nel XX secolo, appartengono principalmente all’area anglofona, francese e slava), nata in Francia nella seconda metà dell’Ottocento con Spleen de Paris di Baudelaire, ed emersa in Italia nel Novecento «all’interno di una costellazione di testi più ampia (quella della scrittura breve di ispirazione modernista), in parte appartenente al genere poesia, in parte alla narrativa e alla saggistica» (p. 47). L’obiettivo (raggiunto) non è solo quello di una ricostruzione storica, ma anche di definire le caratteristiche strutturali di un nuovo linguaggio, sperimentale, innovativo, capace di «mettere in mettere in evidenza la precarietà delle definizioni di poesia finora formulate» e di rivelare, dunque, il principio fondativo della sua stessa origine: «la poesia in prosa esiste come autocontestazione della poesia» (citazione tratta da un’intervista a letture.org), ma anche del romanzo.

«Cosa fa sì che un testo in prosa sia considerato poetico?». Confini e obiettivi

Il punto dipartenza del saggio sta nella consapevolezza che è necessario ridefinire  il concetto di poesia, dato che questa non può essere banalmente «identificata con l’andare a capo, dunque con l’incolonnamento del verso» (Leopardi già nello Zibaldone contesta questa posizione che definisce «forza dell’assuefazione all’idea di convenienza» che niente ha a che vedere con la «sostanza della poesia, né del suo linguaggio e modo», confessando in una lettera a Monaldo che, per quanto riguarda le Operette morali, l’intenzione è «di far poesia in prosa […], e però seguire ora una mitologia ed ora un’altra, ad arbitrio; come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani, buddisti ec.», in Crocco p. 17). Le cose sono cambiate, soprattutto negli ultimi due secoli, ed è chiaro, leggendo l’ultima edizione di La metrica italiana di Beltrami, per cui «versificazione è un concetto tecnico, che riguarda i tipi di discorso dotati di certe caratteristiche formali, mentre “poesia” è un concetto estetico, sentito come diverso da quello di versificazione fin dalle più antiche teorie estetiche che hanno avuto importanza nella cultura occidentale» (Beltrami, 2011, p.13, in Crocco, p. 16). Dunque, cosa definisce la poesia, dato che il verso non è più indispensabile, e non è più un criterio significativo? A questo punto, cosa distingue una poesia in prosa dalla pagina di un racconto breve? Il dubbio nasce, soprattutto, anche considerando la varietà di interpretazioni che è possibile notare nelle antologie dagli anni Settanta in poi:

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La notte si avvicina (ma le stelle-stelline no): sull’ultimo romanzo di Loredana Lipperini

9788830104594_0_0_626_75.jpg Storie di donne

Ho letto La notte si avvicina (Bompiani, 2020), l’ultimo romanzo di Loredana Lipperini, nei giorni in cui lavoravo a un progetto di formazione alle Pari opportunità della mia scuola. Teresa, l’amica-collega di Storia e Filosofia, lo porta avanti da anni, senza retorica e senza rivendicazionismo, e mi aveva chiesto di tracciare per gli studenti e le studentesse la parabola delle donne della letteratura: donne-autrici e donne-immaginate, donne-scrittrici e donne-scritte. Voleva che mi concentrassi in particolare sul Novecento e sulla contemporaneità. Sul percorso sensato e assennato che mi pareva di aver individuato, quest’altra storia di donne, raccontata da una donna, è stata per me come una pietra d’inciampo. Proverò a spiegare perché.

«L’inizio è plurale» (ma forse anche l’epilogo)

Il romanzo (candidato allo Strega) racconta di una moderna pestilenza che - come quella di tanti scrittori e scrittrici che ne hanno raccontata (bene) una (e in quest’epoca di pandemia non abbiamo mancato di passarle in rassegna tutte, le epidemie letterarie, insieme alle consorelle apocalissi) - è l’evento rivelatore del male, e del bene quando c’è. A scatenarla è l’unico uomo che, nel romanzo, compia un’azione di qualche rilievo: Fabrizio «uno scienziato che pecca di superbia, come molti prima di lui» (p.35), un biologo che «isola le proteine del batterio Yersina pestis»: «ventisei sono le proteine che cattura e ignora le macchie che gli appaiono, quasi invisibili, sulla gamba destra, convincendosi che un contagio non era possibile» (p.34). In quella fatale estate 2008, nel bosco che costeggia lo sperduto paese marchigiano di Vallescura («un paese come gli altri ma diverso da tutti gli altri, perché ha un cuore nero», p.257), Fabrizio, stremato dalla febbre e dall’arsura, incontra Maria, che nel bosco c’è venuta però cercando il suicidio. Maria è una illustratrice che, rimasta vedova molto giovane, s’è ritrovata ingiustamente vittima della feroce emarginazione del piccolo gruppo delle «mammeperfette» (p.247), cioè le madri dei compagni di classe dei suoi bambini. Privata dei figli dai servizi sociali, incapace di continuare a vivere circondata dagli oggetti del suo passato, ha scelto di lasciare Roma e di andare ad abitare, in compagnia dell’alcool, in quel piccolo borgo selvaggio; che tuttavia l’ha da subito respinta con astio e con sospetto. A guidare quella sorta di caccia alla strega, tanto più dolorosa quanto più inspiegabile (Maria è mite, timida, provata, apparentemente inoffensiva), è stata Saretta:

 

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Arboreto salvatico: lo sguardo “ecocritico” di Mario Rigoni Stern

614px511-mario-rigoni-stern-nel-suo-bosco-degli-urogalli-ad-asiago-foto-vgiannella.png Tra i Cultural Studies si è affermata recentemente l’eco-critica o ecologia letteraria, volta a indagare le trasformazioni e le implicazioni del legame uomo-ambiente in letteratura: dalla seconda metà del XIX secolo, infatti, “il tema acquista una specifica fisionomia, destinata a precisarsi ulteriormente in età contemporanea, per l’urgenza delle stesse questioni ambientali” e per la messa in discussione del paradigma antropocentrico. (N. Scaffai, Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, Roma, Carocci, 2017, p. 13)

Tuttavia ci sono scrittori e poeti – basti pensare a alcuni passi delle opere di Carlo Emilio Gadda, di Primo Levi e di Andrea Zanzotto -  che hanno anticipato uno “sguardo ecocritico” sul mondo mostrando come l’identità dell’uomo si definisca, si sostanzi, si strutturi proprio grazie al rapporto con la natura, in una relazione reciprocamente necessaria, stratificata nello spazio e nel tempo, ricca di implicazioni ambientali, antropologiche e culturali: insomma “ecologica”, nel senso più ampio del termine.

Questo atteggiamento appare evidente anche in alcune raccolte di racconti di Mario Rigoni Stern, ambientati nell’altipiano dei Sette comuni, fin dalle zone paratestuali. Nel 1980, lo scrittore di Asiago pubblica Uomini, boschi, api: il titolo associa tre esempi di specie viventi la cui sopravvivenza dipende da relazioni precise e da una reciproca osmosi; in effetti, nel linguaggio comune, i rapporti tra i singoli individui che le costituiscono si definiscono rispettivamente società, ecosistema, comunità. L’uomo, dunque, vive nel pieno rispetto della natura quando vi agisce in sinergia: l’esempio massimo di questo felice connubio è rappresentato dal bosco. Per Rigoni Stern, infatti, il bosco ideale non è quello lasciato alla crescita spontanea e disordinata, quanto piuttosto quello “coltivato” dalla mano dell’uomo:

Si sa che la migliore foresta, la più utile all’uomo sotto ogni aspetto, non è la foresta vergine o quella abbandonata a se stessa, ma quella mista, disetanea e coltivata. Lo dicono da tempo l’esperienza e gli studiosi che tutta la vita hanno dedicato al bosco; e per coltivarlo, per avere i benefici, bisogna appunto tagliare o agevolare lo sviluppo. La foresta ci deve dare legname da opera e da carta, legna per riscaldarci. E anche alberi di natale per ricordare il ritorno del Sole e la nascita di Cristo. (M. Rigoni Stern, Arboreto salvatico, Torino, Einaudi, 1991, p.14)

Le pagine di Arboreto salvatico (1991) -  originale personal essay - sono particolarmente esaustive a indagare un Rigoni Stern “ecocritico”: fin da quelle introduttive, infatti, lo scrittore usa l’espressione “coltivare boschi” che solo in apparenza ha il sapore di un ossimoro, mentre esprime la convinzione profonda che la relazione tra uomo e ambiente si stratifichi nel tempo e abbisogni del costante, rispettoso intervento dell’umano sul naturale. Anzi, laddove questo venga a mancare, si registra inevitabilmente un mutamento nell’equilibrio dell’habitat, come si può leggere nelle pagine dedicate al pino montano:

 

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Funzione-Foscolo

foscolo gli archi e gli strali.jpgPubblichiamo oggi un estratto dal volume di recente uscita Gli archi e gli strali. Foscolo inattuale (a cura di Domenico Calcaterra, Aguaplano 2021). Ringraziamo l'autore e l'editore per la gentile concessione.

Serve uno sforzo di prospettiva, forse un salto mortale, per Ugo Foscolo, dopo una bibliografia critica sterminata e senza dubbio un certo silenzio militante che sembra averlo abbandonato nei confini pure ampi della scuola, e dunque di un canone accettato senza sforzo ma anche senza particolare entusiasmo. Serve un potente anacronismo, che superi la considerazione per fasi storiche o di gusto, aprendo magari la forbice su due giudizi che considereremo irriducibili l’uno all’altro, da leggere senza curarsi dei contesti in cui sono maturati e di tutte le ragionevolissime considerazioni che in tal caso comporterebbero. E dunque la domanda potrebbe essere ingenuamente posta in questi termini: chi è oggi il poeta esaltato da De Sanctis e sbeffeggiato da Carlo Emilio Gadda? Che ne è della celebre definizione del 1871, quella in cui il critico napoletano lo ergeva a simbolo tutto italiano del poeta: «Voi vi maravigliate che la gioventù italiana ammiri Ugo Foscolo! Eh mio Dio! Ugo Foscolo non rappresenta per noi alcun sistema politico, alcun ordine regolato d’idee. Egli è stato un’espressione poetica de’ nostri più intimi sentimenti, il cuore italiano nell’ultima sua potenza». E che ne è, parallelamente, del “basetta” gaddiano, delle sue parodie in Accoppiamenti giudiziosi dove il personaggio di Giuseppe Vernavaghi si consola del mal di vivere leggendo i Sepolcri, dando modo all’autore di esibirsi in parodie e sarcasmi sull’esule morto quarantanovenne per «cirrosi epatica volgare» e sui debiti contratti a scapito della figlia Floriana, fino a trasformarsi in Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo nell’emblema di ogni fanatico e superficiale turgore, per certi aspetti antenato del “mascellone” di Eros e Priapo, e in questo senso pienamente nel solco della condanna gramsciana che imputava com’è noto ai Sepolcri la fonte della retorica «moderna», vale a dire fascista e bellicista?

Sarebbe troppo facile, oggi che rispetto ai «cuori italiani» e alla passione risorgimentale lo scetticismo fa a gara con lo sciovinismo, in un Paese che si sente bloccato, vecchio e soprattutto preda di un dilagante rancore sociale, concludere che si tratta in entrambi i casi di caricature. Perché se Foscolo non è in nessun modo il Basetta né si può ragionevolmente ridurre al «narcisismo da torero» che nella testimonianza di Alberto Arbasino gli rinfacciava un sempre più iperbolico Gadda (in L’ingegnere in blu), a onta dei suoi ritratti e autoritratti poetici, e del suo debito con Alfieri, lui sì basettone impenitente e forse leggibile con scarsa empatia, a eccezione della Vita, è ben vero che allo stesso modo non può essere più l’eroe pubblico e politico di una gioventù «patriottica» – quella è svanita davvero nei gorghi della storia per ripresentarsi da qualche tempo sulla scena, semmai in una sua estrema degradazione qualunquista e patriottarda, nella retorica sovranista e sciovinista. Ma Foscolo resta. Resta uno di quegli ecrivains de combat che hanno segnato il tempo, prendendo a prestito qui la definizione che fu usata per Stendhal, autore in apparenza molto più vivo nella coscienza dei lettori anche se tutto sommato da lui non troppo dissimile; e pure in questo caso, per nemesi storica, un ecrivain combattente non del tutto estraneo al genere tribunizio che pure miete successi nella nostra contemporanea situazione editoriale.

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