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Cultura visiva e Transmedialità/ Primo Levi e la storia pop. Una riflessione profetica

4,w=1280,c=0.bild.jpgPerché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?

Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. 

In questo spazio affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale.


 

Nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso, il regista televisivo americano Marvin Chomsky inventò letteralmente un nuovo genere narrativo, destinato ad incontrare un successo commerciale mondiale e una crescente popolarità presso il pubblico. Rappresentò infatti, in forma ampiamente romanzata, due grandi avvenimenti storici ben noti a spettatori e spettatrici di tutto il mondo: lo schiavismo (“Roots”, 1977) e il genocidio ebraico (“Holocaust”, 1978). Reinventò però la misura del racconto cinematografico e il modello dei grandi film storici in una narrazione a puntate per la quale non esisteva, all’epoca, altra definizione che “film per la tv”: storie che precorrevano la stagione della serialità odierna, lontane dai mitici “sceneggiati televisivi” di impronta teatrale che avevano segnato la prima stagione delle storie nella televisione pubblica europea.

“Radici”, trasmesso in Italia nel 1978, e “Olocausto”, nel 1979 rivoluzioneranno la narrazione filmica televisiva, aprendo una stagione che è tutt’altro che chiusa.

Infatti, la popolarità di quest’intreccio peculiare fra storia e finzione non solo non è venuta meno, ma anzi si è progressivamente accresciuta, accompagnata dal prepotente sviluppo dei mezzi tecnologici al servizio del realismo nella messa in scena.

I due film suscitarono un vivace dibattito fra studiosi, storici e testimoni degli avvenimenti narrati, il cui tema principale fu la distanza fra la realtà storica e la sua rappresentazione, un problema estetico di lunga data.

Nel caso di “Olocausto”, la questione si presentò particolarmente complessa, a causa di due fattori: da una parte la ricerca di effetti patetici/ sentimentali forti, perseguita attraverso strumenti retorici tipici del cinema classico hollywoodiano; dall’altra la vicinanza degli avvenimenti narrati, che all’epoca della messa in onda in molti paesi (soprattutto Israele e la Germania) occupavano ancora con forza il dibattito pubblico.

Primo Levi intervenne con un famoso articolo: “Perché non ritornino gli Olocausti di ieri (le stragi naziste, la folla e la tv”), pubblicato su “La Stampa”, il 20 maggio 1979. Rileggere oggi le sue parole è molto istruttivo.

Sulla storia e sulla sua rappresentazione

Sulla questione della verosimiglianza e sul rapporto fra rappresentazione e verità storica, il giudizio è netto:

Non mi è stato possibile vedere per intero il filmato Olocausto: non ne ho viste che alcune puntate, per di più prima del doppiaggio. Ho assistito alla proiezione con diffidenza, la stessa diffidenza che tutti i testimoni di quel tempo provano davanti ai molti tentativi, recenti e meno recenti, di ‹‹adoperare›› la loro esperienza. Questa è stata così singolare, così fuori della misura umana, da costituire una pericolosa tentazione per molti autori in cerca di materia prima da cui ricavare letteratura o spettacolo, o peggio da trasformare in una esibizione di orrori: sono cose nostre, intime, e ci dà disagio vederle manomesse.

Ho anche provato difficoltà a spogliarmi delle mie reazioni specifiche di fronte a varie ingenuità e approssimazioni: laggiù non era così, gli abiti a righe non erano puliti ma luridi, l’affollamento era spaventoso sempre, in ogni momento della giornata e della notte, e lasciava poco spazio ai sentimenti e ai ripensamenti: le guance dei prigionieri non erano così ben rase, né così ben nutrite le donne in fila, in attesa della camera a gas.

Ebbene, non sono osservazioni importanti: mi pare che il filmato, anche se nato come business dal bilancio vertiginoso, manifesti una sostanziale buona fede, una decenza di intenti e di risultati, un discreto rispetto della storia, ed un piglio semplice (semplificatore, se vogliamo) che lo avvicina a tratti ai Miserabili di Victor Hugo e gli garantisce il successo popolare. Non gli si devono chiedere finezze di sentimenti né chiaroscuri psicologici: non intendeva rappresentarli e non li ha rappresentati.

Nel contesto di una sintetica quanto raffinata analisi, lo scrittore mostra di avere riflettuto a fondo sulle ragioni del successo mondiale della storia e sulla sua diversa ricezione in rapporto ai contesti socio-culturali di ciascun paese in cui fu trasmesso e discusso.

Oltre alla “sostanziale buona fede” appena citata, egli riconosce nel filmato la capacità di suscitare un dibattito significativo in relazione ad un tema storico di lungo periodo: l’antisemitismo. In questo senso, a suo avviso, la visione non è semplicemente utile a capire il passato (in un certo grado a immedesimarsi in chi ne fu protagonista), ma spinge a riflettere sul presente: “La Germania di Weimar era instabile e sofferente, ed aveva bisogno di un capro espiatorio: ma anche l’Italia di oggi è instabile e sofferente”.

Su questa doppia spinta – a storicizzare e ad attualizzare – si presentarono già allora pareri fortemente divergenti. Il più noto, fu certamente quello di Claude Lanzmann, che proprio in quegli anni lavorava al suo monumentale documentario “Shoah”. Combattente nella Resistenza e animato dagli stessi valori etici di Levi, l’intellettuale e regista francese perviene però a conclusioni per certi versi opposte: fenomeni artistici/ culturali come questi film  rappresentano, a suo avviso, una manifestazione evidente di una tendenza tipica della cultura di massa: normalizzare e omologare la peculiarità e la verità degli avvenimenti (storici, in questo caso), utilizzando forme estetiche che consentano allo spettatore di riconoscere ciò che è sconosciuto in base a ciò che gli è invece noto; in sostanza, cancellare l’alterità che è invece la molla autentica che spinge gli spettatori ad interrogarsi sul significato dello spettacolo a cui assistono. La semplificazione e la stilizzazione, veicolo per Levi di una possibile comunicazione ampia e partecipata, diventano per Lanzmann il tramite di un sostanziale tradimento dell’esperienza e della storia, unica e irripetibile, del concentrazionismo nazista. L’attenzione si dovrebbe quindi spostare dal cosa al come: perché la forma scelta per rappresentare il tema (qualsiasi tema) ne condiziona il significato, ben al di là delle buone intenzioni di chi lo rappresenta.

La storia pop e la folla degli spettatori

Le diverse visioni del ruolo che le scelte estetiche hanno nella trasmissione di idee e valori, e nel passaggio dalle buone intenzioni all’effettiva comprensione di un fatto storico o di un messaggio etico, sono alla base anche delle più recenti querelle critiche sulla rappresentazione di eventi e fenomeni storico-sociali contemporanei.

Sulla docuserie “SANPA” ci siamo a lungo soffermati su queste stesse pagine.

Un altro caso particolarmente interessante è il dibattito che ha visto contrapposti una magistrata e un magistrato famosissimi – Ilda Boccassini e Nicola Gratteri – a proposito della serie televisiva “Gomorra”, liberamente tratta dal libro di Roberto Saviano. Da una parte, Boccassini pone l’accento sulla serie come potente veicolo di conoscenza e diffusione presso l’opinione pubblica di una sensibilità su un tema altrimenti destinato a una scarsa attenzione. Utilizza concetti e parole non dissimili da quelli che Levi usa per ragionare su “Olocausto”, sovrapponendo chiaramente il libro e la sua trasposizione in video, come se l’estremo realismo della messa in scena assicurasse la fedeltà all’originale. Dall’altra, Gratteri critica invece proprio le scelte degli sceneggiatori e dei registi, colpevoli a suo modo di avere reso epiche le figure dei criminali, offrendole non alla riflessione, ma al desiderio di emulazione degli spettatori, e in particolare proprio di quelli che dicono invece di voler proteggere dal contagio del male.

Questa complessa riflessione trova ampio spazio anche nel dibattito odierno sulla public history: parlare di storia è diventato un format molto popolare, in televisione e sui social media, che ha fatto di alcuni studiosi personaggi televisivi (il caso di Alessandro Barbero è il più eclatante) e ha trasformato in specialisti giornalisti tuttologi appassionati della materia (Paolo Mieli ne è l’esempio più evidente). L’interrogativo se a questa diffusione del format corrisponda una reale conoscenza dei fatti e una concreta consapevolezza delle loro ragioni e del loro significato è molto attuale. Se lo pone con particolare intelligenza Sara Zanatta in “Tutto fa storia. Analisi di un genere televisivo” (pubblicato per Carocci nel 2017):

Public history is the new coking mania, mi verrebbe da dire. Nel senso che la storia nella sua forma divulgativa, come del resto il cibo nella sua dimensione sociale, è un aspetto cardine, costitutivo in un certo senso, della cultura di un popolo. Per questo temo che l’abuso del termine public history abbia finito per oscurare la complessità del fenomeno. Come sottolinea Serge Noiret, la “public history” va intesa come una ‹‹più vasta concezione della storia concepita per essere trasportata verso un pubblico largo di non addetti ai lavori, usando i mezzi moderni di comunicazione per farlo››: la radio, la televisione, il cinema, e poi la rete che riscritto le regole della “disciplina”. Le ragioni della sua esplosione a partire dagli anni Novanta (per la televisione, anche i primi Duemila) vanno ricercate nell’inedita fame di storia, un desiderio di consumo che da marginale/ elitario diventa mainstream, e nell’immissione di nuovi storici nel libero mercato, non accademico.

Questo processo ha investito in pieno anche l’immaginario del genocidio, di cui Levi fu protagonista e testimone. Nei saggi raccolti da Francesca Recchia Luciani e Claudio Vercelli in “Pop Shoah?” (Il Melangolo, 2016), si esamina proprio lo sviluppo degli immaginari del genocidio ebraico. A ribadire l’estrema attualità del dibattito innescato a fine anni Settanta dall’appropriazione del genocidio ad opera dell’industria hollywoodiana, la curatrice e il curatore della raccolta scrivono nell’introduzione:

Se l’elemento emozionale e patico è indubbiamente rilevante ed efficace, nell’ambito dell’apprendimento, ad inaugurare un sapere attraverso lo stimolo di una curiosità motivante, esso non può e non deve surrogare alla conoscenza profonda e verace della verità fattuale e storica che solo un processo cognitivo analitico-razionale può indurre. Altrimenti, come testimoniato da molti recenti prodotti cultural-commerciali sulla Shoah (non solo film, ma anche romanzi e creazioni editoriali, graphic novel trasmissioni televisive, prodotti web, proposte dell’industria turistica), la percezione corretta di quel che essa è stata viene del tutto inficiata da banalizzazioni, da raffigurazioni estetizzanti o trivializzanti, fino a subire vere e proprie mistificazioni e falsificazioni.

Le storie di oggi, fra totalitarismo e bulimia

Il rischio di banalizzare e manipolare, come abbiamo visto, era già ben presente a Levi, che nella parte conclusiva del suo articolo rifletteva su un possibile scenario storico futuro, in cui l’enorme potere di persuasione dei media fosse messo al servizio esclusivo di una nuova ideologia oppressiva.

(…) in tutti i paesi, il filmato è stato visto da decine di milioni di persone; non benché fosse una story, ma perché è una story. Sul tema del genocidio hitleriano sono stati pubblicati centinaia di libri, e proiettati centinaia di documentari, ma nessuno di essi ha raggiunto un numero di fruitori pari all’uno per cento degli spettatori televisivi di Olocausto. I due fattori associati, la forma romanzesca ed il veicolo televisivo, hanno mostrato appieno il loro gigantesco potere di penetrazione.

Il fenomeno è positivo, in questo caso specifico (…) Non c’è che da compiacersene: ma non si riesce a reprimere un brivido di allarme di fronte all’ipotesi di quanto potrebbe accadere, se il tema scelto fosse diverso e opposto, in un paese in cui la televisione fosse voce esclusiva dello Stato, non sottoposta a controlli democratici né accessibile alle critiche degli spettatori.

A molti anni di distanza, la sua voce risuona ancora profetica; anche se la televisione è per certi versi preistorica, anche se lo “Stato” al quale pensava è oggi rappresentato da poteri molto più sottili e impalpabili, ma non certo meno oppressivi: il fronte della lotta per il diritto alla conoscenza e alla verità si osserva infatti fisicamente in alcune nazioni sottomesse a regimi feroci; ma consiste molto più frequentemente in una dittatura dolce e invisibile, che Shoshana Zuboff ha acutamente definito “capitalismo della sorveglianza”.

Esiste, inoltre, un altro scenario possibile di crisi, tipico del mondo contemporaneo. È quello di cui parla Johnathan Gottschall nelle pagine conclusive del suo “L’istinto di narrare”:

Penso che lo studioso di letteratura Brian Boyd abbia ragione a domandarsi se il sovraconsumo, in un mondo inondato di storie spazzatura, possa causare una sorta di ‹‹epidemia di diabete mentale››.

Analogamente, via via che le tecnologie digitali evolvono, le storie – sempre più onnipresenti, più coinvolgenti, più interattive – potrebbero diventare pericolosamente seducenti. Il vero rischio non è che in futuro le storie spariscano dalla vita umana, semmai che ne assumano il controllo totale.

Contro la seduzione delle innumerevoli storie false che ci circondano – la finzione è ovviamente tutt’altra cosa – la lettura di Primo Levi ha molte verità da insegnarci.

 

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