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In morte di un amico, Pierino Manni

 

Piero Manni 2 Questo articolo è uscito in altra versione, leggermente più breve, in “Poliscritture”,il 23.5.20

Ho conosciuto Pierino nel 1980, quando ho vinto la cattedra di ordinario all’università e mi sono trovato sbalestrato in quella di Lecce. 17 ore di treno e altrettante al ritorno tutte le settimane, salvo accorgermi poi che ero uno dei pochi ordinari a insegnare e i  più se ne stavano tranquillamente a casa facendo lavorare gli assistenti al loro posto. Cercai di reagire al menefreghismo dominante organizzando un libero seminario di letteratura contemporanea a cui potevano partecipare tutti gli interessati, anche se non erano studenti universitari. Così conobbi Annagrazia Doria e poi il marito, Pierino. Entrambi insegnanti, avevano deciso di svolgere la loro funzione all’interno del carcere minorile di Lecce, in modo da unire impegno civile e culturale (costante intreccio del loro modo di intendere la vita). Diventammo amici. Cenavo spesso da loro che mi allettavano comprando i dolci più squisiti della città che poi io e il loro figlio, allora all’incirca dodicenne, divoravamo con grande diletto. Poi cominciai ad andare a dormire a casa loro,  usufruendo della loro generosità e ospitalità.

Pierino allora era in quella parte dello PSIUP che si riconosceva nel Manifesto. Ricordo di avere incontrato Pintor a casa sua. Più avanti, con altre liste sempre di estrema sinistra, Pierino entrò a far parte del consiglio regionale della Puglia. Ma più che altro era un punto di riferimento per tutti i compagni, al di là di ogni schieramento politico. Il suo carattere allegro e misurato, pieno di vita e di iniziative ma anche tranquillo e pacato nel ragionamento lo rendevano una figura di saggio arguto e avveduto, su cui  si poteva sempre fare affidamento. Era anche notevolissimo scrittore, inventivo, originale, vagamente gaddiano nel linguaggio sempre sorprendente, sia che scrivesse una guida semiseria della Puglia sia che si impegnasse in racconti spesso ispirati alla storia o alla vita quotidiana pugliese.

Il secondo anno venni richiamato da Siena, ma preferii continuare anche a Lecce il corso che vi avevo già cominciato. Il lunedi e il martedì insegnavo a Siena, il mercoledì e il giovedì a Lecce, il venerdì mi fermavo a Roma nella direzione di DP di cui facevo parte. Fu allora che Pierino mi parlò della sua intenzione di fondare un periodico di cultura, l’ Immaginazione e poi, qualche mese dopo, addirittura una casa editrice, che provvisoriamente pensava di installare nel garage e nello studio di casa. Mi chiese di collaborare al primo e di dirigere una collana per la seconda. Facemmo vari progetti, organizzammo convegni (cui parteciparono, ricordo, Leonetti, Ferretti, Giuliani, Pagliarani), uno dei quali, anni dopo, ebbe particolare successo:  quello contro i poeti innamorati e l’orfismo allora trionfante; e finalmente anche la rivista cominciò a uscire, grazie pure all’aiuto e alla collaborazione che ci dette Maria Corti, che a Lecce aveva insegnato anni prima. La rivista e la casa editrice ebbero un successo insperato e vari giornali, ricordo, li presentarono come il prodotto di “due leccesi milanesi” (per capacità operative e organizzative). Nella collana che dirigevo io uscirono per esempio libri di Sanguineti, Fortini, Pagliarani, Malerba, Cacciatore, Loi, Giuliani. Rapidamente Manni editore divenne la sigla di una delle più significative case editrici indipendenti o alternative, come si chiamavano allora.

 

Mano a mano che gli anni passavano la frequentazione fra noi divenne di necessità più sporadica, ma la mia collaborazione alla rivista e alla casa editrice restò inalterata. Finché Pierino si ammalò e fu ricoverato a lungo alle Molinette di Torino per un difficilissimo intervento di trapianto del fegato. Lo andai a trovare alle Molinette. Non era più ricoverato,aveva affittato un piccolo appartamento davanti all’ospedale dove abitava con la moglie, in modo da poter seguire le cure mediche senza essere degente. Era più pallido e magro, ma al solito non mancava di buon umore e di ottimismo, sostenendo che si sentiva benissimo. La moglie lo guardava, sorrideva e un poco scuoteva la testa.

Ho visto Pierino per l’ultima volta due anni fa. Aveva organizzato la presentazione di un mio libro. Ma aveva la febbre tutti giorni. Nondimeno dopo la presentazione e la cena mi portò nella sua nuova casa a San Cesareo. Eravamo soli, perché Annagrazia era andata a un festival della piccola editoria. Ma lui era troppo stanco e io troppo triste a vederlo così sofferente e ci scambiammo solo poche parole. Un pudore invincibile ci tratteneva e paralizzava. Non faceva parte delle nostre abitudini dirci quello che sentivamo, quando le parole avrebbero rivelato solo la nostra debolezza. Così tacemmo, lui in una stanza, io nel letto matrimoniale in una altra. La mattina dopo volle accompagnarmi in auto all’aeroporto di Brindisi. E anche nell’auto quel silenzio, quel non dire la paura che ci stringeva il cuore: che non ci saremmo visti più.

 

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