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La scuola ai tempi del Covid-19 /7

 

love bin A distanza: valutare se, valutare cosa&come, valutare perché

Ammettiamolo, siamo tutti in crisi.

È in crisi chi, come se nulla fosse cambiato, si domanda come poter garantire la “validità” di interrogazioni e verifiche svolte attraverso lo schermo (“e se copiano?”, “e se in casa qualcuno suggerisce?”, “ah, io voglio che inquadrino la scrivania, per controllare che non abbiano libri e appunti!”); ma è in crisi soprattutto chi si domanda quale sia il senso della valutazione, di qualunque tipo di valutazione, nelle attuali condizioni (didattiche, certamente, ma soprattutto sociali, sanitarie, psicologiche, economiche di molte famiglie).

In mezzo al fiorire dei dubbi è stata emanata la Nota ministeriale del 17 marzo, che da più parti è stata letta come una spinta alla valutazione, definita come un «dovere» e una «competenza propria del profilo professionale» per il docente e «un diritto» per lo studente.

Partiamo da un semplice e banale punto fermo, che qualunque studente di giurisprudenza alle prese con l’esame di diritto amministrativo potrebbe confermare: poiché le attività didattiche (tutte le attività) in presenza sono sospese e l’attività didattica a distanza (DaD) nella scuola primaria e secondaria non è normata (e una Nota ministeriale è un atto di indirizzo, non legislativo), non lo è neppure la valutazione delle attività, ergo, nessuna valutazione assegnata in questo periodo è legittima (e considerarla tale esporrebbe a inevitabili, e vittoriosi, ricorsi).

Non lo è perché, innanzitutto, non esiste alcun obbligo di legge, per gli studenti, che vincoli alla frequenza delle attività di DaD – di conseguenza, è illogico che possa avere un qualunque peso la valutazione di un’attività non obbligatoria (non è un caso, infatti, che la valutazione dell’insegnamento opzionale di Religione cattolica non concorra alla media finale dello studente).

Non lo è perché non esiste, neppure per il docente, alcun obbligo a fornire la DaD, dal momento che essa non rientra tra le attività previste dalla funzione docente (non è un caso che, su questo tema, si siano pronunciate, con modi e toni diversi, anche le organizzazioni sindacali). Ce lo mostra, con grande evidenza, il fatto che nessuno di noi stia firmando, in queste settimane, il registro di classe. E, se non firmiamo il registro di classe, non stiamo operando nelle vesti di pubblico ufficiale: quindi, dal punto di vista meramente formale, qualunque cosa possiamo dire o fare, e qualunque cosa possano dire o fare gli studenti (non consegnare gli elaborati richiesti, non essere presenti alle lezioni in streaming – o presentarsi in canottiera e boxer, come qualcuno ha fatto), non stiamo facendo scuola, ma stiamo amabilmente chiacchierando al bar o al parco. Tutte le altre questioni su cui noi docenti ci stiamo accapigliando in questi giorni, anche nelle riunioni convocate in streaming (“Ma voti in rosso o in blu?” “Ma fa media o non fa media?”), sono, di conseguenza, inutili elucubrazioni.

 

Inoltre, se anche esistesse una qualsiasi pezza normativa a giustificazione della validità formale della DaD e di tutto ciò che ne consegue, la mia coscienza di insegnante e di cittadina mi spinge a pensare che la valutazione effettuata in queste condizioni non possa essere valida semplicemente perché la partecipazione o meno alle attività della DaD, oltre che non obbligatoria per gli studenti, è influenzata dallo status quo di ciascuno di loro (possesso di device e necessaria strumentazione hardware e software, connettività, adeguati spazi abitativi e per lo studio individuale): questo confligge chiaramente con il supremo dettato costituzionale del diritto all’istruzione (Art. 34), soprattutto per quanto riguarda la scuola dell’obbligo – e di fronte a ciò, credo, qualunque altra considerazione è superflua.

Una volta chiarite le implicazioni sul piano formale e legislativo, di cui ciascun docente dovrebbe avere piena consapevolezza prima di agire, possiamo ragionare del piano educativo, che, in questa situazione, è quello che dovrebbe orientare ogni nostra azione, anche di tipo valutativo. E, in quest’ottica, sarà bene tenere a mente due punti fermi.

Il primo è il mai abbastanza lodato Articolo 33 della Costituzione, che garantisce la piena libertà d’insegnamento. Ancor più di quanto fossimo usi fare, è assolutamente necessario che ognuno di noi stabilisca hic et nunc, in piena libertà e coscienza professionale (“con disciplina e onore”, Art. 54 della Costituzione), che cosa sia opportuno per sostenere i propri studenti, e agisca di conseguenza: qualunque strumento, qualunque mezzo, qualunque strategia possono essere validi per mantenere aperto il dialogo educativo, aiutarli a conservare un ombra di normalità, dare uno scopo a giornate diventate lunghissime, sostenerli nella solitudine, spronarli a ad usare la mente, a “non perdere il filo”.

Il secondo punto fermo è la stessa Nota ministeriale del 17 marzo che descrive con chiarezza un tipo di valutazione eminentemente formativo: «la valutazione ha sempre anche un ruolo di valorizzazione, di indicazione di procedere con approfondimenti, con recuperi, consolidamenti, ricerche, in una ottica di personalizzazione che responsabilizza gli allievi a maggior ragione in una situazione come questa. [La valutazione è] elemento indispensabile di verifica dell’attività svolta, di restituzione, di chiarimento, di individuazione delle eventuali lacune, all’interno dei criteri stabiliti da ogni autonomia scolastica, ma assicurando la necessaria flessibilità». Dunque, valutazione come feedback e come sostegno al lavoro autonomo dello studente, e valutazione il più possibile flessibile, così da potersi adattare a una situazione nuova, straordinaria ed imprevista, non certo come strumento di verifica dell’acquisizione dei contenuti e delle competenze programmati ad inizio anno scolastico.

In questa prospettiva – a mio avviso – perde anche qualunque senso l’eventuale recupero delle insufficienze del primo periodo, non solo perché si tratta di una valutazione chiaramente sommativa, ma anche perché, a rigor di norma, le modalità dei recuperi erano state già deliberate dai consigli di classe, e il loro svolgimento in qualunque altra forma romperebbe tale delibera, diventando di conseguenza illegittimo; non solo: non può essere approvata una nuova delibera in merito perché, secondo la normativa vigente, gli organi collegiali che non siano convocati in presenza non hanno alcun potere deliberante.

Dunque, sgombrato il campo dalle (lunghe ma necessarie) questioni e riflessioni preliminari, possiamo chiederci ma allora, cosa posso/voglio/devo/ritengo opportuno valutare?, ed è ovvio che a una domanda del genere si può rispondere solo dopo aver considerato con attenzione quali attività predisporre e perché, quali obiettivi formativi ed educativi ci proponiamo per la nostra DaD*.

Cosa voglio portare a casa, dopo settimane – se non mesi – di sospensione?, mi sono chiesta a lungo. E mi sono risposta così: voglio che i miei alunni non dimentichino cosa voglia dire fare scuola e lavorare con serietà; voglio che non dimentichino cosa significhi il lavoro in classe; voglio che non perdano quanto acquisito finora, ma che lo consolidino; voglio che abbiano la possibilità di recuperare le proprie lacune; voglio che acquisiscano i minimi necessari (in termini di conoscenze e competenze) che ci consentiranno di lavorare in modo dignitoso nel prossimo anno scolastico, senza una continua rincorsa a “quello che non è stato fatto”.

Innanzitutto, ho riflettuto sul fatto che, in modalità DaD, gli studenti lavorano per moltissimo tempo da soli, alle prese con libri di testo e materiali forniti dai docenti, che devono affrontare, spesso, senza previa spiegazione, in una quasi continua flipped classroom (e infatti sta emergendo con forza l’inadeguatezza all’uso autonomo da parte degli studenti di alcuni manuali, anche prestigiosi). Quindi, mi è sembrato necessario pormi come obiettivo, soprattutto nelle classi del biennio, il miglioramento e il consolidamento del metodo di studio: così, ogni blocco di pagine da studiare sul manuale, abitualmente accompagnato da altri materiali, è sempre corredato da una scheda operativa, da delle linee-guida allo studio in cui richiedo schematizzazioni, mappe, cronologie, sintesi, definizioni, ragionamenti sui rapporti di causa-effetto, microricerche e così via. Ovviamente, questo tipo di lavoro è difficilmente copiabile dal maremagnum del web, e, una volta corretto, fornisce un ottimo attivatore per la successiva lezione in streaming: quali informazioni devo inserire in una cronologia? perché questa serie di informazioni non è coerente? quali informazioni essenziali mancano in questa mappa? perché, invece, questa è chiara e completa?. Attività di questo genere consentono anche di attivare abilità trasversali di metacognizione e di comprensione e produzione di testi non letterari, oltre che di migliorare la digital literacy (dall’uso di software dedicati, ad esempio, alla creazione di mappe concettuali, allo sfruttamento delle potenzialità di un normale foglio di word, con la costruzione di elenchi e tabelle).

In secondo luogo, ho bisogno di mantenere vivo lo spirito del gruppo classe: per questo, cerco di evitare lunghe spiegazioni frontali in streaming, preferendo mettere a disposizione materiali vari, anche autoprodotti (apprezzatissime, a quanto pare, le artigianalissime videolezioni in cui parlo sulla presentazione – in ppt, Prezi o altro – di un argomento), dedicando invece lo spazio delle mie lezioni (che si è ridotto, per decisione collegiale, del 50%) alla discussione e al confronto; ho anche introdotto bacheche virtuali come Padlet o Netboard, in cui gli studenti possano inserire riflessioni e commenti liberi sull’argomento che stiamo trattando o sui testi assegnati in lettura, in una sorta di brainstorming a distanza che poi ripercorreremo, insieme, quando saremmo tutti connessi. Non rinuncio neppure al momento collettivo e fondamentale della lettura, analisi e commento dei testi letterari: con qualche correttivo (aver già letto i testi in prosa e aver già recuperato – sul manuale o sul web – la parafrasi di quelli poetici) e un’applicazione che consente di evidenziare, sottolineare e annotare i pdf, posso mostrare in streaming lo schermo del mio pc e procedere (quasi) come al solito, con interventi, domande e riflessioni, appuntandoli via via.

Tertium, la selezione dei contenuti: quali sono davvero necessari per poter “andare avanti” garantendo ai miei studenti le conoscenze imprescindibili? Quindi, sto operando con grandi tagli alle informazioni secondarie e al nozionismo (non conosceranno tutte le fasi della guerra del Peloponneso o le opere latine di Petrarca e Boccaccio? Pazienza) e presto maggiore attenzione del solito ai processi di lunga durata e ai concetti-chiave necessari per comprendere autori, testi e periodi storici, anche in prospettiva futura. Tutto questo, da verificare con rapidi test a risposta multipla in modalità telematica, offerti da alcune risorse online dei libri di testo o realizzati su piattaforme didattiche (che spesso hanno anche il vantaggio di essere autocorrettivi).

Quarto: il consolidamento delle abilità trasversali, in primo luogo quelle del parlato e della scrittura. Sto ancora riflettendo su come lavorare sulle abilità orali, ma di certo non inseguirò il fantasma delle interrogazioni tradizionali (nella riprogrammazione che ho steso per le mie classi mi sono rifiutata di usare il termine e ho preferito “colloqui”); probabilmente chiederò delle presentazioni orali con vincoli stringenti su tempi e contenuti, come già faccio talvolta in classe (ad esempio, il commento ad un testo poetico, o la presentazione di un personaggio o di un contesto storico). Molto più semplice, invece, lavorare sulla produzione scritta (dopo una bella infarinatura generale sulle regole basilari della videoscrittura), evitando ovviamente di assegnare testi troppo lunghi (faticosi da correggere a schermo), insistendo sui fondamentali (riassunto e parafrasi su tutti) e aprendo anche a tipologie alternative (riflessione libera, commento ad un articolo, testo personale descrittivo, narrativo o poetico), che possano però dare modo ai ragazzi di esprimersi – un bisogno che in questo contesto manifestano con grande urgenza. So bene, infatti, che è sempre possibile valutare adeguatezza del contenuto, coerenza, coesione e correttezza di un testo, qualunque esso sia, e, lavorando su file (inviati via email o in condivisione in piattaforma), è possibile registrare e rendere visibili allo studente tutti gli interventi di correzione e inserire eventuali commenti.

Per ognuno dei lavori che man mano vengono assegnati, corretti e riconsegnati (un lavoro massacrante, lo sappiamo bene) sto registrando, in una tabella, la puntualità nella consegna, il rispetto delle indicazioni date, la completezza e l’adeguatezza delle informazioni. Assegnerò un voto numerico a tutto questo? Me lo sto ancora chiedendo, dal momento che quello che sto facendo è già, di per sé, valutazione formativa e non necessita di altre operazioni matematiche; forse sì, magari a blocchi di tre o quattro lavori, ma solo perché so quanto lo studente medio abbia uno spasmodico bisogno di numeri, anche se personalmente non amo l’idea di mettere un voto solo per rispondere alle ansie valutative di alunni (e genitori).

E, a proposito di questo, vorrei chiudere con un’ultima riflessione: per la prima e probabilmente unica volta nella mia carriera di insegnante ho la possibilità di far davvero comprendere ai miei studenti quanto studiare, leggere, riflettere, pensare, imparare, possa essere bello e gratificante in sé e per sé, senza ansie da prestazione e da voto. E non ho nessuna intenzione di lasciarmela sfuggire**.

*Doverosa precisazione: ho la fortuna di lavorare in un contesto socioeconomico privilegiato, per cui la stragrande maggioranza dei miei studenti è in grado, seppur in modi diversi, di seguire le attività proposte. La mia piena solidarietà e il mio pieno sostegno ai colleghi che lavorano con studenti in condizioni di svantaggio e fragilità, per i quali – lo so – si stanno inventando tutto il possibile.

**Per questo, ho attivato una serie di attività informali e “clandestine” su cui, magari, vi ragguaglierò un’altra volta.

 

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