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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Il dilemma, però, è politico. Considerazioni su The social dilemma

 

the-social-dilemma-cosa-ce-da-sapere-sul-documentario-netflix-maxw-697.jpg Ho visto The social dilemma, il documentario drammatizzato (docudrama) di Netflix sugli effetti devastanti dei social network: incremento della dipendenza da schermo, percezione di sé e socializzazione degli adolescenti distorte, politica globale e dibattito pubblico impazziti (polarizzazione, bolle e camere d’eco, complottismo, notizie false, manipolazione delle scelte di voto).

Si tratta indubbiamente di un documentario da vedere, magari da far vedere in classe, in particolare se si è a digiuno su argomenti quali il rapporto tra gli studi psicologici sulla manipolazione e le grandi corporation dell’high tech, i big data e gli algoritmi che governano tutto ciò che “spontaneamente” i social media ci propongono, il «capitalismo della sorveglianza». Vengono intervistati infatti gli autori dei libri più importanti usciti di recente su questi temi: Shoshana Zuboff, Cathy O' Neill, Jaron Lanier.

Ma l'aspetto di maggior interesse è la folta presenza di ex progettisti e manager (ad altissimo livello) di Facebook, Google, Pinterest, Instagram, ... "pentiti", che, come già altre gole profonde (Edward Snowden), raccontano il dilemma etico di aver contribuito a creare strumenti che credevano potessero connettere gli esseri umani e che si sono progressivamente rivelati al contrario una pericolosa forma di controllo e direzione dei comportamenti. Raccontano anche la scissione vissuta tra identità professionale e personale: durante il giorno contribuivano a perfezionare quegli strumenti da cui loro stessi, una volta tornati a casa, erano diventati dipendenti. Interessante anche il loro comportamento come genitori: i figli di chi ha lavorato alla progettazione dei social media hanno il divieto di usarli (da ricollegare alla notizia di qualche tempo fa sulle scuole delle Silicon valley che non adottano alcun tipo di tecnologia informatica).

Chi segua questo argomento da tempo, però, non si imbatterà in grandi rivelazioni, guardando The social dilemma: si tratta della buona divulgazione di tesi e studi noti. Si potrebbero, anzi, fare alcune osservazioni critiche, anche allo scopo di evitare, fra i neofiti, due reazioni opposte che, a mio parere, il documentario potrebbe produrre: “non esageriamo, non può essere davvero tutto così catastrofico!”; “il mondo sta per precipitare nel caos!”.

1) La narrazione risulta contraddittoria. Fosca e angosciosa per un'ora e tre quarti, vira sull'happy end a un quarto d’ora dalla fine. Si dirà che un po’ di speranza in conclusione non si nega a nessuno e che la struttura stessa della narrazione popolare lo impone. Vero. Ma il peso politico della tesi fin lì sostenuta – che i social media stiano picconando in brevissimo tempo la nostra stabilità psichica e le nostre democrazie – ne esce sminuito. Il potere delle corporation dell’high tech è reticolare, tentacolare, onnipervasivo, ma alla fine, ci si dice, se ci impegniamo possiamo sconfiggerlo. Come? Basterà cancellarsi da tutti i social media come suggerisce Lanier?

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Como, due preti, i poveri e una città

 

Migranti Como Como, 15 settembre 2020 ore 7.00: Don Roberto Malgesini viene trovato morto in piazza San Rocco. L’assassinio si è costituito subito: si tratta di Ridha Moumudi, un uomo tunisino di 53 anni, in Italia da 27, irregolare dal 2006. Quella stessa mattina avvicina il parroco mentre distribuisce le colazioni ai senzatetto, gli chiede aiuto per poi pugnalarlo alle spalle: all’origine del gesto il timore di essere rimpatriato.

Como 20 gennaio 1999 ore 15.30, Don Renzo Beretta viene soccorso dal suo vicario, morirà mezz’ora dopo all’Ospedale S. Anna di Como. L’assassino, dopo aver fatto perdere le sue tracce, verrà catturato in serata: si tratta di Abdel Lakhoitri, un uomo marocchino di 31 anni, senza permesso di soggiorno. All’origine del gesto il rifiuto da parte del parroco di consegnare 60000 lire per un biglietto del treno.

20 gennaio 1999 – 15 settembre 2020

Gli sciacalli si nutrono di morte, la celebrano e la trattano come fosse proprietà loro, fanno a pezzi i cadaveri e se ne servono gettandoli un po’ qua e un po’ là per i loro comodi.

In un attimo sono ripiombata in quel giorno di gennaio in cui la nonna picchiava la testa sul tavolo e strozzava il dolore in gola (al nord non si urla la morte -sta male-, la si fa esplodere dentro): “Al po mia vess, al po vess mia” (Non può essere, non può essere). Fuori suonavano le campane a morto, sul pianerottolo della casa parrocchiale stava una pozza di sangue. La Svizzera era a poche centinaia di metri; Como, la bella città sul lago, qualche chilometro più a sud, lontana: vivevo lì sulla frontiera.

Ventuno anni dopo, don Roberto esce dalla sua Chiesa di San Rocco, centro città, non il centro dei turisti affacciato sul lago, ma quello periferico, dei quartieri multietnici. È una mattina dell’anno disgraziato 2020, nella sua Panda ci sono le colazioni da distribuire ai senza tetto. Poco dopo le 7.00 suonano le campane a morto: don Roberto è a terra in una pozza di sangue.

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La storia non è magistra di niente che ci riguardi, ne siamo pure un po’ vittime e la colpa è degli altri

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Da qualche tempo circola in rete questo meme, che è la traduzione, tutt’altro che letterale, di quest’altro in inglese. 

Le due vignette, che per ora considererò omologhe, sono una ‘variazione sul tema’ di una frase che circola spesso adespota, ma la cui paternità è certa, perché si legge in un’opera del filosofo George Santayana (1863-1952), The Life of Reason. La frase recita: «Those who cannot remember the past are condemned to repeat it» («Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo»: chiamerò questa versione O, originale).

Basta un primo colpo d’occhio per notare che nei meme la citazione non è letterale. Vorrei soffermarmi sulle trasformazioni che essa ha subito, perché mi pare che siano la manifestazione puntuale, il sintomo, di un soggiacente mutamento del nostro inconscio politico collettivo, da qualche decennio a questa parte, nella direzione di un crescente vittimismo. Citerò le frasi in inglese, perché le oscillazioni del testo compaiono già in quella lingua, tralasciando il riflesso sulle traduzioni italiane.

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Natura e civiltà: Leopardi e il corona virus

Ischia 02 iStock 000062194080 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

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L’errore di Marx, secondo Sebastiano Timpanaro, consisterebbe nel considerare solo due livelli: la struttura economica e sociale e la sovrastruttura ideologica (culturale, politica ecc.). Fra loro ci sarebbe un rapporto dialettico continuo ma in ultima istanza il primo condizionerebbe sempre il secondo. Per Timpanaro, marxista ma anche rivendicatore dell’importanza del pensiero filosofico di Leopardi, i livelli sarebbero tre: bisognerebbe aggiungere il condizionamento esercitato dalla natura, che influirebbe sia sulla struttura economica e sociale (per esempio, attraverso il clima), sia sulla produzione ideologica e artistica (per esempio, attraverso le sensazioni materiali e corporali prodotte dalle emozioni, dalle malattie, dalla paura della morte, dalla spinta all’eros ecc.). Vedo già alzarsi i sopraccigli arcigni dei pensatori postmoderni e ipermoderni, negatori della dialettica e sostenitori del pensiero rizomatico, di fronte a questa immagine di livelli diversi, di un condizionamento materiale e naturale, e già sento risuonare nell’aria l’accusa di veteropositivismo, veteromarxismo eccetera.

E allora, in questo tempo di Covid 19, torniamo a La ginestra di Leopardi. Come tutti sanno, si tratta di un testo che rivendica il valore del “pensiero” (testuale) come fondatore della civiltà. Va da sé che per lui il pensiero non è affatto l’anima dei cristiani o lo spirito degli idealisti, ma il prodotto materiale di un organo materiale, il cervello (e su questo punto alcuni filosofi contemporanei potrebbero addirittura esser d’accordo). E per questo Leopardi si schiera decisamente dalla parte di quello razionalistico, rinascimentale e illuministico, contro quello spiritualistico, romantico e cattolico.

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Sul Colibrì di Veronesi

cover colibri ok copia 1 Pubblichiamo due note, una del nostro direttore Romano Luperini e una seconda del nostro redattore Emanuele Zinato, sul vincitore del Premio Strega 2020, Il colibrì di Sandro Veronesi edito per La nave di Teseo.

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Romano Luperini

La rivelazione dell’eterno ritorno dell’identico ha segnato la letteratura modernista del primo Novecento. Il nichilismo tragico di Kafka, l’amaro umorismo di Pirandello, lo smarrimento dinanzi all’insensata e ripetitiva rapina del tempo di Proust nascono da questo clima culturale. A un secolo di distanza questo tema è diventato banalità da conversazione mondana e oggetto di facile consumo estetico che lo riduce  all’immagine ossimorica del “caos calmo” o del volo del colibrì, che muove freneticamente le ali per restare fermo nello stesso posto. Una rivelazione tragica è diventata consumo, merce letteraria, strizzatina d’occhio per dare una qualche dignità a una materia ormai diventata frusto ciarpame. Qui non esiste nemmeno più la letteratura, ma solo il suo utilizzo destinato a fornire una verniciatura estetica a un prodotto destinato al mercato dei premi letterari.

Veronesi ci ripete una storia di immobilità e di ripetizioni, dove ritornano gli stessi temi psicoanalitici, le stesse ossessioni superstiziose, le stesse vicende che dovrebbero essere tragiche (lutti e malattie a non finire) e che si ripetono invece in modo piatto e incolore in una ininterrotta cronaca di una vita ridotta a squallida iterazione delle stesse situazioni. Nessuna emozione. Nessun dramma. Nessuna vera felicità e nessuna vera infelicità. Nemmeno una increspatura. Il non-senso, un tempo tragico, è diventato ormai normale. Non scandalizza più. Lo stesso sperimentalismo organizzativo, che porta ad alternare date diverse avanti e indietro rispetto al normale svolgersi del tempo e che dovrebbe stare a significare l’identità immobile e scolorita di qualsiasi momento dell’esistenza, non fa che rendere ancor più faticoso un testo già di per sé noioso e stancante. La lingua è quella che si può sentire ogni giorno in ogni bar della capitale. Come non esiste alcuna possibilità di dramma, così il linguaggio che esprime tale situazione è privo di slanci e di sorprese, e ignora qualsiasi apertura al pathos e alla tensione. Come una ciliegina sulla torta non manca, alla fine, la nascita di un bambino (ma, visti i tempi, sarà una bambina) che, novello Messia, salverà il mondo. Come si vede, anche questa trovata affonda le sue radici nella mezza cultura dell’immaginario corrente quale è diffuso da romanzi fantascientifici delle serie televisive.

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ROVESCIARE IL TAVOLO: Sul “trigger warning” e sull’ambiguità dei prodotti estetici

 

200610123727 01 banksy edward colston La produzione artistica, ivi compresa quella letteraria, è sempre doppia, ambigua, polivalente; è progressista e insieme reazionaria, sia che a scrivere sia il fascista Céline o il comunista Brecht.

È reazionaria perché si colloca in una tradizione del privilegio estetico, destinato a una minoranza e incomprensibile, nei suoi significati più profondi, alla maggior parte dei potenziali lettori. L’arte presuppone una educazione, che non è di tutti, anzi, per sua natura, nella sua complessità è accessibile solo a pochi. Nella musica la cosa è di una evidenza palmare: la grande musica è riservata ai teatri e ai concerti nei quali lo stesso modo di vestire tramanda la storia di una selezione sociale che dura da secoli. Alle grandi masse spetta invece il Festival di San Remo.

È reazionaria perché accetta comunque, anche quando vuole contestarlo (è il caso della avanguardia), dei valori che presuppongono una possibilità di interiorizzazione e un tipo di vita inaccessibili ai più. D’altronde, da Dante a Pirandello, se avanza proposte politiche, può accadere spesso che siano francamente reazionarie (Dante, che scrive nella società comunale, era a favore dell’impero, Pirandello si iscrisse al partito fascista all’indomani del delitto Matteotti). E d’altronde l’Occidente ha allevato Beethoven ma anche gli scienziati che hanno scoperto l’atomica e collaborato a mandare in cenere due città giapponesi. Splendore e orrore fanno parimenti parte della sua storia.

E reazionaria perché fondata sul potere separato e quasi sacerdotale (dai mandarini ai maîtres à penser novecenteschi) di maschi che per secoli hanno avuto il controllo della scrittura, spesso proibendo alle donne di accedervi (la storia di Santa Caterina è da questo punto di vista esemplare). Sarò perciò chiaro sino alla brutalità: non si tratta di mettere più donne nei manuali di storia letteraria, che di necessità corrispondono a esigenze e valori di questa società e di questo predominio, ma di spiegare perché le donne ne sono state escluse per secoli. Un grande dirigente del movimento nero negli anni sessanta dichiarò: non voglio sedere al loro tavolo (quello dei bianchi) e dividere con loro le briciole che ci lasciano, ma rovesciare quel tavolo. Ma le femministe odierne preferiscono battersi per le quote rosa. (Cosa che forse potrebbe avere una qualche utilità se non facesse perlopiù dimenticare l’obiettivo di rovesciarlo, quel tavolo).

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Sul buon uso dell’hashtag

Schermo nero 1920x1080 Dopo l’articolo di Silvia Pareschi che si può leggere al seguente link, pubblichiamo l’intervento di Maria Anna Mariani sugli Stati Uniti oggi. Mariani insegna Letteratura italiana contemporanea alla University of Chicago, è autrice dei reportage narrativi “Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche” (2017) e “Voci da Uber: Confessioni a motore” (2019) e dei saggi “Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi” (2012) e “Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura” (2018).

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No such thing

as innocent

bystanding.

Sono tre versi di Seamus Heaney, cristallizzati in aforisma dopo che qualcuno li ha estratti dal loro contesto originario, Mycenae Lookout, una poesia che convoca la Grecia antica e l’Irlanda moderna su uno stesso sfondo di tragedia. In questi giorni atroci me li trovo rimbalzati addosso e ancora addosso dentro la mia bolla cinguettante. Sono versi che inquietano la condizione di bystander: di chi osserva un evento mentre accade, ma non vi prende parte in maniera attiva. Questi versi mi pungolano mentre guardo video di soprusi legalizzati e mi illudo di poter continuare a guardarli senza fare nulla. Credo forse che passività e innocenza siano sinonimi? Che guardare senza intervenire sia un atto neutrale? No such thing as innocent bystanding. E allora, con i versi di Seamus Heaney che mi vorticano in testa, comincio a ritwittarli quei video di soprusi. Comincio a ritwittarli quei video di manifestazioni a cui non vado, a cui non posso andare perché sono confinata in una casa di montagna distante da tutto, vicina solo a una banda di scoiattoli che dicono: rimozione. E allora ritwitto: compulsivamente. Come se ritwittare ciò che mi indigna o ciò che ammiro avesse la consistenza di un gesto politico. In realtà lo so bene che non è un gesto politico ma solo la sua scorza performativa: che mi serve soltanto a segnalare virtù, a esibire un’aureola pixelata. Ma è pur sempre meglio compiere quell’esile e facilissimo atto politico che non compierlo. È pur sempre una riduzione di quella quota di passività colpevole che incrina la neutralità del bystander.

Martedì scorso gli atti politici virtuali si sono coagulati attorno all’industria musicale, che ha proposto di sospendere per un giorno ogni attività promozionale e incanalare tutta l’attenzione sulle proteste seguite all’assassinio di George Floyd. Ma l’attivismo digitale è eslege e immemore. Nel giro di poche ore, l’iniziativa di mettere in pausa la macchina dello spettacolo per unirsi alle marce e raccogliere fondi si è tramutata in una solidarietà puramente semiotica: un quadrato nero postato su Instagram, abbinato all’hashtag #BlackLivesMatter. Successo esuberante di questa pratica. Non stupisce: come trovare un modo altrettanto rapido, altrettanto innocuo, per dimostrare il proprio sostegno alle manifestazioni senza alzarsi dal divano? E così il quadrato nero accoppiato all’hashtag è proliferato. Proliferando ha però danneggiato il movimento #BlackLivesMatter, perché invece di amplificarne le voci ha finito per silenziarle, occultandole sotto un patchwork monocromo e vuoto di contenuti.

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Presunzione di colpa

homeless la 620 Abbiamo chiesto a Silvia Pareschi che da anni divide la sua vita tra USA e Italia e che lavora come traduttrice di autori tra cui Colson Whitehead, Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Shirley Jackson, Annie Proulx, di scrivere un pezzo a caldo sugli Stati Uniti, oggi. 

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Vivo negli Stati Uniti ormai da dodici anni, e nello stesso tempo non posso dire di viverci veramente, perché ci passo un po’ meno di sei mesi all’anno – tre mesi di qua, tre mesi di là, in uno scomodo pendolarismo intercontinentale dettato da diversi motivi ma fondamentalmente dal fatto che non mi sento e non mi sentirò mai minimamente americana. Ma proprio per niente. Anzi, non mi sono mai sentita così italiana come da quando ho cominciato a passare tanto tempo negli Stati Uniti. Il paese di mio marito, il paese di tanti degli autori che traduco e di una letteratura che amo profondamente, il paese di tanti miei cari amici e di tante persone meravigliose. Un paese dalle bellezze naturali mozzafiato, un paese di cui è molto facile innamorarsi e di cui ero innamorata anch’io, prima di abitarci. Poi l’amore si è trasformato in un sentimento ambivalente e complesso, che ho raccontato anche nel mio libro, I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, uscito per Giunti nel 2016.

La città dove vivo è San Francisco. Non credo che ci sia più nessuno che pensa a San Francisco come a una città di artisti e di pazzerelloni alternativi, ma se ancora ci fosse, be’, devo dargli una brutta notizia. Grazie alla vicinanza con Silicon Valley, San Francisco è oggi la città più ricca degli Usa. Il mercato immobiliare è fuori controllo – per affittare un bilocale ci vogliono in media 3500 dollari al mese – e questo ha rapidamente allontanato dalla città non solo gli artisti e i pazzerelloni alternativi, ma anche semplicemente la classe media. Infermieri, insegnanti, pompieri, per non parlare di chi fa lavori meno specializzati di questi, sono costretti a vivere in sobborghi lontanissimi e affrontare viaggi lunghissimi per andare a lavorare ogni giorno (di solito in macchina, perché in California i trasporti pubblici sono quasi inesistenti. Alla faccia dello stato ecologista). Gli autisti di Uber spesso dormono nelle loro auto. La città è popolata in prevalenza da giovani techies che guadagnano stipendi strabilianti a vent’anni e hanno completamente cambiato il volto della città.

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Apocalittici, integrati, insegnanti. Promesse e timori nella nuova stagione della scuola digitale

Captain America 3 dettagli sul fumetto Civil War e il ruolo di Spider Man 4

Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.

Italo Calvino, Lezioni americane, Visibilità

Abbiamo assunto una persona nel ruolo di commissario straordinario del cambiamento (…): ogni mattina dovrà decidere dove si insegnerà, e come, e quando. In un cortile, nel parco, sulla mongolfiera, a casa. Ovunque. Si inaugura il tempo di una flessibilità mai vista. (…)

Classe, materia e professore sono certezze invecchiatissime.

Alessandro Baricco, “la Repubblica”, 20 maggio 2020

La didattica a distanza, imposta dalle circostanze eccezionali che stiamo vivendo, ha riproposto in forma nuova temi di grande attualità nel dibattito sulla scuola. Nelle ultime settimane, l’attenzione dell’opinione pubblica si è appuntata sulle prospettive per il prossimo anno scolastico: stando ad indiscrezioni giornalistiche, interventi sui social, interviste, sembra che il Ministero voglia inserire le misure eccezionali che si renderanno probabilmente ancora necessarie in un più ampio quadro di norme stabili.

Nella congerie di voci di intellettuali, opinionisti, giornalisti che si sono pronunciati sulla questione, ho scelto di concentrare la mia attenzione quasi esclusivamente su due testi: l’appello proposto da Massimo Cacciari; la risposta della Ministra Azzolina.

Pur non potendomi esimere dall’affrontare temi abbastanza vari, rifletterò soprattutto sulla questione del rapporto fra apprendimento e tecnologie.

GIUDIZI E PREGIUDIZI

I due documenti citati illustrano efficacemente atteggiamenti culturali opposti, che a mio modo di vedere sono in parte basati su pregiudizi.

Nell’appello di Cacciari, si oppone nettamente la “tradizione” (parola-chiave del testo) a un’innovazione qualificata come “riduzione”. Il ragionamento è basato sull’antitesi, che ad un certo punto diventa esplicita, fra “educazione” (possibile solo in uno scenario tradizionale) e “istruzione”. Veicolo di questo riduzionismo è la tecnologia degli schermi, citata in accezione negativa: “modalità telematiche”, “tecnologie da remoto”, “monitor dei computer”, “distribuzione di tablet”. A questa diffusione si accompagna un peggioramento dell’apprendimento, metaforizzato con le immagini dell’appiattimento, dell’oblio, del superficiale ed allegro abbandono dell’eredità del passato, a vantaggio, invece, di un “meccanico apprendimento di nozioni”, dello “smanettamento di una tastiera”, della “sudditanza a motori di ricerca”.

Alla base di questa strategia argomentativa, si coglie una concezione piuttosto dogmatica del processo cognitivo, alla quale diede popolarità Giovanni Sartori, nel suo libro “Homo videns”. In un contesto storico differente dall’attuale, il testo discuteva l’uso delle televisioni commerciali nella propaganda politica. Nella prima parte (“Il primato dell’immagine”) vi si leggeva che l’homo videns è una degenerazione dell’homo sapiens, e che il “sapere per immagini” non è autentico sapere, ma al contrario ne erode la possibilità stessa di esistenza.

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Duemilaventi Novecento

Duemilaventi Novecento Un altro mondo

Nel Duemilaventi è finito il Novecento. C’ho pensato ieri sera sul divano, guardavo Novecento di Bernardo Bertolucci con mio figlio che ha diciassette anni. All’inizio della quarantena mi ha chiesto una lista di film: li ha visti uno al giorno. Ieri sera, quando Attila uccide il bambino, si gira e mi dice: «vabbè, ma neanche fossero il diavolo e la strega cattiva. Ma possibile così cattivi? Ma possibile così cretini?» Io l’ho ammesso: «sì, hai ragione, è un po’ esagerato. Ma è un film di un altro mondo». «Quale mondo? Dimmi quando è finito quell’altro mondo» mi ha chiesto. «Basta» ho risposto, «che poi mica lo finiamo più».

Un altro dire

Il film è continuato, ma io non l’ho più guardato. «Quale mondo? Dimmi quando è finito quell’altro mondo». A sinistra, sulla libreria ho visto Hobsbawm, troppo facile, mille volte ho detto «secolo breve» a scuola. Sulla destra mio figlio ha continuato a cercare una posizione sul divano, il film l’annoiava. Ho pensato: conta di più lui, mio figlio. Lui più di Hobsbawm, più dei libri, ha per me più risposte. Eh sì che in questi tre mesi è fiorito, porta domande, cerca i film, i romanzi no («sono troppo poco, vanno lenti, vanno letti»), legge il giornale sul pc. Ecco, il giornale, ora mi ricordo. Ho iniziato con il pensare che in questi tre mesi è morto e risorto il giornale. Perché tutti siamo tornati a leggere il giornale, a interrogare il giornale, ad aspettare il giornale, ma su uno schermo. I giornali oramai morti da almeno dieci anni, nel Duemilaventi hanno iniziato a rincassare con gli abbonamenti online. Nel Duemilaventi sono morti i giornali, quelli che hanno fatto il Novecento. Sono morti di carta, perché sono rinati di rete. Risorti con la pelle dei social, delle parole della gente. Il Duemilaventi è stato un altro dire.

Un altro stare

Continuo a sentire vicino mio figlio, mi deve risposte con le sue domande. Si gira, non capisce i personaggi, «chi sono i fascisti, chi sono i comunisti». Come la destra storica e la sinistra storica, come l’Impero e la Repubblica, come i buoni, come i cattivi: e chi li conosce. Il partito, ecco, la politica. A ottobre mio figlio avrà diciotto anni, prima o poi voterà, non sa la destra e la sinistra, la tessera, la sede. Eppure mio figlio discute, chiede, mi incalza: «apri il link su WhatsApp, me l’hanno girato, dimmi che ne pensi» m’avrà detto mille volte in questi giorni. Ha continuato a stare con gli altri, anche da casa, sul suo schermo c’erano gli altri, per lui anche così esistono gli altri. Per me no, è mancata la gente. Riguardo sulla destra e vedo Hobsbawm: sono mancate le masse. Divento e penso retorico. Ecco, le masse. Continuo col dirmi che nel Duemilaventi per la prima volta non ci sono state le masse. Quelle del Novecento, dei treni, nei maggi radiosi, per andare al fronte, per tornare in paese, le lotte nei campi, poi tutti inquadrati, da piazza Venezia, all’8 settembre, il 25 di aprile, il 18 di aprile, da Taranto a Torino, nel ’68 e nel ’77, addosso alla Renault 4 rossa, con i quarantamila, dalla guerra del Golfo, da Capaci, strascicati fino all’11 settembre, fino ai primi di febbraio Duemilaventi, per strada. Il corpo della gente c’è sempre stato nel Novecento, poi da marzo Duemilaventi, per la prima volta, non c’è più stato. Nel Duemilaventi si è interrotto lo stare.

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