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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Natura e civiltà: Leopardi e il corona virus

Ischia 02 iStock 000062194080 Pubblichiamo un intervento del nostro direttore Romano Luperini, con l’augurio di una Pasqua serena nonostante la reciproca lontananza di questi giorni

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L’errore di Marx, secondo Sebastiano Timpanaro, consisterebbe nel considerare solo due livelli: la struttura economica e sociale e la sovrastruttura ideologica (culturale, politica ecc.). Fra loro ci sarebbe un rapporto dialettico continuo ma in ultima istanza il primo condizionerebbe sempre il secondo. Per Timpanaro, marxista ma anche rivendicatore dell’importanza del pensiero filosofico di Leopardi, i livelli sarebbero tre: bisognerebbe aggiungere il condizionamento esercitato dalla natura, che influirebbe sia sulla struttura economica e sociale (per esempio, attraverso il clima), sia sulla produzione ideologica e artistica (per esempio, attraverso le sensazioni materiali e corporali prodotte dalle emozioni, dalle malattie, dalla paura della morte, dalla spinta all’eros ecc.). Vedo già alzarsi i sopraccigli arcigni dei pensatori postmoderni e ipermoderni, negatori della dialettica e sostenitori del pensiero rizomatico, di fronte a questa immagine di livelli diversi, di un condizionamento materiale e naturale, e già sento risuonare nell’aria l’accusa di veteropositivismo, veteromarxismo eccetera.

E allora, in questo tempo di Covid 19, torniamo a La ginestra di Leopardi. Come tutti sanno, si tratta di un testo che rivendica il valore del “pensiero” (testuale) come fondatore della civiltà. Va da sé che per lui il pensiero non è affatto l’anima dei cristiani o lo spirito degli idealisti, ma il prodotto materiale di un organo materiale, il cervello (e su questo punto alcuni filosofi contemporanei potrebbero addirittura esser d’accordo). E per questo Leopardi si schiera decisamente dalla parte di quello razionalistico, rinascimentale e illuministico, contro quello spiritualistico, romantico e cattolico.

La scuola ai tempi del Covid-19 /7

 

love bin A distanza: valutare se, valutare cosa&come, valutare perché

Ammettiamolo, siamo tutti in crisi.

È in crisi chi, come se nulla fosse cambiato, si domanda come poter garantire la “validità” di interrogazioni e verifiche svolte attraverso lo schermo (“e se copiano?”, “e se in casa qualcuno suggerisce?”, “ah, io voglio che inquadrino la scrivania, per controllare che non abbiano libri e appunti!”); ma è in crisi soprattutto chi si domanda quale sia il senso della valutazione, di qualunque tipo di valutazione, nelle attuali condizioni (didattiche, certamente, ma soprattutto sociali, sanitarie, psicologiche, economiche di molte famiglie).

In mezzo al fiorire dei dubbi è stata emanata la Nota ministeriale del 17 marzo, che da più parti è stata letta come una spinta alla valutazione, definita come un «dovere» e una «competenza propria del profilo professionale» per il docente e «un diritto» per lo studente.

Partiamo da un semplice e banale punto fermo, che qualunque studente di giurisprudenza alle prese con l’esame di diritto amministrativo potrebbe confermare: poiché le attività didattiche (tutte le attività) in presenza sono sospese e l’attività didattica a distanza (DaD) nella scuola primaria e secondaria non è normata (e una Nota ministeriale è un atto di indirizzo, non legislativo), non lo è neppure la valutazione delle attività, ergo, nessuna valutazione assegnata in questo periodo è legittima (e considerarla tale esporrebbe a inevitabili, e vittoriosi, ricorsi).

Non lo è perché, innanzitutto, non esiste alcun obbligo di legge, per gli studenti, che vincoli alla frequenza delle attività di DaD – di conseguenza, è illogico che possa avere un qualunque peso la valutazione di un’attività non obbligatoria (non è un caso, infatti, che la valutazione dell’insegnamento opzionale di Religione cattolica non concorra alla media finale dello studente).

Non lo è perché non esiste, neppure per il docente, alcun obbligo a fornire la DaD, dal momento che essa non rientra tra le attività previste dalla funzione docente (non è un caso che, su questo tema, si siano pronunciate, con modi e toni diversi, anche le organizzazioni sindacali). Ce lo mostra, con grande evidenza, il fatto che nessuno di noi stia firmando, in queste settimane, il registro di classe. E, se non firmiamo il registro di classe, non stiamo operando nelle vesti di pubblico ufficiale: quindi, dal punto di vista meramente formale, qualunque cosa possiamo dire o fare, e qualunque cosa possano dire o fare gli studenti (non consegnare gli elaborati richiesti, non essere presenti alle lezioni in streaming – o presentarsi in canottiera e boxer, come qualcuno ha fatto), non stiamo facendo scuola, ma stiamo amabilmente chiacchierando al bar o al parco. Tutte le altre questioni su cui noi docenti ci stiamo accapigliando in questi giorni, anche nelle riunioni convocate in streaming (“Ma voti in rosso o in blu?” “Ma fa media o non fa media?”), sono, di conseguenza, inutili elucubrazioni.

La scuola ai tempi del Covid-19 /6

haltandcatch  In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne alcuni. Se altri contributi dovessero arrivare dai nostri lettori e lettrici, continueremo la serie.

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A quale distanza?

Note sulla didattica on line ai tempi del Covid19

BYOD (Bring Your Own Device): con questo acrostico si intende la possibilità di portare i propri dispositivi personali nel posto di lavoro, e dunque anche a scuola.

Dal 24 febbraio le scuole dell’Emilia Romagna stanno facendo lezione a distanza: non abbiamo portato il nostro dispositivo a scuola, bensì la scuola nel nostro dispositivo.

Dopo un mese di lavoro di questo genere, non so ancora se collocarmi tra i novatori che acclamano la didattica on line come allineamento alle presunte eccellenze nordeuropee, tra i reazionari che vedono il demonio da sconfiggere nella tecnologia, che uccide lo spirito dionisiaco della didattica, tra gli indecisi, che la subiscono come male necessario e dunque la praticano senza convinzione.

Preferisco partire da un racconto di ordinaria vita d’aula, seppur virtuale, perché in realtà anche dentro lo specchio dello schermo, si avvera un piccolo prodigio: si riproducono le dinamiche dell’aula vera, in cui c’è chi si nasconde, chi arriva in ritardo, chi copia la versione, chi si impegna in ogni circostanza, chi tace e prende appunti.

Dopo una lezione, qualche settimana fa, un mio alunno mi scrive che le ore forzate al computer non sono per lui sostenibili per la mancanza di connessione wi-fi ed i costi, mentre si dibatteva con i colleghi di aumentare le ore di lezione. Nessuno pensa mai che non tutti possano, che non tutti abbiano le stesse opportunità finanziarie, che magari in famiglia ci siano più fratelli e un computer, forse senza telecamera. Tutti ormai hanno un cellulare, è vero, ma i contratti dei dati sono contingentati dalla possibilità economica della famiglia. La scuola italiana, in cui io credo strenuamente, è libera e gratuita, l’articolo 34  della nostra Costituzione recita:

Più pudore e meno intempestività, per favore. Lettera al Sole24ore

 

mirror-1.jpg Martedì 17 marzo Il Sole24ore ha pubblicato un articolo dal titolo “Scuola a distanza, un’occasione unica per una didattica inclusiva per tutti”. Il nostro redattore Daniele Lo Vetere ha inviato alla redazione del giornale questa lettera, che ad oggi risulta non pubblicata.

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Alla redazione de Il Sole 24 ore,

con richiesta di pubblicazione

Vorrei fare poche e sintetiche osservazioni intorno all’articolo a firma di Maria Vittoria Alfieri, pubblicato sul vostro sito il 17 marzo, dal titolo “Scuola a distanza, un’occasione unica per una didattica inclusiva per tutti”.

L’articolo è particolarmente – mi si perdoni l’aggettivo forte – odioso, per una semplice ragione. Il Paese sta vivendo un’emergenza straordinaria. La quarantena è una misura che non si era mai dovuta adottare in decenni di storia repubblicana. Alcuni nostri concittadini e concittadine, specie anziani, stanno morendo. E chi muore in quarantena muore solo. Solo. Vi prego di soffermarvi per pochi istanti su questa immagine. C’è bisogno di spiegare perché metafore che in altro contesto sarebbero trite – la “viralità del cambiamento” – risultino ora di pessimo gusto? Cito: “Il coronavirus sembra essere contagioso non solo per la nostra salute, ma anche per le nostre abitudini digitali […] più che di un virus si tratta di un attivatore di consapevolezza”.

In secondo luogo approfittare di questa situazione per fare un po’ di retorica avveniristica sulle nuove tecnologie è, per essere gentili, improvvido, ma, a dirla tutta, risulta piuttosto offensivo.

In terzo luogo l’articolo è pervaso da una ben nota polarizzazione in cui digitale e innovativo equivale a “di qualità” (o a “illuminato”): e tutto il resto è “tradizionale” (le virgolette caritatevoli sono di Maria Vittoria Alfieri). Le affermazioni della professoressa richiederebbero argomenti e riflessioni di ben altra profondità e complessità. L’articolo è pieno di apodissi, definizioni generiche e prive di senso concreto (“Una formazione ‘attuale’”), nonché di un linguaggio parapubblicitario che è abbastanza avvilente per qualsiasi persona che si occupi di cultura (“maker delle idee”).

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escher-2.jpg In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, pubblichiamo la riflessione del nostro direttore Romano Luperini 

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La funzione degli insegnanti all’epoca del corona virus.

Chiuse le scuole per il virus, sempre in vacanza questi insegnanti, molti avranno pensato. La leggenda dell’insegnante che lavora poco, che fa due mesi di vacanza e va a scuola solo la mattina, è dura a morire, e ultimamente è stata fomentata dagli attacchi non solo delle forze politiche di destra, ma della opinione pubblica e della stampa. La critica ai “professori” e in genere agli uomini di cultura, accusati di “buonismo”, ha imperversato sino a poco tempo fa (si ricordi la campagna contro i vaccini). Faceva parte di una ideologia e di una strategia, volta alla conquista non solo del potere politico, ma dell’egemonia (nel senso gramsciano del termine) che indubbiamente la destra è riuscita recentemente a conquistare.

Ma gli insegnanti hanno sempre lavorato duro e in queste settimane forse ancora di più, faticosamente sperimentando nuove forme di comunicazione e di didattica a distanza. E anche qui i giornali si sono soffermati solo sulla novità dei mezzi di comunicazione, e non è mancato chi vi ha visto un modello da realizzare su ampia scala, capace di sostituire il rapporto diretto in classe. D’altronde questo è un progetto che serpeggia da tempo nei gruppi dirigenti; e certamente non manca chi legge le sperimentazioni attuali come un primo passo in questa direzione.

Gli insegnanti però sanno bene quanto siano fondamentali nel processo educativo lo sguardo e la voce dell’insegnante, quanto siano decisive le emozioni che solo la loro presenza diretta può suscitare. Se lavorano a casa ore e ore per imparare a usare e poi per usare le piattaforme, gli audiovisivi e l’altro materiale è solo perché non hanno mai rinunciato a servirsi di questi strumenti tipici della civiltà odierna; ma volevano e vogliono servirsene come strumenti da fare interagire con lo insegnamento in presenza che resta per loro insostituibile. Oggi, semplicemente, fanno di necessità virtù. Cercano spesso di superare la loro iniziale diffidenza e, quasi sempre, la loro sostanziale ignoranza della tecnica elettronica e passano ore e ore a impararla, a preparare la lezione che apparirà l’indomani sullo schermo dei computer nelle case degli alunni, a immaginare nuovi esercizi interattivi, a cercare immagini e libri da citare o commentare. Non mitizzano lo strumento che usano. Sanno bene che non tutte le famiglie lo possiedono o sono capaci di usarlo correttamente. E che comunque non potrà mai sostituire l’insegnamento diretto, vis-à-vis. Ma sanno anche che, nella situazione attuale, è giocoforza giovarsene e che imparare a farlo può essere una conquista per tutti, docenti e discenti.

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DIDATTICA_A_DISTANZA (1).png In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne alcuni. Se altri contributi dovessero arrivare dai nostri lettori e lettrici, continueremo la serie.

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La giusta distanza

Quando il 22 febbraio di un anno bisestile capisci al volo che qualcosa di grosso sta accadendo e ti ci trovi in mezzo, non puoi far altro che chiederti: «e adesso?!» Se poi il giorno dopo ti chiudono le scuole e tu non puoi più fare l’unica cosa che ti sei convinta dia pienezza alla tua esistenza, allora la domanda è «e adesso, che posso fare?!» E così cerchi aiuto tra i gruppi di docenti dei tuoi contatti Facebook, che in questo modo ha trovato anch’esso la sua ragion d’essere, e proponi a genitori, ragazze e ragazzi di “sperimentare” un modo per non interrompere il processo di apprendimento. Si va per tentativi nel trovare la piattaforma giusta; e intoppi con le infrastrutture casalinghe che «Prof., proprio non sono adeguate!» Finalmente ti ricordi che lavori in una scuola che qualche infrastruttura se l’è data negli anni e che i tuoi alunni hanno tutti una casella email G Suite; apri il confronto con la dirigenza, l’animatore digitale, altri colleghi e via che si va. Non da sola, che non avrebbe granché senso!  Ma subito dopo t’imbatti in un’altra dispersione scolastica, che fa ancora più paura, ancor di più del coronavirus, ché ancora, quello, non era ben chiaro. In un primo momento assisti, un po’ impotente e inebetita, al traffico di carico-scarico-compiti su google classroom. Piano piano ci si rende conto che anche la più collaborativa delle pianticelle, se l’innaffi troppo muore e che lavorare su digitale, se comporta il triplo dello sforzo per i docenti, figuriamoci per giovani nativi digitali che fino a cinque minuti prima pensavano che la chat fosse solo la loro prateria sconfinata dove giocarsi la libertà “di fare quello che ci pare” e invece adesso ... c’entra la scuola! In tutti i casi, grande accoglienza ed entusiasmo! Col passare dei giorni, si è dovuto emettere un “decreto di contenimento” dei compiti da svolgere. Più che un decreto, un appello. Andato a buon fine! E finalmente, si è arrivati a un'organizzazione che prevede 3 ore al giorno per i ragazzi e 6 ore a settimana on air per i docenti, più tutte quelle per preparare i materiali e spiccioli.

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4568429.jpg In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne due. Se altri contributi dovessero arrivare dai nostri lettori e lettrici, continueremo la serie.

 

Frammenti del maestro inattivo

All’improvviso mi sono trasformato in un maestro inattivo. Così, inaspettatamente, senza nemmeno avere il tempo di salutare i bambini e le bambine, di aiutarli a capire – e capire io con loro – quello che stava succedendo. Adesso fermati, basta, a casa.

È per una ragione sensata, lo so, eppure.

Il primo giorno ho guardato i canali all news, sono uscito con il cane, ho chiamato i miei amici e le mie amiche. Ma era tutto dilatato, espanso, un film distopico dal montaggio lento in cui mi muovevo un poco smarrito. Adesso che ci faccio con questa inattività? Allora m’è tornato in mente Pier Vittorio Tondelli e un suo breve scritto dal titolo Frammenti dell’autore inattivo.

In quel testo Tondelli si chiede cosa fa uno scrittore quando non scrive e se, l’atto mancato della scrittura, annulli la natura stessa dell’essere scrittore.

Tondelli sostiene che questo rischio non c’è, perché uno scrittore scrive sempre, «tutto lo interessa e lo riguarda, perché ha la scrittura, ha uno strumento, ha gli occhi, una bocca, uno stomaco per mangiare e guardare la realtà. Le città e i paesaggi.»

Dopo aver riletto l’intero pezzo ho pensato che anche un insegnante rimane tale sempre, dentro e fuori dalla classe, prossimo o distante dagli alunni. Un insegnante lavora continuamente al proprio progetto educativo, anche quando non ne è del tutto conscio. Al di là di ogni retorica, la mia classe è sempre con me, perché fra me e i bambini e le bambine che seguo da due anni, s’è creata una relazione, uno spazio empatico e creativo che funziona anche fuori, anche da lontano: finisco i cereali e non butto la scatola, perché penso che potrei usarla in classe per costruirci una maschera; vedo un film e penso che potrei usarne delle sequenze per approfondire un tema che avevamo già affrontato in classe; taglio le zucchine e intanto penso al modo migliore per organizzare una nuova unità didattica. L’inattività forzata non mi toglierà tutto questo. È ancora Tondelli a darmene la certezza: «Come si risolve l’inattività? Lavorando su sé stessi, lavorando sull’interiorità.»

La scuola ai tempi del Covid-19 /1

 

Schutzweiche In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne due, uno oggi e uno martedì prossimo. Se altri contributi dovessero arrivare dai nostri lettori e lettrici, continueremo la serie.

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Vecchie ferrovie e coronavirus

Qualche anno fa, nel 2011, lungo la desolata e trascurata linea ferroviaria Catania – Gela (che su un percorso originariamente ottocentesco è stato a lungo uno dei principali mezzi di collegamento di molte cittadine e località), crollava, senza morti e feriti, senza altri danni, un ponte fra Caltagirone e Niscemi, interrompendo a metà la tratta. I responsabili delle Ferrovie si saranno fregati le mani dalla contentezza. Passati i prevedibili proclami di ricostruzione e rilancio dell’area, infatti, l’unica azione intrapresa allo scopo, nel 2014, è stata la completa demolizione di quel che restava del manufatto. L’occasione è stata colta al volo per abbandonare (altro che rilanciare) un’utile e povera tratta ferroviaria, e lasciare ai privati cittadini l’onere degli spostamenti, peggiorando così, gratis, lo stato disastrato delle ferrovie siciliane.

Mi viene in mente questa vicenda locale, che proprio sembra non aver nessuna connessione con quello che sto per dire, a proposito della chiusura delle scuole causa coronavirus, meno di ventiquattr’ore fa. Subito si sono levate le voci di coloro che, giustamente, vorrebbero evitare l’interruzione totale del rapporto fra docenti e studenti (dalle elementari alle secondarie superiori), mediante una didattica on-line, o su piattaforma, o con chissà quale altro mezzo indiretto, e molte dirigenze si sono già mobilitate a questo scopo.

Va bene, gli intenti sono lodevoli: ma il gracidio progressista e modernizzante, già in agguato, si è già levato per perorare la causa dello svecchiamento della didattica, ossia della tendenziale sostituzione dei docenti con le piattaforme, della didattica con gli schemini, della valutazione coi test. Una star è diventato – ricercato e intervistato da tutte le emittenti - il Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, molto abile e cauto, a dire il vero, nel definire i problemi e le situazioni; ma, poche sere fa, prima della decisione traumatica del Governo, era apparso già in una trasmissione televisiva dell’ottimo Antonio Iacona (che quasi sempre ci azzecca, ma che qualche volta zoppica, e lo possiamo capire, visto che anche Omero non era esente da errori), una trasmissione interessante e utile dedicata al rinnovamento della didattica, ma inevitabilmente adialettica e unilaterale; in questa sede il rappresentante di questo “sindacato” (che evidentemente, un po’ come la conferenza dei Rettori, è invece considerato la voce ufficiale della Scuola)[1], al termine della sua intervista – in cauda est venenum – aveva fornito la soluzione al problema: il reclutamento dei docenti dovrebbe essere affidato ai presidi. Da anni sentiamo ripetere questo mantra, che coincide con i desiderata della compatta schiera dei modernizzatori a qualunque costo, che infestano, come il coronavirus, tutti gli anfratti della società, e soprattutto le segrete stanze ministeriali.

Letteratura: sfida al caos (fuori e dentro di noi)

 

00000000000000000000000000000000000000001AteneLiceo Provincia di Vicenza, 2 marzo 2020. Sono le 9.28: è quasi tutto pronto per l’avvio della lezione. Una rapida occhiata agli appunti sulla scrivania, un altrettanto rapido controllo dello stato di connessione. Sì, siamo pronti. Considerato che ogni aspetto tecnico risulta a posto, condivido in piattaforma la password per accedere alla diretta streaming. I miei allievi mi seguiranno così. Sono una seconda liceo scientifico, nativi digitali, simili a tanti altri studenti d’Italia: in tempi normali molti di loro non attendono forse altro che la campanella della ricreazione per poter finalmente rispondere al moroso, alla morosa o… a genitori troppo apprensivi che li tempestano di messaggi ad ogni ora. Per poter, insomma, posare gli occhi su quello schermo che, come una calamita, cattura i loro sguardi, catalizza i loro sogni, le loro vite. Ma oggi non è una giornata normale. Oggi anche la lezione di Italiano si terrà attraverso uno schermo. Oggi e per un’altra settimana ancora.
Pronto a fare l’appello, osservo i miei studenti connettersi, scruto a lato dello schermo le finestre che in una frazione di secondo mi catapultano nelle loro case: chi è in camera, chi in soggiorno, chi in cucina. Fa davvero uno strano effetto vedersi così anziché nei pochi metri quadrati della nostra aula. È piuttosto stretta per una classe di ventiquattro adolescenti, la luce non sempre entra nelle giuste proporzioni, spesso anzi abbaglia chi sta in ultima fila, l’aria poi, specie dopo un compito, vi ristagna irrespirabile quanto i miasmi di un viottolo medievale. Oggi però ci sembra di rimpiangerla. Per fortuna è solo un istante, per quanto intenso: poi la sorpresa della novità prende il sopravvento. Mentre gli ultimi si aggiungono (anche qui c’è chi è perennemente in ritardo) incontro gli sguardi dei miei studenti. Chiedo come va e un coro di voci, sovrapposte ma non indistinte, irrompe dalle casse del portatile. Poi, silenzio. Ora sono loro, i miei studenti, ad aspettare una mia parola: solo allora avrà inizio la lezione. Sono imbarazzato, lo confesso: mi sembra di essere tornato al mio primo giorno in cattedra. Chiamo le persone per nome, le saluto. Un paio di studenti mancano all’appello; mi avevano del resto avvisato di avere problemi di connessione. Una piccola ingiustizia della rete che doveva essere per tutti giusta.
Infine si comincia. Do gli avvisi tecnici: chiedo che spengano i microfoni e che pongano le eventuali domande con la chat a destra sullo schermo. Un ultimo brivido prima di partire davvero. Sono i miei studenti quelli che ho davanti, non amici dall’altra parte del mondo che chiamo per sentire come stanno. Io un insegnante che tenta di spiegare Manzoni. Oggi, così.
Per la seconda settimana noi del Veneto siamo costretti a casa dal Covid19, un esserino che fa paura solo a guardarlo e che ha gettato il nostro paese in un’emergenza – non mi sembra esagerato definirla così – senza precedenti. E tuttavia, mentre la vita quotidiana sembra irrimediabilmente sconvolta qui, oggi, ora, attraverso lo schermo 35x20 del mio portatile, cercheremo di celebrare il rito quotidiano: torneremo a parlare di letteratura.

Risvegliarsi in zona gialla

 

135123154-9f969187-9f74-4a01-8264-aea3f0416362.png Dio ha creato l’uomo perché gli piacciono le storie

(Elie Wiesel)

I compiti di mio figlio sulla sua scrivania, i quaderni dei miei studenti sulla mia, i panni da stirare sulla mensola. “Facciamo tutto quando torniamo”, ho detto uscendo di casa venerdì mattina: tre giorni in montagna, sulla neve, febbraio è agli sgoccioli e io ho un assoluto bisogno di riposo. Ho portato con me solo libri e un quadernino: la scuola, per una volta è rimasta a casa.

Lunedì 25 febbraio ho varcato di nuovo la porta di casa a Como, in Lombardia: i compiti stanno sempre lì, i quaderni pure, i panni manco a dirlo. Ma nel frattempo tutto il mio mondo è cambiato: sono uscita da casa venerdì e dopo soli tre giorni mi ritrovo in una zona gialla.  Niente scuola, teatro, cinema, palestra, messa, oratorio; i corsi che avevo già in programma, sospesi. Evitare la socialità, evitare i luoghi affollati, evitare contatti non necessari. Il che significa, senza essere drastici, vivere diversamente e rendersi conto di quanto, davvero, la vita possa cambiare in un attimo.

“Io dirò di che genere essa sia stata, e mostrerò quei sintomi che uno può considerare e tener presente per riconoscere la malattia stessa, caso mai scoppiasse una seconda volta. Giacché io stesso ne fui affetto e vidi altri malati” Tucidide Storie II, 48,3

Come se non mi bastassero la televisione h 24, i social che amplificano e danno lo stesso spazio a chiunque, le discussioni tra amici al telefono e via chat (sempre meno faccia a faccia), ho in testa le mie letture sulle epidemie, da sempre un’insana passione: Tucidide, Boccaccio, Manzoni, ma anche la Storia notturna di Ginzburg, l’Anna di Ammaniti,l’Amore ai tempi del Colera di Marquez. E ora, per la prima volta in modo così forte, mi trovo in preda alla paura, una paura profonda, lontana e atavica. Una paura con cui i nostri antenati convivevano, se, nella parte precedente alla citazione che ho riportato, Tucidide afferma che quello era stato un anno fortunato, più sano rispetto agli altri per quanto riguardava le malattie.

Anche per questo, paradossalmente, mi sono sentita più umana. Fragile come siamo noi uomini e donne, in realtà (non che ciò sia consolante, comunque.