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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Lettere dal mar delle sardine

thumbnail_IMG_20191207_181919.jpg Caro Romano,

ti mando qualche fotografia delle sardine catanesi; ci siamo anche Alberto ed io, poco stupiti di esserci incontrati, in mezzo a quella folla, molto stupiti che quella folla ci fosse. Viviamo in una città ingegnosa e maltrattata, bella e umiliata, e forse ci eravamo disabituati a vederla sorridente e guascona, attraversata dalla speranza come da una corrente d’energia antica. Viviamo in una città chiassosa e forse per questo ci eravamo fatti sordi, scossi appena, una volta all’anno, – e non tutti, non sempre, non sempre tutti con sincerità – soltanto dalle grida dei devoti della veneratissima e trasversale patrona, sant’Aituzza bedda e miraculusa. E invece ci siamo trovati immersi, sardine fra le sardine, in un banco inatteso, certamente non folto quanto il corteo dei devoti che accompagna la santa, ma quasi quanto quello trasversale per età e classe sociale. Questo mi ha impressionato. Catania, nonostante la sua storia principesca, mercantile e plebea, da tempo non riesce più compiutamente ad essere né signora né mercantessa né lazzaro felice, ma solo una caricatura triste. L’altra sera, invece, era un disegno pulito e si riconoscevano le fattezze di ognuno e le età e gli abiti; e nitide erano le scritte, anche quelle di ispirazione ittica, accattivanti sui cartelli degli adulti («Non ci farete a beccafico», «Sgombriamo il capitone»…), deliziose su quelli dei bambini («Sugnu beddu masculinu» – u masculinu in siciliano è l’alice). Nessuna ingiuria, niente calca, qualche slogan mite; che però chiaramente diceva quel che la gente radunata NON voleva (legarsi, resuscitare il nazifascismo, sentire anche soltanto l’eco delle leggi razziali…), affidando alla buona coscienza di ognuno di desumere cosa – nel suo complesso – quella folla volesse. E questo è probabilmente il primo passo indispensabile e necessario verso il recupero della coscienza collettiva, ma non il salto di qualità di cui la politica italiana (solo italiana?) avrebbe bisogno. E un’altra cosa m’è parso scarseggiasse in quella piazza: masculini diciottenni. I più giovani attorno a me avranno avuto tra venticinque e trent’anni. Mia figlia – che di anni ne ha quasi diciassette – è arrivata più tardi col suo ragazzo e si è unita a un gruppo sparuto di studenti del suo liceo, che pure è stato storico baluardo ideologico della città; molti, molti di più sono stati al primo Friday for future: evidentemente è quella la sfida che i giovanissimi sentono di dover lanciare. Qualcuno dovrà spiegargli che, se ci legheranno, ad inquinarsi non sarà soltanto il mare dove, inaspettatamente, oggi nuotano le sardine. Proverò a spiegarlo ai miei figli; agli studenti pare non si possa…

Aspetto di sapere che ne pensi. Ciao.

Luisa

Sebben che siam sardine…

 

image.jpg Ultimo banco

Si può fare finta di niente, si può persino negare. Eppur si muove qualcosa. Certo, assistere alla «rivoluzione ittica» può sconcertare chi - fino a qualche tempo fa - ha ostinatamente creduto alla rivoluzione del proletariato. Svanito lo spettro che si aggirava per l’Europa, assistiamo al movimento che riempie le piazze d’Italia di sardine. Specchio della degradazione dei tempi o frantumi delle brame di cambiamento, sta di fatto che una gran quantità di esemplari umani si stringono uno accanto all’altro prendendo tutti insieme una direzione. Guardati da lontano possono apparire come blocco compatto, suscitando diffidenze e speranze opposte, io ho fatto l’esperienza di guardarli da vicino, un sabato sera a Catania. Essere in mezzo a tante sardine, mi ha fatto provare che cosa significa fare parte del banco. Esperienza che ho riconosciuto diversa ed eppure simile ad altre antiche che ho vissuto da ragazzo. Sono andato per vedere e sono rimasto impigliato nella rete.

Sotto l’elefante

La cosa che mi ha colpito andando verso la piazza della pescheria (quale altro luogo più adatto e paradossale per un ritrovo di sardine?) e poi arrivandoci è stato vedere riunirsi e compattarsi a poco a poco persone della più varia età: tanti ragazzi, certo, ma tanti cinquantenni e sessantenni che si mescolavano senza alcun imbarazzo con chi era più giovane e più anziano. Non c’era tra quelle persone il sottile sguardo di domanda che sottintende «Ma tu che ci fai qui?» e che stabilisce una gerarchia tra i puri e gli avventizi, tra i rivoluzionari di professione e gli altri. È arrivata anche una distinta signora che ostentava la sua sardina di cartone con figlia al seguito munita di cartoncino colorato, e un signore in bicicletta, e un gruppo di ragazzi che si guardavano attorno per raccogliersi poi in un insieme vociante, e una coppia di coniugi composti e silenziosi, che hanno preso la loro signorile posizione, accanto a giovani saltellanti. E tutti si muovevano senza urtarsi, compatibilmente con la calca che andava aumentando, in realtà contenti del numero che a vista d’occhio cresceva di momento in momento. Finché la piazza è risultata insufficiente ad accogliere quelli che ancora arrivavano e le sardine sono state invitate a spostarsi nell’adiacente piazza Duomo. Lì la folla si è distesa ordinatamente, rumorosamente prendendo respiro. È stato sorprendente vedere e sentire tanta gente contenta di stare insieme a tanti altri. Di sera, sotto la fontana dell’elefante (il simbolo di Catania) si è raccolta la gente che si riconosceva senza alcuna esitazione antifascista, antirazzista, antileghista. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se non fosse Catania. Come se quello che è cominciato a Bologna ed ha attraversato trenta città rendesse giustizia di una cosa evidente, a lungo taciuta. L’elefante guardava la folla festosa non per una partita di calcio o una promozione in serie A, non per devozione alla patrona, ma per i valori della Costituzione democratica, per la tolleranza, per la pace, l’accoglienza, per il linguaggio civile, per la politica che fa le cose e unisce, che risolve i problemi invece che eternarli.

Tutte cose che l’elefante, a sua memoria, non ha mai visto.

La classe degli altri

 immagine_fregona.jpg La classe degli altri di Michela Fregona, liberamente ispirato alla sua lunga esperienza di insegnante, è un romanzo che accompagna «ai confini estremi del mondo scolastico» in un anno di scuola, serale e carceraria e con una estate in mezzo, da marzo a dicembre e due sessioni di esame.  Racconta di uomini e donne che approdano con i loro carichi di pena e di desiderio nelle classi del Centro Territoriale Permanente (CTP). Racconta di approdi, abbandoni e ritorni. Storie di studenti che arrivano per caso, per necessità, talvolta obbligati e di insegnanti motivati e tenaci, ma anche di insegnanti «faina» perennemente assenti, di presidi e direttori di carcere, di accademici che dissertano senza conoscere la realtà di una scuola dove si entra quando il buio è già sceso e la stanchezza è quella di una giornata di lavoro.

Siamo nella provincia bellunese delle fabbriche di occhiali, delle valli da cui in tanti, in passato, sono emigrati, dei passi di montagna e dei boschi da attraversare per arrivare a paesi di quattro case, dove la corriera e i pullman non salgono: i luoghi del Vajont, di un territorio ricco che non sempre sa farsi comunità. È in uno di questi paesi che vive Niko, 14 anni, una brutta sospensione a scuola, l’abbandono scolastico, sono questi i boschi che attraversa ogni sera con la sua «biciclettina» per arrivare tignoso e puntuale al CTP; la madre ce lo ha portato perché «la terza media, almeno a quella ci deve arrivare».

C’è anche Aisha al CTP, anche lei inadeguata, «un italiano inammissibile» ha sentenziato Adamaria Cammarata, sua insegnante di Italiano nella «scuola del mattino», per la quale anche il corso di sostegno al CTP è uno sbaglio: per lei Aisha deve andare a lavorare. C’è Gherghina che è riuscita a fare arrivare la figlia Irina dalla Moldavia dove l’aveva lasciata bambina, per venire in Italia a lavorare e ora studiano insieme, alla scuola serale. Determinata Gherghina, come Diana anche lei moldava, ma con un marito bellunese. E ancora tante storie, voci, lingue che si mescolano le une alle altre, all’italiano e al bellunese perché l’urgenza è comunicare, nella classe del CTP e fuori: l’urgenza è imparare la lingua italiana, per potersi finalmente comprare un gelato o per entrare in fabbrica, anche quando sei una programmatrice informatica come Miscèl, ma la tua laurea non vale nulla in questo nuovo posto in cui ti trovi. L’urgenza è cercare un riscatto possibile, sapere di potercela fare, essere capace di essere altro e andare avanti.

Roberto Calasso, Libro di tutti i libri. Appunti di lettura

 

07092ff2a8bd2283a586c49d66d646a2_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpg 0. A lettura conclusa mi verrebbe da riassumere in pochi accenni l’intento del libro di Calasso: l’autore con questo libro ha voluto ri-scrivere meglio la Bibbia.

1. Proviamo a definire il testo. È un saggio? No, non c’è una riflessione, un ragionamento o un’ipotesi sulla Bibbia, le note sono quasi esclusivamente legate a citazioni di testi, non abbiamo idea di quali altri libri abbia utilizzato Calasso per costruire il suo testo; c’è una digressione, il cap. VIII Lo spettro non redento, su Freud (in particolare su Mosè e il monoteismo), ma nulla che non vada oltre un riassunto dei temi del saggio freudiano. Non è una riscrittura, perché diversamente da quanto ad esempio fa Coccioli con il suo Davide (Sironi) non c’è una focalizzazione su di un punto specifico del testo[1]. Ne Il libro di tutti i libri dire Calasso ripete quello che già nei libri della Scrittura sta scritto.[2]

2. Non riesco a trovare una ragione di senso e di fondamento per questo libro. Coleridge diceva che ogni opera contiene al suo interno i motivi per cui si presenta in un dato modo. Quindi mi chiedo i motivi di questo lavoro: cosa voleva significare? Cosa voleva raccontare? Io penso che il problema di Calasso sia proprio che ignori il modo per cui la Scrittura è così come è. La domanda che la scrittura pone quasi dal principio è uno degli interrogativi principi della letteratura ovvero “Chi?”.[3]

3. La storia della Bibbia è un tentativo di risposta a questa domanda: non è un caso, infatti, che i libri biblici siano pieni di riconoscimenti, ma anche di fughe e di travestimenti (l’epitome potrebbe essere la storia di Giuseppe). Calasso, nel raccontare ad esempio la storia di Saul e di Davide, parla dell’elezione a Re, che avviene in segreto, ma non si sofferma mai sulle motivazioni o narrative o teologiche della scelta. Semplicemente riscrive quello che è già scritto. Domandarsi Chi? Significa chiedersi da dove, chiedersi come è costruito il testo, quali sono i modi, grazie ai quali gli autori diversi delle diverse redazioni dei libri della Bibbia hanno prodotto una così sorprendente unitarietà.

4. Calasso, quindi, non si pone le domande centrali della critica letteraria: Chi è il narratore del testo? Chi è l’autore del testo? Chi sono i personaggi?

“In principio Dio creò il cielo e la terra.” (Gn 1,1) Chi scrive queste parole? Che tipo di narratore produce questo racconto? Ovviamente mi si dirà è un narratore onnisciente, ed è vero, ma a voler essere precisi il narratore è così onnisciente da esserlo più del suo creatore. Infatti sempre lo stesso – poche righe dopo – scrive: “Dio vide che la luce era  cosa buona” (Gn 1,4). Nel versetto a colpirci è appunto “vide che era cosa buona” ovvero il narratore è interno alla mente di Dio stesso; cioè abbiamo un narratore che non solo racconta un fatto a cui non ha assistito, perché non era ancora stato creato, ma entra nei pensieri di Jahwè e ne legge i pensieri, e sceglie quali dire a quali no. Ne Il Libro di tutti i libri di questa vertigine non c’è traccia, ho l’impressione di essere davanti a una sorta di operazione non dissimile da quella che fece Baricco con l’Iliade e con la decisione di eliminare gli dei. La sensazione che qualcosa manchi e che sia proprio Jahwè.

Le nuove sfide della cultura: numeri, pubblici e audience development

 

00051A5C-venezia-affollata-di-turisti.jpg In Italia, le istituzioni culturali sono affette da una grave malattia, sempre più dilagante: la “tirannia dei numeri”. Solitamente, i primi sintomi che si manifestano sono delle frasi di circostanza quali “i beni culturali sono il petrolio dell’Italia” oppure “l’Italia è un paese che potrebbe vivere di solo turismo”; a seguire, compaiono i temibili numeri, di cui i più autorevoli sotto forma di classifica pubblicata annualmente dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali circa il numero di visitatori e di introiti registrati presso i musei, i monumenti e i siti archeologici statali.

Così, “infettate” dai numeri, lo scopo di queste istituzioni diventa quello di registrare quanti più ingressi possibili, per avere in palio un posto nell’albo d’oro dei musei più visitati dell’anno, una menzione speciale su tutti i quotidiani nazionali nonché l’accesso a cospicui finanziamenti pubblici.

Ironia a parte, la situazione nel nostro Paese è veramente ossimorica; se da una parte ci si vanta spesso di possedere un invidiabile e ricco patrimonio storico-artistico, una storia millenaria e una fucina in continua crescita di offerte creative e originali, dall’altra manca un’adeguata visione strategica e a lungo termine di gestione e progettazione dello sviluppo del settore culturale, in quanto ci si limita a guardare solamente l’aspetto più effimero (ovvero i numeri) e quello più utile (gli introiti).

E il problema è tutto racchiuso qui: questi numeri dovrebbero essere il mezzo e non il fine delle nostre politiche culturali; e, come sottolineato dalla letteratura di settore, essi ci forniscono solamente dati quantitativi circa il numero di ingressi registrati presso una singola istituzione culturale, ma non ci danno alcun tipo di informazione utile circa i visitatori che usufruiscono dei servizi culturali, né di tipo anagrafico – età, nazionalità, livello di istruzione – né di stampo squisitamente qualitativo (che interessi hanno, come mai sono venuti in visita, che aspettative avevano e se sono state soddisfatte, cosa vorrebbero venisse offerto loro in più, e così via discorrendo).

Occorrerebbe, dunque, che le istituzioni culturali avviassero una vera e propria rivoluzione, consistente nello spostare l’attenzione dalle proprie collezioni e dai propri contenuti, adeguando l’offerta – spesso antiquata rispetto ai ritmi della società moderna – a una domanda sempre più eterogenea e multiforme, e mettendo così al centro delle proprie politiche i pubblici, analizzandoli, interrogandoli e venendo incontro alle loro esigenze.

Questa “rivoluzione copernicana dei pubblici”, come è stata definita dalla ricercatrice Alessandra Gariboldi, prende il nome di audience development.

Solidarietà alla libreria «La pecora elettrica», si può combattere a colpi di poesia

poesia pecora La Redazione di «La letteratura e noi» esprime la propria solidarietà alla libreria «La pecora elettrica», incendiata nuovamente lo scorso mercoledì, e a tutta la comunità del quartiere romano di Centocelle. Come noto la libreria, divenuta un importante centro di aggregazione e di confronto, avrebbe dovuto riprendere a pieno le attività dopo il precedente rogo del 25 aprile. Nel clima di desertificazione culturale e di sostanziale decadenza che caratterizza ormai la capitale, come la gran parte del paese, realtà come «La pecora elettrica» rappresentano spesso l'ultimo presidio alla definitiva trasformazione dei quartieri in luoghi di brutale prevaricazione, dove fa legge la violenza. Fortunatamente le comunità, come nel caso specifico quella di Centocelle, mostrano di saper ancora elaborare risposte umanamente condivise, arrabbiate ma non rabbiose. Consapevoli e decise. Una forza che non bisogna dimenticare, sotto la consueta coltre di silenzio che sistematicamente cala su ciascuna di queste vicende dopo gli iniziali raid mediatici, ma che va alimentata con continuità e dedizione, a Roma come in ogni luogo in cui le comunità locali tentano faticosamente di recuperare spazi, fisici e culturali, alla propria esistenza. Colpisce e commuove il fatto che la libreria abbia deciso di affidare il proprio messaggio all'esterno a una poesia, affissa alla serranda purtroppo di nuovo abbassata del locale. Per la nostra Redazione è la conferma che la letteratura e la poesia sono ancora oggi tra le più potenti armi non convenzionali che si possano usare contro la barbarie che ci minaccia. Noi ci crediamo! Un abbraccio caloroso, non mollate!

Trentanove cadaveri + tre

 

kanafani cover 1 Merce cinese

25 ottobre 2019: «Sono di nazionalità cinese le 39 vittime ritrovate ieri dalla polizia britannica a Grays, nell'Essex all'interno del container frigorifero di un tir appena sbarcato nel Regno Unito. Lo riferisce la Bbc.» (ANSA)

La cronaca tritura un numero impressionante di cadaveri. Forse tanti quanti la distopia di Cavalli ne ha immaginati (di Carnaio, su questo blog si veda qui ). E di questi 39 ci dimenticheremo, come abbiamo dimenticato i 58 morti a Dover nel 2000, i 366 a Lampedusa nel 2013. Anzi, questa orribile contabilità suscita in molti una reazione di difesa: un’impermeabile diabolica indifferenza. La feroce noncuranza nei confronti di una persona, come è stato ognuno di quei 39 cadaveri, è il crimine contro l’umanità più comunemente diffuso oggi. La smemoratezza ci difende dalla responsabilità. Cancelliamo la sofferenza di gente in fuga, dimenticando dei numeri.

Questo sciupìo di cifre diventa un modo per rimuovere, per rendere astratto il dolore vero, la bruciante umiliazione, la disperazione.

Uomini sotto il sole

Era rimasto sedimentato nella mia memoria, ma poi il racconto è balzato netto alla mia coscienza agganciato dall’analogia (il camion) oppositiva (frigorifero) e nel leggere la notizia, inaspettatamente, ho recuperato un libro: Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani, uscito in lingua araba nel 1963, pubblicato da Sellerio nel 1991. È  una storia semplice e crudele che allora mi ha svelato, senza alcuna possibilità di scampo, cosa prova una persona che decide di attraversare un confine da clandestino. Ho capito, grazie a quei personaggi, il meccanismo del contrabbando di uomini e l’inganno che le vittime temono e tuttavia subiscono pur di avere la speranza di una possibilità.

Su Harold Bloom/ 2

 

harold bloom Sono due i libri per i quali Harold Bloom viene ricordato dalla critica letteraria italiana: L’ angoscia dell’influenza  del 1973 e Il canone occidentale del 1994. Come spesso accade, tuttavia, le traiettorie intellettuali, spesso tortuose e complesse e quasi sempre indizio di conflitti, vengono semplificate in concetti-termini un po’ ripetitivi, frutto di pigrizie e di stereotipie: Bloom è, per tutti, quello che ha guardato agli scrittori e ai loro modelli come alla scena di un conflitto edipico fra padri e figli letterari e , al contempo, il critico che ha cercato di fissare, contro le mode del “risentimento”, la lista dei  nomi imperituri dei “padri” del Canone occidentale soprattutto inglese, da Shakespeare a Wallace Stevens. 

Si dovrebbe tuttavia osservare come la seconda operazione del critico americano costituisca un ribaltamento di prospettiva rispetto alla prima: dalla creatività come lotta freudiana in cui gli scrittori nuovi negano e distorcono i propri antenati letterari si passa infatti alla monumentalizzazione di quegli stessi antenati.

Quel ventennio decisivo del secondo Novecento che divide i due libri di Bloom ha del resto segnato, per i metodi della critica (non meno che per le ideologie e per i rapporti di potere) fratture e mutazioni: in quel medesimo periodo a esempio, in Europa, per critici come Barthes e Todorov viene meno la fiducia nelle potenzialità conoscitive dell’analisi testuale che aveva caratterizzato il campo strutturalista e più in generale “l’età d’oro della teoria”.

Su Harold Bloom

 

00Bloom3 articleLarge Quando uscì The Western Canon, nel 1994, ero a Toronto. Entrai in una libreria e vidi in terra vicino all’entrata e poi sui tavoli pile di un libro con la copertina dura in cui era rappresentato il Giudizio Universale di Michelangelo: Dio che separa i giusti dai dannati. Era l’ultimo libro di Bloom, e la immagine della copertina era una rappresentazione del suo modo di intendere la critica: gli eletti da una parte, i reprobi dall’altra. Avevo già letto qualcosa di Bloom e soprattutto The Anxiety of Influence, che aveva sollevato parecchie discussioni in Italia. A colpirmi fu la diffusione di massa: il libro era collocato come si fa in Italia col vincitore dello Strega, ma nessuno, nel nostro paese, avrebbe dato altrettanta importanza a un libro di critica. (Da noi Il canone occidentale uscirà da Bompiani nel 1996 suscitando un qualche interesse fra gli studiosi, ma senza grande successo di lettori).

Ne trassi una copia da una pila, la aprii, scorsi l’introduzione, e una seconda cosa mi colpì: lo spazio polemico destinato ad Antonio Gramsci. Da quaranta anni nessuno in Italia rammentava più Gramsci, neppure per discuterlo e ripudiarlo. Ma evidentemente in Nordamerica Gramsci era ancora conosciuto e studiato, se Bloom sentiva il bisogno di arruolarlo nella Scuola del Risentimento, insieme a Foucault e a qualche altro studioso contaminato dal deprecato marxismo. Gramsci insomma era un maestro delle femministe, dei critici omosessuali o neri, dei rivalutatori delle letterature del terzo mondo, di quanti condividevano la critica al canone occidentale (un canone di maschi, bianchi e morti) esplosa nelle università americane già negli anni Settanta. Invece, ribatte Bloom,  il canone non può che essere unico e occidentale: è il canone di Dante, Shakespeare, Goethe. Contro ogni tipo di critica volto a ricollegare lo scrittore al mondo materiale e all’assetto economico di un determinato periodo, Bloom difendeva l’autonomia dell’estetica e della letteratura stessa che può essere ricollegata solo “alla sovranità dell’animo solitario” e che esige un lettore non impegnato nella società, ma attento solo al proprio “io profondo”, alla “nostra ultima interiorità”. Si tratta di frasi un po’ vaghe (cosa sarà la “sovranità dell’animo solitario”? può esistere oggi una sovranità dell’animo solitario?), ma dalle quali si capisce bene l’approccio elitario e puramente “estetico” del critico.

Anne Frank, una ipotesi

2019 24 anne frank 1. Circa due anni fa immagini raffiguranti Anne Frank vennero diffuse da alcune frange della tifoseria laziale come offesa ai tifosi della Roma. L’immagine ritraeva il viso della giovane ragazza con la casacca dai colori giallorossi. L’intento di chi aveva fatto quel fotomontaggio era evidente: offendere - dandogli dell’ebreo - l’avversario. Questa ipotesi era suffragata anche dalla storia delle due tifoserie, legata ad ambienti fascisti, quella biancoceleste, più popolare e comunista quella romana. Questo noioso fatto di cronaca, una bega tra due tifoserie, che si odiano, una gara a chi è più ignorante, ebbe, invece, delle interessanti ripercussioni sui social. Non appena venne divulgata la notizia del fotomontaggio nel giro di poco twitter, fb e i diversi social network pullularono di uno solo hastag ovvero #siamotuttiannafrank o #siamotuttiannefrank, a cui si aggiungeva la pubblicazione della foto originale, la matrice che aveva prodotto il fotomontaggio, in decina di migliaia di pagine.
Il primo pensiero è stato che l’indignazione social è facile, s’infiamma e divampa come un fuoco tra le sterpaglie e certe volte chi vi partecipa, anche animato da buon cuore, tende a non comprendere quello che sta facendo. Anche questo mio pensiero rischia di essere superficiale se non comprende più profondamente i meccanismi che hanno mosso migliaia di persone a questa condivisione.

2. Proviamo ad analizzare cosa significhi #siamotuttiannefrank. Se togliamo il simbolo, normalizziamo gli spazi e mettiamo le maiuscole ai nomi propri, otteniamo la seguente frase: siamo-tutti-Anne-Frank. Questa semplice operazione di ripulitura chiarisce alcuni punti. Concentriamoci sulle maiuscole del nome, esse sono segnali inequivocabili per fornire l’identità di quella persona e non di un’altra. Sono il segno grammaticale evidente che Anne Frank non è anne frank, ovvero che non è un vaso vuoto, che può contenere moltitudini, ma è semplicemente una e quella sola persona. Dire siamo tutti Anne Frank e dire siamo tutti anne frank, quindi, suona completamente e disperatamente diverso, ma in entrambi i casi orrendo.

2.1 Siamo tutti Anne Frank. Chi può pronunciare una frase del genere? Chi ha il coraggio di sostenere che la nostra esistenza possa essere simile a quella di una bambina ebrea sotto l’occupazione nazista, costretta a vivere nascosta, che viene arrestata, deportata e infine muore a Bergen Belsen? Siamo noi simili al suo corpo smagrito per la fame? Siamo noi simili alla cenere che è diventata? Possiamo noi anche solo immaginare di essere quella cosa che ora lei è? O quella cosa che lei è stata? Che tipo di pensiero può produrre un’associazione, un tentativo di mimesi di quest’ordine?

L’indignazione è solo una faccia diversa dalla rimozione. Non c’è eticamente molta differenza tra la fotografia razzista di Anne Frank e questo sentimento superficiale nell’appropriarsi della vita della vittima, perché essa, nella sua fattuale concretezza, è sparita dal nostro orizzonte ed è diventata una sorta di immagine vuota.