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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Cultura visiva e Transmedialità/ Sei sguardi critici sul destino digitale. David Buckingham, “Media education”

81Act7BqECL.jpg Perché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?

Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. 

In questo spazio affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale.


Perché leggere i classici della media education

 

Il dibattito sulla “società della conoscenza” e sulla “scuola digitale” risente di un forte orientamento ideologico, che conduce a banalizzare temi complessi. Lo attestano le parole pronunciate pochi giorni fa in un Tech Talk (sic) dal ministro Bianchi:

La Dad ci ha insegnato che ci sono altri modi e che ci sono altri mondi. Possiamo usare quell’esperienza come base, trarne vantaggio (…) In questo momento, tutti gli studenti della scuola dell’obbligo sono nati in questo secolo, mentre più o meno tutti gli insegnanti sono nati il secolo scorso. Sono loro che hanno bisogno di formazione. Tutto ciò è possibile incrociando le competenze, pensando a un reskilling degli adulti.

Il proposito di trasformare l’emergenza in normalità è supportato da un’esibita ignoranza di cinquant’anni di ricerca nell’ambito della media education, e accompagnato dall’adozione della più classica retorica dei “nativi digitali”: l’esigenza di formazione, secondo questa logica, non riguarderebbe chi apprende, bensì al contrario chi insegna.

La spontanea reazione di rigetto per questo genere di finte argomentazioni, di norma accompagnata da accuse di conservatorismo, risulta gradita a chi vorrebbe per la scuola un futuro ciecamente tecnocratico: consente infatti al Baricco di turno o al decisore politico di eludere i problemi, sostituendoli con una caricatura di chi li pone.

In quest’articolo, e in quelli che seguiranno, cercherò di evitare la polarizzazione, studiando il futuro descritto in alcuni testi fondativi della media education. A una distanza variabile dal presente nel quale ci troviamo (talvolta misurata in decenni), gli autori e le autrici immaginarono principi, percorsi e problemi del lavoro di alfabetizzazione ai media; in larga misura, anticiparono gli snodi culturali e didattici che oggi ci appassionano.

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Partiti e classi, oggi

35058857645bcae78194ba6fd4876563.jpg La settimana politica appena trascorsa presenta due elementi di novità: 1. la proposta di federazione tra Lega e Forza Italia; 2. Il partito neo-fascista della Meloni, che non ha mai rinnegato le sue origini, eguaglia e secondo certi sondaggisti supera il PD. Cose inaspettate, soprattutto la seconda. Proviamo a fare un vecchio esercizio non più di moda: l'analisi delle classi in base allo schema del Marx di "Lotte di classe in Francia" (1850), per cui i partiti rappresentano gli interessi di una classe o frazioni di essa. Penso ancora contro ogni occultamento ideologico che le classi sociali esistono e che le loro lotte muovono la storia, capitale e lavoro sono le forze in campo, l’una rappresenta la linea regressiva e l’altra quella progressiva nel senso di Gramsci. In Italia oggi la piccola e media borghesia, spaventata dalla crisi sociale ed economica, aggravata dalla pandemia, ha un suo partito, quello sovranista e parafascista, che oggi in base ai sondaggi avrebbe la maggioranza relativa nelle urne con la cosiddetta coalizione di centro-destra, di cui il partito di Berlusconi rappresenterebbe l’ala moderata e liberale. L'OPA di Salvini su Forza Italia con la proposta di federazione cerca di evitare che i neo-fascisti della Meloni diventino egemoni e soprattutto si offre come inevitabile partito della grande borghesia (il cosiddetto partito del Nord), usando lo scudo del vecchio Berlusconi. Giustamente la parte liberale di Forza Italia si oppone alla fagocitazione, ma questo conferma che spazio per un centro in Italia non c'è più da decenni e che può diventare inevitabile per la grande borghesia la scelta della destra. La grande borghesia non avrebbe intenzione di imbarcarsi, né di spartire i dividendi della crescita post-Covid e i soldi europei con chi che sia. Soprattutto non ha bisogno del pugno di ferro in assenza di un'opposizione organizzata dei lavoratori, i quali sono frammentati sindacalmente e non rappresentati politicamente. Di questa debolezza dei lavoratori l’incalzare quotidiano delle morti bianche sul lavoro è solo un sintomo indiretto. Questo è il senso del governo Draghi.

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Cultura visiva e Transmedialità/ La morte, ma prima la vita. Postilla ontologica intorno al Trono di Spade.

a33209cb40d7dbd980ba6cdceddc56b0f6-got-poster-s8-2.rsquare.w1200.jpg Perché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?

Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. 

In questo spazio affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale.


 E se moriremo, moriremo. Ma prima vivremo.

(Ygritte a Jon Snow, Stag. 3 Ep. 7)

(contiene spoiler)

Sono trascorsi due anni dalla conclusione della movies serie che ha cambiato la storia della fiction, Il Trono di spade (Game of Throne, GoT), andato in onda su HBO dal 2011 al 2019, ispirata al ciclo di romanzi Cronache del ghiaccio e del fuoco (A Song of Ice and Fire) di George R. R. Martin. Ancora se ne discute, tra vecchie e nuove opinioni, punti di vista, attese che sfoceranno nell’annunciata nuova serie House of Dragon che andrà in onda nel 2022. I direttori dell’ottava stagione conclusiva de Il Trono di spade, David Benioff e D. B. Weiss, si sono presi la responsabilità di far marciare avanti le vicende inconcluse dei libri di Martin, chiosando punti sospesi, chiudendo domande e lasciandone aperte altre, glissando su incongruenze e dirigendo in una specifica direzione narrativa. Con tutto questo ci troviamo oggi a fare i conti, rivedendo dopo due anni le puntate dell’ultima stagione. 

Ci troviamo a fare i conti, inoltre, con un dato di fatto, spesso poco visto o commentato. Che il fantasy, come avvenuto già altre volte nella storia culturale, è un modo per esplorare contesti e spingere le idee sul mondo e sull’umano verso situazioni che nella realtà non sarebbero sperimentabili. Nessuno obietterebbe che gli animali di Esopo dicano molto delle concezioni morali del VI sec. a.C., che l’unione tra Titania e Bottom mutato in asino nel Sogno di una notte di mezza estate di W. Shakespeare contenga provocazioni serie sull’essere umano, che gli Elfi di Tolkien siano prefigurazioni idealizzate di come qualcuno vorrebbe che l’umanità fosse. Nel fantasy risiedono idee sul mondo, sull’oltremondo, sulla natura, sull’innaturale, sull’amore, sull’odio, sulla vita, sulla morte. E dove ci sono idee c’è la filosofia. Forse per questo il Trono di spade attrasse alcuni filosofi già qualche anno fa (in H. Jacoby (ed.), La filosofia del Trono di Spade. Etica, politica, metafisica, Ponte delle Grazie, Milano 2013): rintracciare in un prodotto della cultura pop alcune idee forti dice qualcosa della sensibilità del nostro tempo. Questo qualcosa va decifrato, sebbene non sia semplice coglierlo nel contesto multiforme e istrionico di un mondo irreale, per entrare nel quale serve una certa predisposizione e una certa inclinazione al nerd.

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La cabina della funivia e la razionalità irrazionale del sistema

ficciones-di-borges.jpg In una zona d’Italia quasi al confine fra Piemonte e Lombardia, terra di padroncini e della Lega, 14 persone sono morte e un bambino è in ospedale a rischio della vita. Sulla funivia Stresa-Mottarone la cabina è precipitata per la rottura di un cavo e per il mancato intervento automatico di frenaggio che sarebbe dovuto scattare impedendole di essere risucchiata a valle. Sulla linea da oltre un mese si erano registrati problemi tecnici per risolvere i quali sarebbe stato necessario fermare per qualche giorno l’impianto e avviare i necessari interventi di manutenzione. Ciò avrebbe comportato un mancato introito, ovviamente, e allora, come ha ammesso subito dopo l’arresto il caposervizio, è stato deciso di disattivare il sistema di frenaggio automatico. Il PM ha dichiarato che per ragioni economiche c’è stata una «deliberata volontà di bloccare i freni di emergenza», mentre il procuratore Bossi ha affermato che si è trattato di «una scelta consapevole e non di una omissione occasionale». D’altronde uno dei tre arrestati, il caposervizio (che ha operato però di intesa col proprietario e col direttore di esercizio, tutti e tre arrestati), ha ammesso di avere «deliberatamente e ripetutamente» inserito i dispositivi che impedivano il funzionamento dei freni. Per ragioni di profitto immediato, si è giocato per oltre un mese sulla vita dei passeggeri, finché puntualmente non si è verificata la tragedia. Intervistato alla TV, un abitante della zona ha osservato che i proprietari e i gestori avevano giocato alla roulette russa sulla pelle dei passeggeri. E un altro: «Chi l’avrebbe mai pensato? Sulla funivia salivano anche i figli del proprietario…».

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Cultura visiva e Transmedialità/ Primo Levi e la storia pop. Una riflessione profetica

4,w=1280,c=0.bild.jpgPerché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?

Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. 

In questo spazio affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale.


 

Nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso, il regista televisivo americano Marvin Chomsky inventò letteralmente un nuovo genere narrativo, destinato ad incontrare un successo commerciale mondiale e una crescente popolarità presso il pubblico. Rappresentò infatti, in forma ampiamente romanzata, due grandi avvenimenti storici ben noti a spettatori e spettatrici di tutto il mondo: lo schiavismo (“Roots”, 1977) e il genocidio ebraico (“Holocaust”, 1978). Reinventò però la misura del racconto cinematografico e il modello dei grandi film storici in una narrazione a puntate per la quale non esisteva, all’epoca, altra definizione che “film per la tv”: storie che precorrevano la stagione della serialità odierna, lontane dai mitici “sceneggiati televisivi” di impronta teatrale che avevano segnato la prima stagione delle storie nella televisione pubblica europea.

“Radici”, trasmesso in Italia nel 1978, e “Olocausto”, nel 1979 rivoluzioneranno la narrazione filmica televisiva, aprendo una stagione che è tutt’altro che chiusa.

Infatti, la popolarità di quest’intreccio peculiare fra storia e finzione non solo non è venuta meno, ma anzi si è progressivamente accresciuta, accompagnata dal prepotente sviluppo dei mezzi tecnologici al servizio del realismo nella messa in scena.

I due film suscitarono un vivace dibattito fra studiosi, storici e testimoni degli avvenimenti narrati, il cui tema principale fu la distanza fra la realtà storica e la sua rappresentazione, un problema estetico di lunga data.

Nel caso di “Olocausto”, la questione si presentò particolarmente complessa, a causa di due fattori: da una parte la ricerca di effetti patetici/ sentimentali forti, perseguita attraverso strumenti retorici tipici del cinema classico hollywoodiano; dall’altra la vicinanza degli avvenimenti narrati, che all’epoca della messa in onda in molti paesi (soprattutto Israele e la Germania) occupavano ancora con forza il dibattito pubblico.

Primo Levi intervenne con un famoso articolo: “Perché non ritornino gli Olocausti di ieri (le stragi naziste, la folla e la tv”), pubblicato su “La Stampa”, il 20 maggio 1979. Rileggere oggi le sue parole è molto istruttivo.

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Non sono reazionario: è che mi disegnano così

christopher-lloyd-e-roger-rabbit-in-una-scena-del-film-chi-ha-incastrato-roger-rabbit-219975_jpg_400x250_crop_q85.jpg Intorno all’introduzione del curriculum dello studente si è riaccesa la battaglia per il Progresso e contro la Reazione. Sembrerebbe una cosa seria: in realtà è solo una sua parodia.

Polemica prima

L’articolo di Tomaso Montanari sul classismo del curriculum dello studente, che certifica attività extrascolastiche non alla portata di tutte le famiglie, dice almeno altre due cose rilevanti, che non mi pare siano state notate. Seppur di sfuggita, Montanari ricorda come nello staff di Mario Draghi siano stati chiamati l’economista neoliberista Francesco Giavazzi[i] e Serena Sileoni dell’istituto Bruno Leoni, che propugna «Idee per il libero mercato». Queste presenze nella compagine di governo danno anche all’azione del ministro Patrizio Bianchi un’inquietante connotazione «paleoliberista», scrive Montanari, che rileva anche il progressivo svuotamento del valore legale del diploma, affiancato, o accerchiato, da queste nuove forme di certificazione degli apprendimenti.[ii] Infine Montanari denuncia il carattere meritocratico dell’operazione, naturalmente nel senso originario, negativo, della parola “meritocrazia”.

(Dove seguo meno Montanari è nel richiamo all’ancien régime, nell’equiparazione di meritocrazia e aristocrazia: le forme di diseguaglianza e di oligarchia tipiche delle società capitalistiche hanno caratteristiche specifiche che non permettono di assimilarle alle aristocrazie pre-moderne. Ma ora questo distinguo è irrilevante). Quello che mi interessa è il trattamento che Tomaso Montanari ha meritato in un articolo a firma di due esponenti dell’associazione Condorcet, Marco Campione e Valentina Chindamo (l’area politico-culturale è quella del Partito democratico): articolo che è poco definire aggressivo, perché ha tratti di vera e propria strafottenza.

Campione e Chindamo difendono il curriculum dello studente nel nome di una pedagogia progressista attenta alla dimensione globale degli apprendimenti: non solo quelli formali, ma anche quelli non-formali e informali. Richiamando Destra sinistra di Giorgio Gaber, liquidano sarcasticamente tale distinzione politica come un patetico rimasuglio novecentesco. Ma c’è di più. Chi accusa il governo di essere liberista, camuffa in realtà il proprio nero cuore di reazionario. Reazionario è Montanari, reazionari sono molti insegnanti: perché impediscono alle giovani generazioni di vedere riconosciuti i loro talenti extrascolastici, perché si oppongono ottusamente ai test Invalsi e ai test Pisa, perché amano la scuola dell’Ottocento fatta da «voti, materie, nozioni» (il Novecento in questo caso non è abbastanza reazionario e va scavalcato a destra, anzi alle spalle).

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Cultura visiva e Transmedialità/ Il cinema è il cinema

dcdf4f1c5e7d694a8d32f763da439141.png Perché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?

Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. 

In questo spazio affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale.


Si sa che fin dalla sua nascita il cinema ha dovuto convivere con chi lo reputava la Settima Arte e chi un fenomeno da baraccone destinato a durare ben poco. Questa sua doppia natura – di forma d'arte e di spettacolo – è diventata nel corso del Novecento anche la sua forza, se è vero, come sostiene Francesco Casetti ne L'occhio del Novecento (Bompiani, 2005), che «il cinema, nel catturare la realtà, abbia finito con il delineare un tipo di sguardo sulle cose, su se stessi e sugli altri, che il secolo ha fatto proprio, o perlomeno con cui si è identificato». Del suo potenziale furono senz'altro consapevoli i dittatori, che subito misero le mani sul cinema per influenzare le masse e manipolare le loro coscienze. Artistico o meno, da strumento di divertimento il cinema divenne velocemente uno strumento potenzialmente pericoloso, sulle cui specificità si soffermarono molti studiosi, alcuni dei quali presi in prestito anche da altri ambiti – dalle arti plastiche, dalla filosofia, dalla semiotica, dalla psicanalisi e via dicendo.

Si sa anche che alcuni famosi letterati non la presero bene quando il cinema fece la propria comparsa: lo consideravano una cosa senza futuro, che con l'arte aveva poco a che fare – di qui il tentativo di difendere la sua artisticità da parte di alcuni teorici, come Rudolf Arnheim, che in Film come arte, pubblicato in Italia per la prima volta nel 1960  da Il Saggiatore, predicava la necessità di non integrare il sonoro e il colore per non rischiare di trasformare il cinema in un mero riproduttore della realtà.

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Papaveri e Paper

 

251.png C’era una volta il saggio. Negli scambi di mail fra gli studenti e i docenti, sui sillabi e sulle piattaforme universitarie, nei gruppi WhatsApp e sui social da qualche anno è tutto un ridondare di papers: il prof. chiede un paper, i dottorandi alla fine del primo anno devono consegnare un paper, verrà valutato per l’approfondimento un paper, il paper non dovrà superare i 6000 caratteri spazi inclusi, il paper dovrà esser corredato da un abstrat e da una bibliografia. Ci si fa abitare, passivamente, dal nuovo termine, della cui oggettiva neutralità non si dubita dato che il senso comune considera in modo unanime ogni innovazione di per sé come un miglioramento, un adeguamento funzionale: il paper è figlio del 3+2, la madre di tutte le semplificazioni funzionali, e sta al saggio come le tesine triennali stanno alla “vecchia” tesi di laurea.  Pronunciando la parola lo studente si sente europeo, dato che chi è stato in Erasmus, ha udito anche lì pronunciare quel termine. E, girovagando in internet, trova molti rassicuranti tutorial che gli spiegano come fare un paper, simili a quelli che danno le dritte su come redigere un CV per le aziende. I più sofisticati fra i laureandi e i dottorandi scoprono da soli l’intima analogia tra la forma del paper di successo e quella di un progetto (per il dottorato, per una borsa europea, per un’istituzione culturale) redatto in buon “progettese” standard, con tanto di stato dell’arte, obiettivi, metodi e risultati attesi.

L’eclisse del termine saggio, del resto, è già avvenuta da tre decenni sugli scaffali delle librerie: l’editoria non pubblica quasi più saggi, a meno che non siano finanziati dai fondi di ricerca o destinati al pubblico ristretto e al circuito chiuso delle adozioni. Nemmeno la valutazione (VQR) ha troppo in simpatia i saggi intesi come volumi: meglio gli articoli su rivista specializzata di fascia A, che per la pubblicazione lancia a sua volta un apposito Call for Paper a cui si risponde con un abstrac in inglese. Si tratta della fine del genere saggio nel sistema universitario, ben messa in luce, a esempio,  da Federico Bertoni che ha argomentato l’incompatibilità  della forma saggistica stessa entro gli standard degli abstract e dei papers oggi in vigore,  intesi come pseudo-dimostrazioni di  calcoli aritmetici o di teoremi matematici: “E ti dici che in questo mondo uno come Lukács è ormai un marziano, quando descriveva la forma del saggio come un percorso di esplorazione e di scoperta, una tensione verso una meta non ricercata, perché “il saggio tende alla verità, esattamente, ma come Saul, il quale era partito per cercare le asine di suo padre e trovò un regno.” (Federico Bertoni Universitaly. La cultura in scatola, Roma-Bari, Laterza, 2014, p. 7)

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E se la facessimo finita con gli eventi?

spectacle-1080x700.jpg Il linguaggio non è neutro né innocente: è sempre saturo di ideologia. Le parole egemoni veicolano la visione del mondo dominante in modo tanto più pervasivo quanto meno riconosciuto dai parlanti. Per questo si può dire che siamo tanto più “parlati” dalle forme del dominio quanto più queste ultime si danno linguisticamente come naturali. Tutti noi usiamo supinamente termini come governance, webinar, implementare, spalmare, risorsa, competenze, eccellenza, merito, spendibilità. Ogni volta che li impieghiamo si accende nella nostra mente una spia rossa, sempre più debole, con cui dovremmo viceversa illuminare di più il nostro dizionario e i nostri archivi.

Soprattutto chi insegna dovrebbe operare una costante verifica delle parole, specie di quelle più pervasive o “virali” (sic).

Fra questi moltissimi termini-concetti finto-neutrali vi è anche il lemma eventi, percepito per lo più come allusione all’ambito del creativo e del conviviale. A titolo di esempio, prendiamo una sola frase del tutto condivisa dal senso comune: 

“Speriamo che presto tornino possibili tutti gli eventi sospesi per la pandemia: concerti, mostre, festival letterari, teatri, cinema”.  

Qualche anno fa uno degli organizzatori più intelligenti del Festival di Mantova mi diceva che stava cercando di arginare la passiva moltiplicazione del termine evento sulle locandine del festival a proposito degli incontri con gli autori, a favore di concetti più vicini a un’idea di sedimentazione dell’esperienza e meno implicati con i consumi culturali. Credo fosse, da parte sua, un chiaro segno di consapevolezza politico-culturale, non un eccesso “purista” o cruscante.

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Cultura visiva e Transmedialità/ Captain America vs Martin Scorsese: ognuno (non) riconosce i suoi

51IlQVfadSL.jpg Perché una rubrica su “cultura visiva e transmedialità”?
Nella sua storia, il nostro blog ha ospitato più volte interventi sul crescente influsso della dimensione visiva nella cultura contemporanea, dedicando uno spazio importante alla riflessione sulle nuove istanze e forme espressive che proliferano in quest’ambito. Il confronto su questi temi ha toccato aspetti diversi, e si è tradotto in una pluralità di voci e punti di vista, legati alle esperienze e alla formazione di redattori e redattrici: il caso più significativo, in tempi recenti, è costituito dal dialogo che si è aperto a partire dalla recensione della docuserie “Sanpa”. Nell’ambito della redazione, è quindi nata l’idea di ritagliare per la cultura visiva e la transmedialità uno spazio specifico, all’interno della sezione “Il Presente e noi”. In questo spazio, che si inaugura oggi con l’articolo di Giulia Falistocco, affronteremo argomenti anche molto differenti fra loro, in forme articolate: recensioni di libri, film, serie e prodotti multimediali; brevi saggi critici; interviste ad esperti del settore. Attraverso la varietà dei temi e degli approcci perseguiremo alcune finalità condivise che esponiamo in sintesi; le riteniamo fondamentali per comprendere a fondo il ruolo che visivo e transmediale giocano nella nostra vita personale e professionale:
  • arricchire gli strumenti di comprensione storica e critica delle differenti manifestazioni della cultura visiva, a partire dall’intreccio fra letteratura e cinema.
  • proporre riflessioni e approcci interpretativi alle produzioni odierne, promuovendo la conoscenza di luoghi, comunità, forme della cultura visiva contemporanea
  • mettere in luce la dimensione interdisciplinare e trasversale di queste manifestazioni culturali, e la pluralità di letture dei fenomeni ad essa legati. In quest’ambito, dedicheremo una particolare attenzione al rapporto complesso e sfaccettato fra la scuola e la cultura visiva delle diverse generazioni

Nell’aprile del 2019, in contemporanea con il finale della serie TV Game of Thrones, i Marvel Studios portavano a compimento la più grande produzione della storia del cinema: ventitré film tra i più costosi e redditizi di sempre, di cui l’ultimo, Avergers: Endgame, riuscì ad ottennere il primato d’incassi. Subito arrivò la risposta del regista James Cameron, sul podio ormai da decenni con la doppietta Titanic /Avatar, che con un ironico tweet rese i propri omaggi agli Avengers, capaci di aver sbaragliato la concorrenza del patron del blockbuster e allo stesso tempo di aver dimostrato che «l’industria del cinema non solo è viva e vegeta, ma è più grande che mai»: proprio lo scorso mese, infatti, è riuscito ad ottenere la rivincita grazie alla ridistribuzione di Avatar nelle sale cinesi. Bisogna però sottolineare che Via col vento, calcolato il tasso d’inflazione, continua ad essere il melodramma più visto della storia del cinema e quindi soggetto a non poche contestualizzazioni, oltre a quelle culturali.

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