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diretto da Romano Luperini

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Il presente e noi

Contiene saggi e interventi su temi e questioni di attualità.

Sulla crisi politica. Meglio un maggiordomo o un cameriere?

 

69233637_10159210381481151_2333729939808845824_o.jpg Il nostro Primo Ministro (ormai ex Primo Ministro) per comportamento e abbigliamento è un ottimo cameriere, con la riga fra i capelli e il fazzolettino bianco sporgente dal taschino della giacca. Mentre tutto compunto portava un vassoio, un fanfarone di quelli che giocano a carte nel bar sotto casa gli ha fatto uno sgambetto.

E ora? Per troppe settimane il fanfarone ha avuto facile gioco ad alzare continuamente la posta. I dirigenti del PD e del Movimento Cinque Stelle non ci hanno capito mai nulla. Si sono limitati a indietreggiare. D’altronde ormai sono diventati moderati, più moderati dei centristi di una volta. Appena uno esce dal solito gioco e fa la faccia feroce, battono in ritirata. Dirigenti di partiti che hanno il 20% dell’elettorato si sono fatti menare per il naso da un fanfarone che ha il 2 o il 3%. D’altronde il PD da tempo non è più un partito di lotta e di governo. È un partito senza popolo, e solo di governo. E infatti la sua unica linea politica consiste nel proposito esplicito di essere la nuova DC. Ma la DC aveva radici profonde e ramificazioni sociali diffuse. E invece questo è un partito senza. Senza base sociale (se si escludono forse, e non scherzo, i pensionati), senza respiro culturale, senza identità forte, senza prospettiva politica. Solo tattica immediata ed empirica, solo un procedere a tentoni pur di restare in qualche modo sulla cresta dell’onda. E il Movimento Cinque Stelle? Prima, agli inizi, avevano degli ideali, delle utopie: la democrazia diretta, uno vale uno, non più di due mandati alle elezioni, contro l’alta velocità… Nel giro di tre o quattro anni ne hanno fatto strame e ormai, anche loro, sono capaci solo di tattiche immediate ed empiriche, salvo improvvisi, quasi inconsulti, sussulti identitari. Sia PD che Movimento Cinque Stelle non potevano dunque che accettare il terreno di gioco di cui Renzi,  fanfarone scaltro, e senza nulla da perdere, è padrone e signore. I partitini di sinistra, dietro. E poi la ignobile corsa ai “responsabili”, agli improvvisati “costruttori”, nella speranza vana di sostituire Italia Viva con un nuovo improvvisato raggruppamento di centro. Neppure contare sanno, questi qui.

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Una conoscenza inutile? Due poesie di Charlotte Delbo per il Giorno della Memoria

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SPECIALE LN - GIORNATA DELLA MEMORIA 2021/#5

(Concludiamo con con questo contibuto di Gabriele Cingolani il ciclo per la Giornata della Memoria 2021)

Una donna fra resistenza, deportazione e memoria

Parigi, marzo 1942. Le Brigate Speciali, il corpo di polizia specializzato nel combattere i «nemici interni» nella capitale occupata, realizzano una operazione volta a sgominare la Resistenza antinazista. È in quella occasione che vengono catturati un dirigente del Partito Comunista Francese e sua moglie, che operavano in clandestinità. Lui si chiamava Georges Dudach; lei era Charlotte Delbo, una donna nata da una famiglia di origini piemontesi che aveva conosciuto suo marito nella Gioventù Comunista e con lui divideva la vita fra studio e lotta politica. Da pochi anni era anche diventata assistente del grande attore e regista Louis Jouvet, e lo aveva accompagnato nelle sue tournée in America Latina. Quell’anno, Charlotte non aveva ancora compiuto trent’anni. Il 23 maggio Georges e Charlotte si vedono per l’ultima volta: lui viene fucilato il giorno stesso, lei rimane prigioniera degli occupanti nazisti e il 24 gennaio 1943 è caricata insieme ad altre 230 donne su un convoglio diretto ad Auschwitz-Birkenau, dove arriva il 27, due anni esatti prima della liberazione del campo. Lì viene assegnata al Block 26 insieme alle prigioniere ebree polacche. Successivamente sarà trasferita a Ravensbruk fino alla sua liberazione, avvenuta il 23 aprile 1945.

Charlotte Delbo comincia a scrivere i suoi ricordi di prigionia già nel 1946, ma non pubblica quasi nulla (appena un paio di brevi novelle su delle riviste svizzere) fino agli anni Sessanta, quando nel giro di un decennio pubblica tutte le sue opere più importanti. Probabilmente in lei si è compiuta, almeno parzialmente, l’elaborazione del trauma personale; d’altro canto, il clima generale nei confronti della memoria della Shoah è cambiato e c’è un maggiore interesse a leggere e capire la drammatica esperienza dei campi di sterminio. A questo si aggiunga il riaccendersi della passione e dell’impegno politico dell’autrice in occasione della guerra d’Algeria, quando Delbo si schiera decisamente per l’indipendenza del paese africano; un elemento, questo, decisivo nel definire il tono delle sue opere memoriali, mai ripiegate sul vittimismo ma volte a cogliere il valore universale, e attuale, della denuncia della barbarie nazista, da cui il mondo non si è certo liberato con l’apertura dei cancelli di Auschwitz. Un solo esempio: nel volume del 1970 Une connaissance inutile (Una conoscenza inutile, secondo episodio della trilogia Auschwitz et après, capolavoro di Delbo in cui si ripercorre tutta l’esperienza concentrazionaria e la memoria di essa), l’autrice ricorda un episodio dell’estate del 1942, quando è ancora nelle carceri parigine ed è testimone della esecuzione di quattro attivisti che avevano provato a suscitare una insurrezione al mercato di rue de Buci, nel Quartiere Latino. Il capitolo, che nella pagina finale descrive i drammatici momenti dell’esecuzione (i condannati cantano la Marsigliese davanti al patibolo e le loro voci sono troncate, una alla volta, dalla lama della ghigliottina), riporta in conclusione, senza commento, un brano di giornale del 1960 che descrive una scena pressoché identica, ma di cui questa volta è protagonista un patriota algerino condannato a morte e decapitato a Lione. Le riflessioni sul parallelismo sono lasciate al lettore, ma la posizione dell’autrice è inequivocabile.

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Primo Levi: guida a Se questo è un uomo. Conversazione con Alberto Cavaglion

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(Inizia con questa intervista una serie di interventi che ci accompagneranno in questa settimana per celebrare la Giornata della Memoria 2021)

Per comprendere il nuovo libro di Alberto Cavaglion è necessario partire dalla sua titolazione, perché istruttiva di un’idea nuova e diversa nell’approccio all’opera leviana: Primo Levi: guida a Se questo è un uomo (Carocci). Nella sovrapproduzione saggistica che riguarda l’opera di Levi, la voce di Cavaglion è sempre originale, in questo caso il titolo individua il saggio non tanto come un invito alla lettura, ma una guida per destreggiarsi dentro un’opera, Se questo è un uomo, per nulla lineare e semplice. 

Una delle più tenaci convinzioni di Cavaglion esposta nella sua  guida, può essere riassunta in questo modo: Primo Levi non è uno scrittore facile, anche se il dettato della sua lingua ordinata, composta, sempre spinta  alla ricerca della chiarezza e della più ampia comprensione del lettore, potrebbe trarre in inganno. L’analisi della scrittura leviana dimostra, come già messo in evidenza da Mengaldo sull’aggettivazione e da Cases sull’uso di dei pronomi deittici, che il dato letterario non sia scindibile dal dato testimoniale, anzi che probabilmente il dato letterario debba essere consideato preponderante nella volontà di Levi e nella sua scrittura. 

Levi stesso parla della sua opera prima come di un testo “gremito di letteratura”: l’uso di questo aggettivo è interessante e non scelto a caso da Levi, perché contiene in sé una duplice tensione. Da un lato indica il grande numero di riferimenti letterari interno a Se questo è un uomo (Dante, Bibbia, Pellico, Dostoevskij, Machiavelli), dall’altro suona simile al termine “ghermire”, che assume in sé il significato dell’essere prigioniero degli stessi fantasmi che ha convocato per la sua scrittura.

C’è un dato fondamentale nella tua Guida una sorta di assioma che potremmo tradurre così: Primo Levi è, in primo luogo, uno scrittore. Per molto tempo l’ombra del testimoniare ha oscurato la qualità, la grande qualità della scrittura leviana. Mi parso interessante questo soffermarsi - nella tua analisi-  più sulla qualità della scrittura che non su quella della testimonianza. Quali sono le motivazioni?

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Is there an alternative? Just say yes. Luci e tenebre di SanPa

sanpa-netflix-docuserie-699x393.jpg Inizio con un giudizio complessivo su SanPa: questa docuserie, creata da Gianluca Neri con una raffinata regia di Cosima Spender, un gran montaggio e una sceneggiatura accattivante, è un buon prodotto. Il documentario sulla comunità di San Patrignano e il suo fondatore Vincenzo Muccioli è il primo a marchio Netflix in Italia e per molti aspetti si associa con il modello consacrato dalla piattaforma streaming. Molti, infatti, hanno giustamente e puntualmente richiamato Wild wild Country, serie sul maestro spirituale Osho, che oltre ad avere delle simmetrie formali con quella ideata da Neri, presenta delle sorprendenti analogie con il racconto di Muccioli: due personaggi dal mistico retaggio che decidono di trasferirsi in provincia per salvare tutti coloro che hanno smarrito la retta via «…con ogni mezzo necessario». Piccola nota di colore: sono circa dieci giorni che è uscita la serie e, stando all’ultima volta che ho controllato, è al numero tre della “Top 10 in Italia” del palinsesto Netflix. Non sorprende quindi che l’eco prodotta sia vasta, tanto da aver coinvolto la comunità dei social (politici compresi), a suon di hashtag e dissing. Vorrei, però, lasciare da parte l’analisi della serie, vista anche l’ottima riflessione di Stefano Rossetti, e concentrarmi in particolare su alcuni punti che ho trovato problematici, continuando il dialogo con quanto espresso da Roberto Contu e Romano Luperini.

SanPa si avvale di un eccellente lavoro documentario che affida alle testimonianze dirette il racconto della comunità e soprattutto di Muccioli: un punto di vista interno e affascinante che se da una parte tenta di problematizzare il racconto, dall’altra per chi già conosceva San Patrignano o ha vissuto quegli anni probabilmente, aggiunge poco di nuovo. Lo spettatore ideale è, infatti, una persona che ha vagamente sentito parlare dei fatti, o estranea del tutto, potenzialmente, aggiungo, non solo italiana, dal momento che la serie è stata distribuita in contemporanea in 190 paesi. Questo punto risulta secondo me centrale per delineare schemi narrativi e rappresentativi dell’epoca. Infatti, nonostante l’ampio materiale su cui lavorare, il contesto trattato è sfocato rispetto al soggetto, mentre al suo posto abbiamo un ripiego verso l’intreccio che scivola pericolosamente nel biografismo e nella true crime story. La scelta di focalizzarsi su San Patrignano e il suo fondatore è buona, ma il racconto per rivelare le sue potenzialità euristiche avrebbe dovuto rinunciare alla puntualità della cronaca e diventare evento obliquo di un’epoca: ricollocare i fatti nella storia.

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Uno scambio di idee (interno) su Sanpa

photo.jpeg La vita di redazione è fatta anche di confronti interni liberi, ricchi, che a volte vale la pena condividere con tutti. In questo caso si tratta di uno scambio di idee su Sanpa tra Roberto Contu e Romano Luperini.

Caro Romano,

non so se tu abbia avuto modo di vedere su Netflix la miniserie Sanpa, sulla storia di San Patrignano. Si tratta di un prodotto ben realizzato, che credo vado oltre la lettura della singola esperienza e dica molto della storia di quegli anni ma anche del nostro presente. Te la consiglio.

Buon inizio anno!

Roberto

Caro Roberto,

ho visto Sanpa, mi sono fatto dare le credenziali da mio figlio. Ma sono rimasto deluso. Per me sono tutte cose molto note, avendole vissute direttamente anche, in parte, come redattore del «Quotidiano dei lavoratori». D'altronde il documentario non prende posizione, ma si limita a mostrare tutti i punti di vista. È indiscutibile che Muccioli abbia svolto anche una funzione utile nel momento in cui i movimenti di lotta, repressi e sconfitti, andavano scomparendo  sostituiti dalla lotta armata e la caduta nella droga era una situazione di massa che rifletteva quella sconfitta storica e la fine delle illusioni e delle speranze. Ma che fosse un tipo equivoco e impreparato culturalmente a questo compito e lo abbia svolto in modo aberrante e anche disumano (catene, gente chiusa nei canili ecc.), facendo leva su un carattere istrionico e su un infinito narcisismo e avendo l'appoggio non solo della cosiddetta opinione pubblica ma dall'ala conservatrice e reazionaria della borghesia (vedi il giudizio entusiastico di Montanelli, che era un vero e proprio farabutto e si vantava pubblicamente di aver comprato una ragazzina etiope come oggetto sessuale), è altrettanto indiscutibile. Quei drogati andavano messi a posto, isolati in una San Patrignano qualunque, rinchiusi e, se scappavano, ripresi e duramente puniti, questo era quello che pensavano la borghesia e il padronato (i Moratti non erano soli). Il problema andava rimosso, e il nostro Vincenzo si prestava, anche senza volerlo, a questa rimozione. Altra cosa sarebbe stato affrontare, da parte dello stato e della comunità nazionale, il problema politico, sociale e sanitario della droga e delle sue ragioni storiche negli anni di piombo. Ma nessuno aveva voglia di farlo e le maniere forti di Muccioli,  privatizzando la soluzione del problema, affidata esclusivamente alla volontà e alla iniziativa di un singolo, favorirono questa sciagurata rimozione. Oggi insomma i tempi sono maturi per un giudizio meno neutrale di quello implicito, volutamente ambiguo o problematico, in questo filmato che affronta la questione come se si trattasse sostanzialmente di essere pro o contro Muccioli, mentre il contesto, in esso pur efficacemente delineato, avrebbe richiesto  altre soluzioni e un altro tipo di impegno etico-politico.

Romano

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La Storia e le storie Riflessioni sulla docuserie “SANPA”

 

SanPa-Sins-of-the-Savior-a-documentary-series-starring-Vincenzo-Muccioli.jpg Il tema, il metodo, i punti di vista

C’è un interrogativo filosofico, a fondamento del lungo racconto documentario sulla comunità di recupero per tossicodipendenti di San Patrignano. Lo hanno esplicitato chiaramente gli autori della serie, in un’intervista che ne ha accompagnato la produzione e il lancio: “quanto male sei disposto a giustificare, perché venga fatto del bene?”.

I documenti raccolti e montati per spingere gli spettatori a porsi questa domanda abbracciano i primi quindici anni di vita della comunità fondata da Vincenzo Muccioli, dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso al 1995, quando morì il suo fondatore. In quel breve arco di tempo, divenne la più grande d’Europa. La parabola tracciata nei titoli delle puntate (Nascita, Crescita, Fama, Declino, Caduta) non è quindi metafora dell’evoluzione della comunità – tuttora attiva e florida – bensì dell’esistenza di Muccioli stesso, dei suoi progetti  e dei suoi principi: creare un luogo nel quale ricostruire l’identità smarrita dei tossicodipendenti attraverso l’etica del lavoro e del dovere; restituire a ciascuna e ciascun “tossico” un padre in cui credere, a cui affidarsi senza esitazioni e al quale obbedire con cieca fiducia; ammettere l’uso di strumenti coercitivi pesanti (privazione della libertà personale, reclusione, isolamento, umiliazioni pubbliche), finalizzati alla ricostruzione della persona e della sua autonomia.

Di questa visione e delle pratiche ad essa collegate, nel corso di quegli anni furono messe in discussione manifestazioni e forme, dalle inchieste di alcuni giornalisti e da ripetuti interventi della magistratura. Accanto agli indiscutibili successi – l’affermazione di un modello di comunità, le tante persone recuperate, il sollievo offerto gratuitamente a famiglie piegate dalla droga, la costruzione di un’azienda forte – si accamparono con evidenza ambiguità ed eccessi – privazione di diritti individuali ed uso crescente della violenza, manipolazione dei fatti e delle informazioni, suicidi e morti sospette, tendenza a superare le leggi dello Stato in vista di un “bene” superiore.

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I fatti americani: verifica e crisi della Democrazia liberale

AFP_8YA6MQ-kmyB-U32301491126090T0-656x492@Corriere-Web-Sezioni.jpgI fatti americani e la crisi della democrazia liberale

di Romano Luperini

Ormai è chiaro: Trump ha preparato, nel modo goffo e maldestro consono al personaggio, un colpo di stato alla sudamericana. Lo provano: 1) l'insistenza  di Trump sulla necessità di un sollevamento popolare contro i ladri e i fraudolenti che avrebbero falsato i dati elettorali; 2) l’assenza della polizia (invece largamente presente nello stesso luogo – sede del parlamento - in occasione delle marce antirazziste) tanto più singolare in quanto la manifestazione era stata annunciata da giorni da Trump in persona ed è del tutto inverosimile che gli organi di sorveglianza ne fossero all’oscuro; 3) il comportamento della scarsa polizia presente, che ha fraternizzato in diversi casi con i rivoltosi, arrivando persino ad aprirgli le porte e che a distanza di giorni non era “riuscita” nemmeno a identificare i morti, eccetto uno (la veterana della aviazione il cui decesso poteva esser presentato come  glorioso martirio di una “patriota”); 4) il comportamento di Trump stesso che, dopo aver aizzato la folla, per quattro ore si è chiuso alla Casa Bianca interrompendo ogni comunicazione con l’esterno (cosicché è stato di necessità il vicepresidente a chiamare, dopo tre ore, la Guardia Nazionale)  e che poi, alla richiesta di una Tv, ha fatto avere un video registrato in precedenza in cui, pur invitando i rivoltosi a tornare a casa, gli confermava il proprio appoggio  e persino il proprio amore (il video era stato ovviamente preparato nel caso in cui la rivolta non raggiungesse l’obbiettivo di impedire la legittimazione di Biden come presidente).

Trump è un personaggio grottesco che in sé non meriterebbe la nostra attenzione. Ma il problema è che ha avuto più di settanta milioni di voti e che ha sollevato il coperchio di un vero e proprio gigantesco verminaio, dove vivono e crescono eredi del KKK, cospirazionisti, complottisti, terrapiattisti, negazionisti del coronavirus, suprematisti, organizzazioni neonaziste: un vero e proprio trionfo della ignoranza più grossolana, del razzismo più spudorato, della violenza più indiscriminata, dell’odio più feroce per la democrazia e le istituzioni democratico-liberali. Metà dell’elettorato americano non può essere sottovalutata. Trump non ha vinto per caso, non è stato un incidente di percorso archiviabile rapidamente, ma un episodio su cui meditare e che riguarda molto da vicino anche l’Europa e l’Italia.

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Buon 2021. L’indice degli articoli usciti su LN nel 2019-2020

Cina-Biblioteca-1.jpg Pubblichiamo l’indice degli articoli degli ultimi due anni. Per i criteri seguiti nel redigerlo, rimandiamo all’indice del 2012-2018.

LA SCUOLA E NOI 

1) Scuola, educazione, politica

  • Rita Bortone, Se la scuola ha paura dei bulli
  • Roberto Contu, Basta (oggi) la Scuola?
  • Augusto Campagnolo, Chi ha paura dell’INVALSI?
  • Linda Cavadini, I ragazzi non stanno a guardare
  • Luisa Mirone, Volevo fare l'insegnante
  • Redazione, L’insegnante di Palermo e noi insegnanti
  • Annamaria Palmieri - Mario Ambel, La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società /1
  • Annamaria Palmieri - Mario Ambel, La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società /2
  • Annamaria Palmieri - Mario Ambel, La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra letteratura, politica, e società /3
  • Annamaria Palmieri - Mario Ambel, La “maturità” della scuola. Un secolo di esami di Stato tra scuola, letteratura, politica, e società /4
  • Roberto Contu, Il primo collegio di settembre
  • Luigi Spagnolo, La scuola al bivio: tra mercato e autonomia
  • Rosario Paone, Il ricatto del presente alla cultura. Intorno a due libri sulle competenze
  • Redazione, Per la mobilitazione e il senso critico degli insegnanti: manifesto per la scuola
  • Roberto Contu, Il prologo di un insegnante
  • Romano Luperini, Le leggi del mercato e la resistenza della scuola
  • Daniele Lo Vetere, La scuola, la governance, gli uomini di buona volontà dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà

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