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diretto da Romano Luperini

Perché leggere Il marito di Elena di Giovanni Verga

Camilla picchiò all’uscio, mentre i genitori stavano per andare a letto, e disse:

«Elena è fuggita».

Don Liborio rimase con lo stivaletto in mano, sbalordito. Poscia andò ad aprire zoppicando, pallido come un morto.

La figliuola, con la sua voce calma di ragazza clorotica, ripeté tranquillamente:

«L’ho cercata dappertutto. Non c’è più».

Allora la mamma si rizzò a sedere sul letto e cominciò a strillare: «M’hanno rubata mia figlia! M’hanno rubata mia figlia». «Taci!» le disse suo marito. «Non gridare così, ché i vicini sentono!» (Il marito di Elena, Mondadori, 1980, pag. 17)

L’inizio concitato della narrazione pone il lettore di fronte ad una scena drammatica ambiguamente in bilico tra commedia e tragedia, in un romanzo che non troverà mai un equilibrio, fino allo scioglimento improvviso e imprevedibile della vicenda. Il tono sentimentale, e l’attenzione alla psicologia dei personaggi, fanno del Marito di Elena un romanzo difficilmente collocabile nella tradizionale architettura del discorso su Verga, sia nelle aule scolastiche che in quelle universitarie. E certamente risulta scomodo affrontare questo testo che sembra il diabolico granello che inceppa l’oliatissimo meccanismo del canone verghiano. Epurarlo dal discorso, senza neanche citarlo, oppure citarne il titolo soltanto, come segno di pedante erudizione su cui non val la pena soffermarsi, sono gli escamotage solitamente adottati. Rispetto alla tirannia del tempo è ovvio che l’insegnante si concentri su quanto appare più importante, più tipico, oppure fondamentale, dell’opera dello scrittore. Tuttavia, chi insegna potrebbe percorrere sentieri meno frequentati dei soliti per rivitalizzare il canone, e per condurre alla conoscenza dei capolavori verghiani attraverso l’accettazione della contraddizione, che ha come luogo di espressione la letteratura.

Perché, nonostante le apparenze, è un romanzo di Verga

Il marito di Elena è pubblicato da Treves nel 1882, dopo il «fiasco pieno e completo», come scriveva rabbiosamente Verga a Capuana, dei Malavoglia l’anno precedente. Si tratta di una rivalsa nei confronti di pubblico e critica, che non hanno apprezzato il primo romanzo del ciclo dei vinti; di un risarcimento a Treves, per il fallimento editoriale della storia ambientata a Trezza; e di un sollievo economico per Verga, che può così pagare l’affitto della «casetta dove sto», come scriveva in un’altra lettera all’amico Capuana. Ragioni tutte che poco hanno a che fare con la costruzione di un capolavoro, ma che nella loro prosaicità ci dicono molto, invece, del mestiere di scrittore e dell’orizzonte d’attesa dei lettori di romanzi in quell’Italia umbertina, stretta tra sogni di gloria imperiale e frustrazioni internazionali, tra lo sfoggio dello sfarzo di corte e la povertà miserabile dei pezzenti nell’età della sinistra storica.

Il titolo del romanzo inchioda Cesare Dorello all’anonimato del ruolo rispetto ad Elena di cui non è noto il cognome. Ma un personaggio che si chiama Elena è sicuramente una donna la cui bellezza produce rovine, come insegna il mito e come ribadirà D’Annunzio nel Piacere qualche anno più tardi. Nella coppia l’elemento attivo è Elena che si sceglie il marito a cui imporre il matrimonio. Non che Cesare non la ami, ma si rivela debole, incerto, balbettante al cospetto di una donna determinata ad ottenere ciò che vuole.

«Cosa faremo?»

«Quello che tu vuoi» rispose la ragazza semplicemente.

[…]

Elena vedendo che non rispondeva altro, ripeté:

«Quello che vuoi. Tutto quello che vuoi!»

Cesare si fece rosso. Cercava di far intendere che i suoi parenti non avrebbero acconsentito a dargli moglie, finché non ci avesse uno stato, ed anche i parenti di lei avrebbero risposto di no.

«Allora?»

Ei taceva. Elena ripeté: «Allora?»

Egli non sapeva che dire. Sentiva fisso su di lui quegli occhi penetranti.

«Fuggire? …» balbettò.

Elena si recò le mani al petto, bianca come una statua, e non rispose. Egli non fiatava, atterrito dalla parola che gli era sfuggita. Elena lo guardò in faccia un lungo momento, e chinò il capo lentamente. (pag. 29)

Cesare è un inetto: non è in grado, per esempio, di organizzare una sistemazione per sé ed Elena, e dopo la fuga vagherà nella solitudine notturna, finché, ancora una volta, la donna, che, «a braccetto di Cesare, andava bussando di porta in porta, dagli amici e dai parenti, in cerca di asilo», (pag.24) deciderà per entrambi e si recherà dallo zio (di lui) don Luigi. Nella sua inettitudine, in cui è del tutto assente l’autoironia di Zeno, Cesare manifesta tratti che saranno rimodulati dalla narrativa modernista, mentre la sua «sensibilità inquieta» (pag. 33), legata ad una mancanza di forza di volontà, sembra in linea con i turbamenti decadenti di fine secolo. Da questo punto di vista, il protagonista del romanzo è un moderno anti-eroe che va incontro al suo fallimento. Cacciato dallo zio Luigi, che ha accolto in casa Elena, emblematicamente il personaggio è solo nella notte sulla strada. Quasi che il racconto inizi dove era finito quello di ‘Ntoni

Cesare si allontanò passo passo, stretto nelle spalle, colle mani in tasca; e per la prima volta ebbe un’idea chiara di quel che aveva fatto, come una fitta al cuore, un misto d’angoscia, di tenerezza e di sgomento. (pag. 27).

L’ambiguità del romanzo consiste per il lettore di oggi (ma anche per quello del secolo scorso) proprio nel suo essere così intimamente verghiano pur essendo così lontano dai capolavori veristi: è difficile ammettere, cioè, che l’evidenza della realtà del testo contraddica il modello astratto che ci siamo fatti di Verga. Così, piuttosto che mettere in discussione la nostra narrazione lineare, preferiamo cancellare questo romanzo.

Perché è appositamente costruito come romanzo di successo

Verga scrive a Capuana di sapere quali siano «i manicaretti che piacciono al pubblico» e che «l’analisi più o meno esatta senza il pepe della scena drammatica non va», perciò il nuovo romanzo deve avere tutti gli ingredienti che solletichino il palato dei lettori. La trama deve piacere al pubblico. Cesare è un provinciale, di Altavilla Irpina, essendo «delicato e malaticcio da fanciullo» (pag. 31), è destinato, prima, a seguire le orme dello zio canonico, don Anselmo, e poi, dopo che «la rivoluzione del 60 aveva gettato il discredito sulla professione del prete» (p. 33), è indirizzato a studiare legge per diventare avvocato. Si reca così a Napoli dove incontrerà la famiglia della signorina Elena, educata «come se aspettasse il personaggio romanzesco che doveva offrirle la mano, il cuore, e una carrozza a quattro cavalli.» (pag. 34) Si tratta di un sogno piccolo borghese di emancipazione dalle ristrettezze, che don Liborio, vice cancelliere borbonico in pensione, ha coltivato nelle figlie, le quali conversano in inglese e francese sul terrazzino, suonano il piano e dipingono, in attesa del matrimonio. Cesare, che proviene da una «miseria decente» (pag.35), crede di trovarsi di fronte gente altolocata, don Liborio nel giovane neolaureato vede, invece, un avvocato di successo e, chissà, un futuro ministro, perciò lo invita a casa sua. Assistiamo così ad un corteggiamento piccolo borghese del tardo Ottocento: con i genitori che litigano giocando a carte, in attesa della richiesta ufficiale di matrimonio, e le due signorine – una cuce, l’altra legge – con accanto due giovanotti.  L’equilibrio è rotto da Elena, che decide la fuga. Si tratta della meridionale fuitina, che disonorando la donna costringe la famiglia di lei ad accettare il matrimonio. Tuttavia, nella realtà del racconto, l’unico impedimento al matrimonio sono le condizioni economiche di Cesare e non la contrarietà della famiglia di Elena, che, anzi, sarebbe felicissima di vedere sistemata una figlia, tanto più che l’altra, Camilla, attende per sposarsi che il suo pretendente, Roberto, ottenga «l’avanzamento che aspettava da sett’anni». (pag.37) Dopo il matrimonio, senza dote per Elena, i coniugi si trasferiscono a Rosamarina, il fondo rustico della quota ereditaria di Cesare, coscienziosamente conservatagli e assegnatagli dallo zio don Anselmo, il quale ha a carico la madre e le due sorelle di Cesare, ma non vuole in casa il nipote che ha messo in grave difficoltà economica la famiglia. Il breve periodo in campagna è un periodo «felice» per Elena che si sente «ricca» (pag. 56). Ma le difficoltà economiche sono pressanti e Cesare, che ha cominciato a far debiti, vende Rosamarina e dopo un breve soggiorno in paese, torna a Napoli con la moglie. La parte cittadina della vicenda ruota intorno alla progressiva affermazione di Elena nel bel mondo dei salotti, dei teatri, degli amanti, e sui tormenti di Cesare che non riesce a lavorare come avvocato, raccatta prestiti e debiti finché, assediato dai creditori, non si rassegna «a scendere di un grado nella gerarchia forense» e si fa «iscrivere qual procuratore legale» (pag. 105).  All’apice delle difficoltà economiche, intanto, Elena vende il suo pianoforte, rimane incinta e comincia la sua prima relazione extraconiugale con Cataldi, suo assiduo e sfrontato corteggiatore. Cesare è sempre più segretamente geloso della moglie, ma quando una lettera potrebbe svelargli inequivocabilmente il tradimento di Elena, non la apre e in un tormentoso groviglio di gelosia e di pensieri assolutori, che negano la realtà, evita il confronto chiarificatore. Dopo il parto, la figlia sarà un giocattolo per Elena, che si divertirà ad avere una bambola viva da vestire ed accudire. Presto, tuttavia, lascerà i balocchi per tornare ai profumi, ritornerà a primeggiare nei salotti e ad accogliere in casa i duchi e le marchese e «uomini tutti della miglior società» e «signore senza titolo ma che davano il tono alla moda» (pag.130). Cesare, affaccendato nel suo lavoro, garantirà il lusso della moglie, che, disponibile alla corte di tutti gli uomini, pure rifiuterà inorridita di concedersi ad un vuoto poeta da salotto, Fiandura, che sembra incarnare i motivi della prossima ascesa e del futuro successo di D’Annunzio. Infine, alla morte della madre, Cesare torna ad Altavilla con Elena, che sembra riabbracciare la serenità del tempo di Rosamarina. Ma la sua natura volubile la indurrà ad incoraggiare la corte del ricco don Peppino con grande soddisfazione del paese che gode nell’osservare cosa fa la moglie mentre il marito è tornato a lavorare a Napoli. Sarà don Anselmo a richiamare il nipote con un telegramma. La scena tra Cesare ed Elena si consuma in poche battute, finché la donna recisamente dichiara di voler rompere il matrimonio. Cesare vuol far presto, ma dopo che tutto è stabilito anche economicamente, durante la notte che precede la partenza di lei, involto in tormentosi pensieri di amore e gelosia, decide di volerla vedere ancora una volta, per baciarla, forse, per l’ultima volta, o per ricominciare. Entra nella stanza in cui Elena dorme, la guarda, la scopre, la chiama per nome. Ha in mano un pugnale con cui aveva pensato di suicidarsi. Elena balza fuori dal letto terrorizzata. Grida.

«Ah!» balbettò Cesare rabbrividendo fino alla radice dei capelli. «Ah! Non mi ami più! Non hai che paura!…»

Allora, afferrandola per il braccio, colla mano ferma, colpì disperatamente, una, due, tre volte.

Perché dentro il romanzo c’è l’Italia del 1882

Di solito la storia è considerata il contesto nel quale il testo è inserito: il che può anche essere ovvio. Tuttavia, è altrettanto ovvio che un testo nasce in un tempo cronologicamente definito, prima di attraversare (eventualmente) il tempo lungo che lo sradica dal momento esatto in cui ha preso forma. Nel testo sono necessariamente presenti la cultura di contesto, in cui si è formato, e il periodo, che sono gli anni in cui l’autore vive: perciò la storia non è soltanto fuori e intorno al testo ma è anche dentro il testo.

Il padre della signorina Elena era stato vicecancelliere al tempo dei Borboni, e aveva sulla punta delle dita tutte le questioni legali. Peggio pel Governo attuale che aveva messo al riposo un uomo di quella capacità, tanto, s’andava a finire colla repubblica! il vecchio cancelliere borbonico, messo a riposo, era diventato rosso sino al bavero spelato del soprabito, e prestava anche un po’ di orecchio alle novità del socialismo. (pag. 37)

La dimensione sociale e politica non è dettaglio insignificante nella caratterizzazione del personaggio: la frustrazione piccolo borghese, angustiata da ristrettezze economiche, è l’elemento strutturante la narrazione dell’intero romanzo ed è l’elemento storico implicito, il contesto tanto ovvio da non poter essere neanche raccontato, dell’Italia in cui la classe dirigente è ancora la nobiltà (come era sempre stato e come ancora a lungo sarà).  Inoltre, se i Borboni appartengono già ad un passato che deve far sorridere il lettore, l’attenzione verso il socialismo, deve riportarlo alla scottante attualità. Nel 1882 viene eletto alla Camera il primo socialista, Andrea Costa: il fatto sconvolgente è possibile grazie alla riforma elettorale, che innalza il numero di elettori da mezzo milione (2% della popolazione) ad oltre due milioni (6,9%). Il diritto di voto, è il caso di ricordare, è concesso a tutti i maschi di almeno 21 anni che pagassero almeno 19 lire di imposta annuale diretta o che avessero frequentato il primo biennio di scuole elementari. Le donne sono naturalmente escluse dal diritto di voto, data la minorità del loro status giuridico, che le esclude dall’attività pubblica. La donna è unicamente moglie, sottoposta al marito, e madre, utilmente istruita, se è il caso, e preferibilmente solo nella condizione borghese, per infondere sani valori ai figli. L’unico ambito di espressione femminile, socialmente approvato, è la famiglia.

Elena, nel romanzo di Verga, è dunque un personaggio assolutamente negativo, non semplicemente perché adultera, ma perché è tendenzialmente portata all’adulterio, anche quando non lo compie; perché non è una brava moglie; e perché è evidentemente incapace di essere una buona madre. Il fatto che Elena esca spesso da sola può passare inosservato ad un lettore odierno, ma bisogna ricordare che nel 1882 ad una signora della buona società non è consentito (neppure) uscire a passeggio.

I requisiti censitari per il diritto di voto consentono di aprire un ulteriore spiraglio nella comprensione del contesto nel romanzo.

A Napoli Cesare era andato ad abitare un quartierino da 35 lire e 75 al mese, insieme a quattro compagni, ciò che ripartiva le rate di fitto in ragione di sette lire e tanti centesimi a testa, e le frazioni davano origine a dispute senza fine, ogni qualvolta si facevano i conti, all’ora del desinare, col pane sotto il braccio, per timore che un compagno ci addentasse distrattamente. (pag. 34)

Gli studenti che si rubano il pane e che disputano per i centesimi raccontano le difficoltà economiche di alcuni strati sociali di quell’Italia, ma la quota di affitto mensile richiesta, messa a confronto con il limite censitario necessario per avere il diritto di voto, ci dice che solo il 7% della popolazione maschile non si trova in condizione di estrema povertà nel 1882.

I lettori di romanzi sono evidentemente una sparuta minoranza in un paese ancora a forte tasso di analfabetismo ed in cui l’istruzione femminile, specie al di fuori delle grandi città, si riduce spesso a taglio, cucito, ricamo ed a qualche preghiera. Si tratta perciò di un pubblico prevalentemente maschile che in quel romanzo legge della necessità di tenere a bada la donna ingannatrice, che merita di essere trattata con prontezza come il biblico serpente

Quando il marito offeso non schiaccia la donna sotto il tacco, al primo momento, non ha altro di meglio a fare che prendere il cappello e andarsene (pag. 144)

Qualche anno più tardi, nel 1890, Marco Praga in La moglie ideale metterà in scena l’inganno della moglie, in un contesto di perbenismo borghese, e senza i frizzi e la leggerezza di Feydeau. Anche Matilde Serao si occupa dell’adulterio femminile in La virtù di Checchina (1884), ma lo scrittore di successo di quel tempo è Fogazzaro che inaugura il romanzo decadente e i tormenti della psicologia in Malombra (1881).

Perché è un romanzo realista

Elena è giustamente uccisa, in quanto ha mancato ai suoi doveri nei confronti del marito. Cesare, con il quale il lettore non può identificarsi, e che non si uccide, rappresenta il fallimento dell’eroe romantico. Se il riferimento ad Emma Bovary è legittimato da alcuni aspetti di Elena, con i suoi «sogni romanzeschi» (pag.149), Cesare, che, romanticamente, crede nell’amore passione e nella coerenza della donna che ha voluto sposarlo – e che perciò è diventata moglie obbligata alla fedeltà -, nella sua inettitudine sembra essere il calco di Charles Bovary. (E, per inciso, i personaggi hanno nomi con la medesima iniziale). Ma il tempo del romanticismo per Verga, e non solo, è definitivamente tramontato e nel tempo in cui il denaro stabilisce il diritto, nel tempo del progresso che è la guerra di conquista, nel tempo in cui il futuro sembra promettere una condizione peggiore del presente, è forse meglio stare attaccati allo scoglio di Trezza, piuttosto che spostarsi in un angolo sperduto sul Mar Rosso, come la baia di Assab. La libertà sognata prima dell’unificazione, dopo non si è realizzata. Verga chiude i conti con la stagione risorgimentale, che aveva ispirato i suoi primi romanzi, pubblicando Libertà (12 marzo 1882).  Chiude con l’idea che i sentimenti possano avere la meglio sulle necessità economiche, pubblicando Pane nero (Giannotta, Catania, 1882).

Il marito di Elena chiude la stagionein cui Verga è stato il mondano Feuillet italiano. Il romanzo abolisce la netta separazione tra personaggi “buoni”, con cui identificarsi, e “cattivi”, da odiare, di tanta letteratura di consumo, e propone un realismo della descrizione psicologica e dei comportamenti mediati dai valori borghesi. Il topos dell’adulterio serve ad affermare il valore borghese della famiglia ed a ribadire che l’unico ruolo sociale della donna è quello di moglie-madre. L’impossibilità dell’amore passione è, così, la migliore salvaguardia dell’educato volersi bene coniugale. L’unico amore puro è quello della madre, vedova, a cui il figlio, colpevolmente, si sottrae. E nel rapporto tra Cesare e la madre, nella richiesta di soldi, nella richiesta di perdono, nella lontananza del figlio, nella morte della madre, infine, non è difficile leggere in trasparenza fortissimi riferimenti autobiografici. Ma Elena non merita il titolo di madre. Perciò non merita di essere amata.  

È il cupo mondo claustrofobico di Verga: Cesare, per questo aspetto, è come Mena, ‘Ntoni, Gesualdo…

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