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diretto da Romano Luperini

Su Zanzotto, Il canto nella terra di Andrea Cortellessa

Un eroico tentativo di esplorazione

In occasione del centenario di Andrea Zanzotto, Andrea Cortellessa ha ripreso in mano appunti e pagine dedicate al poeta veneto negli ultimi quindici anni. Il risultato è un libro (pubblicato da Editori Laterza nel Settembre 2021) per cui occorrono molti aggettivi: ricco, vario, composito, frastagliato, screziatissimo (per usarne uno caro al poeta), denso di correlazioni e di corrispondenze, in cui l’autore, con le sue scelte stilistiche, le sue impuntature e le sue sprezzature, rimane sempre presente e non punta mai ad una verità puntuale e pragmatica, ma al tentativo di penetrare «questa artificiosa terra-carne». Mai appare immobile, bloccato su un’unica linea di sviluppo, ma sempre disponibile a infiniti ripensamenti, ritorni all’indietro, rimbalzi (anche complicazioni), capace di accostare campi di indagine diversi, mantenendo un timbro suo inconfondibile. Se da una parte segue il corso del percorso zanzottiano, postillandolo nel suo sviluppo sintagmatico, dall’altra spazia ad una dimensione che punta alla ricostruzione paradigmatica del senso dell’opera.

Cortellessa postula un orizzonte metamorfotico dove non esistono valori e significati assoluti, e dove ogni aspetto, ogni fase, ogni testo (e gesto) zanzottiano appare condizionato dalla propria particolarità, che la collega a situazioni concrete immediate, o irripetibili, a fatti storici, a atti mentali, a sintomi di un trauma, a letture ossessive e «costellazioni di riferimenti» (G.M. Villalta, Zanzotto dalla terra alla poesia, in Doppiozero). L’unica certezza è che si assiste ad un dialogo ininterrotto tra chi scrive e il suo «oggetto piccolo» (giustamente Cortellessa cita Lacan per cui l’«oggetto piccolo (a) è un oggetto perduto del desiderio che il soggetto si sforza di recuperare, di ritrovare e che diventa, quindi, causa del desiderio – cercando di semplificare il più possibile), ad una combustione costante dei materiali documentari, che scatena una storia puntiforme, frantumata, enfatizzata, e poi ricomposta e condensata in una rara «unicità di luogo». O, forse, sarebbe più giusto dire che si verifica una sorta di assimilazione. E, allora, le «gemmazioni tematiche», le «morulazioni metonimiche» di Zanzotto diventano anche quelle del critico che, di fatto, nella strategia di scrittura, sembra recuperare «lo stesso ardimento pazzoide, ma anche la stessa pietas» del suo ispiratore (la tendenza alla «disgregazione centrifuga» e, successivamente, il moto contrario di «ri-composizione centripeta», p. 15)

Una lacuna colmata: il recupero dei significati

Il merito principale del saggio (ma anche l’obiettivo principale di Cortellessa) è quello di avere oltrepassato l’ideologia degli studi letterari che, finora, si sono accostati a Zanzotto privilegiando le imprevedibili traiettorie linguistiche, le complesse soluzioni formali che, a tratti, si confondono con l’irrelatezza insindacabile di un atto privato ed esclusivamente individuale. La critica sempre, infatti, si è concentrata sulla seduzione dei significanti e ha messo in secondo piano l’«ingombro» dei significati «scomodi, dolorosi, e diciamo pure traumatici» (perché parziali, problematici, senza garanzie di validità), e per questo «tenuti a bada, cauterizzati proprio dalle capriole di un manierismo tutt’altro che gratuito» (p. 8). La vera sfida sta, invece, come afferma Cortellessa, «nel cominciare a leggere le asprezze della realtà rugosa», nello «squarciare le pareti della bolla» e recuperare le lesioni e le cicatrici che hanno originato i testi, senza dimenticare che l’«oscurità zanzottiana» è solo «apparente» ed altro non è che il risultato di un «eccesso di convergenza», ossia un accavallarsi di rimandi sovrapposti, di sovrimpressioni, «ciascuna delle quali fa capo a una filiera concettuale, oltre che stilistica, proveniente da luoghi diversissimi» (p. 13), soprattutto dalla dimensione esistenziale, dallo sprofondamento in un’esperienza interiore ma, anche da un attaccamento profondo alle viscere della terra, al corpo del mondo, sempre in agguato nella sua concretezza materica.

Tra le «direttrici fondamentali» dell’opera del poeta di Pieve di Soligo, Cortellessa individua, quindi, la Storia, in particolare il trauma della Seconda guerra mondiale, con i suoi «eventi furiosi come roghi, inaffrontabili» (così Zanzotto ricorda in Qualcosa al di là e al di fuori dello scrivere), che segnerà profondamente la sua memoria come dimostra in Roghi (1944-2001), all’interno di Conglomerati, del 2009: «E dall’alto vedendo / i roghi di interi villaggi / da un alto che non ci proteggeva / da un alto che ci abbandonava / roghi roghi ça ira, ça ira, con Toni / semiubriaco, urlavamo / nel buio attraverso il bicchiere».

E la Storia ha il potere di infiltrarsi e di trasformare lo spazio circostante, incidendo la natura dei luoghi, giungendo a creare un legame indissolubile con la Geografia (altro asse portante), intesa come spazio concreto del territorio e del paesaggio che conserva, dunque, le tracce atroci ed estreme del «foco» e, ancora, dei «roghi». D’altronde, (Cortellessa cita Kant), «la Storia non è altro che una ininterrotta geografia» e lo dimostra benissimo Il Galateo nel bosco (ma la geografia entra nella sua poesia a partire dalla seconda parte di Dietro il paesaggio), dove «è proprio la profondità del trauma storico, riluttante a una ‘cartografia di superficie’, a imporre l’uso di una cartina geografica («patemica») del Montello e dell’Isola dei Morti con il suo peso lacerante di ricordi della Grande Guerra, a conferma del fatto che «senza le mappe la storia diventa puro fantasma» (così Zanzotto a Marco Paolini).

Ancora, nel prosieguo di questo percorso, l’attenzione di Cortellessa si lega a doppio filo al rapporto di Zanzotto con la sua terra, con il suo «Veneto che se ne va», devastato dalla « lebbra», dal «sadico scempio» dell’edilizia onnivora che corrode e altera «la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi». Quella che una volta veniva definita la «Marca gioiosa» diviene, dunque, un ­­­­­­­­­­­«paesaggio»­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­ (dissolto da una traumatica e spietata barra), «in pregiudicata balìa del dogma capitalistico», infestato dal «purulento», dal «cancerese», dal «cannibalese» (Addio a Ligonàs), da una «megamalattia» incurabile. L’intellettuale Zanzotto non si arrenderà mai al silenzio, al tragico scempio della natura commesso dall’uomo, alla prevaricazione, non solo cementizia, ma soprattutto politica, culturale, antropologica cui è sottoposta la terra, manifestando sempre il suo impegno civile (verso la vita) contro il «progresso scorsoio».

Protensioni e distensioni (seconda lacuna colmata)

Un altro pregio del libro, che costituisce anche una salutare rottura (e d’altronde era proprio l’altro obiettivo del critico) è quello di non limitarsi a sprofondare unicamente nella densa materialità del testo. La precisione del dettaglio, l’insistenza sui particolari e sui segni visibili delle strategie espressive degli specialisti ha, infatti, privilegiato la «profondità» a discapito dell’«estensione» del continente-Zanzotto, lasciando così inesplorate alcune zone che risultano, invece, assai significative e che emergono con forza nel testo di Cortellessa. L’analisi non procede, però, seguendo una semplice successione cronologica che avrebbe sicuramente imprigionato il poeta in una collocazione troppo stretta, piuttosto si snoda attraverso temporalità e temi diversi, così come diversi sono i generi testuali e i linguaggi che attraversa (non solo la scrittura poetica, ma anche quella saggistica e critica, in cui, al pari dei versi, Zanzotto si è sempre rivelato un audace sperimentatore linguistico e stilistico del secondo Novecento italiano), legati da rapporti dialettici di continuità e rottura, in un moto costante di ritorno e ripresa. Ad emergere, in modo particolare, è lo spazio dedicato allo Zanzotto tardo, quello della seconda trilogia (Meteo, 1996; Sovrimpressioni, 2001; Conglomerati, 2009) e oltre, in cui il poeta ripercorrendo a ritroso il suo percorso, riannoda i mille fili sparsi, risponde alle domande del passato, e chiude i conti con se stesso. E, dunque, si parla anche degli «pseudo-haiku» (la definizione è del poeta) testi minori, assai poco noti, usciti postumi (a cura di Anna Sacco e Patrick Barron), nel 2012 negli Stati Uniti, e nel 2019 in Italia, ma composti nel 1984, che hanno la particolare caratteristica di essere scritti in inglese («un inglese ridotto quasi al grado zero, minimo e minimalista», così Zanzotto in un’intervista a Mario Breda, ora in Alchimista della parola), lingua che non solo Zanzotto non padroneggia, ma che davvero non gli appartiene e che, tuttavia,  rappresenta, ad un certo punto del percorso, una «cura», uno «strumento di auto-aiuto» attraverso cui salvarsi da uno «stato patologico», «dal senso di un’irrealtà di tutto e da una sterile panfobia», da «una specie di Hölderlin-fobia impropria» (ossia «la paura di dover subire una precoce forma di crollo», sofferta invece dal suo «spirito gemello»). Improvvisi «spiragli da cui filtra qualcosa di accecante e insieme di carezzevole», «cuspidi elastiche di qualcosa che deve restare sommerso, per noi (e forse per tutti), ma che sentiamo necessariamente nostro» (Zanzotto in Cento Haiku).

Consuntivi

Nonostante il forte legame tra A. critico e il suo a. oggetto piccolo (rivelato, all’inizio del libro, anche dalla presenza inaspettata di un ‘io’ al posto del consueto e accademico ‘noi’), a libro concluso, il lettore non ripensa al testo solo come esperienza vissuta, oggetto racchiuso unicamente nella memoria di chi scrive, ma come soggetto in grado di muovere ambiguità ed oscillazioni (quelle che hanno accompagnato le avventure del poeta), di creare ripensamenti, dubbi e, insieme nuovi sviluppi. Ciò che emerge prepotentemente è che non è più possibile interpretare Zanzotto alla sola luce del Novecento – Cortellessa condivide una importante riflessione di Luperini – ma come «grande intellettuale» e «poeta-critico» che «chiude un’epoca» e «apre» un’altra «epoca»; è necessario, dunque, pensarlo «versato nel Duemila», tra i cambiamenti del tessuto antropologico, le inquietudini e le contraddizioni del mondo, e attualizzarlo. Zanzotto è tra i primi a mettere in discussione «un’idea della poesia come verità e luce di rivelazione» e «a praticare una poesia rasoterra», non esitando a scavare «nelle macerie del vissuto e nel fango del quotidiano», «nella falda oscura dell’essere», e a consegnarci un mondo desublimato, ma sublime al tempo stesso, ché «nelle immondizie» è possibile «trovare tracce del sublime / buone per tutte le rime (Tristissimi 25 aprile, in Conglomerati). Cortellessa ci ha offerto il ritratto di un intellettuale profondamente invischiato nelle sotterranee profondità del reale in cui l’esistenza non è mai dimenticata in nome dell’essenza e in cui l’orizzonte del significato – anche nelle poesie più ardue – resta comunque storico. Dunque la ricerca di Zanzotto, così atipica e così centrale (così marginale e così a la mode), rappresenta un importante crocevia di cui non possono non tenere conto, incontrandosi, scontrandosi e intrecciandosi, i filoni poetici di questo secolo (anche se lui, l’erede di Montale, sembra oggi, per il momento, senza eredi). Se talora i suoi risultati più alti sembrano ancora prigionieri di una spregiudicata complessità, è anche vero che un libro come Il canto della terra appare destinato a rilanciarne gli elementi più significativi, perduranti nel tempo o legati comunque a problematiche di lungo periodo. Le sue pagine, pur contraddistinguendosi per un’intensa concentrazione di riferimenti, per una vitalissima esplosione di forze germinanti, hanno la capacità di restituirci, senza compromessi, la ragione profonda, l’autentica pienezza, la disperata umanità della parola zanzottiana, sempre ispirata da un deciso impegno tragico verso la vita. Sta qui l’aspetto più nuovo dell’opera di Cortellessa: in questo porre il lettore davanti a «i denti neri della notte / fino alle radici contorte», alle «terre sommerse» dell’«oltranza oltraggio», senza retrocedere mai. Per dirla con Zanzotto (a proposito della poesia), Cortellessa «sembra divagare e intorbidare, ma infine dilucida quanto v’è di più aggrumato nella storia» (Zanzotto, in Qualcosa al di fuori e al di là dello scrivere, in Le poesie e Prose scelte).

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